1670, si richiede il ghetto

Ebrei «necessarissimi» per Rimini
Contro la crisi nel 1670 si richiede il ghetto


Alcuni inediti documenti del XVII secolo, conservati nell'Archivio di Stato di Rimini, permettono di scrivere in maniera del tutto nuova la storia dei rapporti fra la nostra città e gli Ebrei.
Abbiamo già considerato in precedenti pagine alcuni fatti.
Nel 1548 Rimini istituisce per gli Ebrei un ghetto, sette anni prima della «bolla» di Paolo IV che lo impone in tutto lo Stato della Chiesa.
Nel 1615 il ghetto riminese è distrutto da una rivolta popolare (stando al racconto di monsignor Giacomo Villani). In essa ebbero un ruolo d'istigatori i padri Girolomini o Romiti di Scolca (a quanto si ricava da un testo del canonico Giovanni Antonio Pedroni cit. da C. Tonini, «Storia di Rimini», VI, 2, p. 761).
Nel 1656 a «un tal Hebreo Banchiere» è concessa l'apertura di un banco con la facoltà di recare con sé la famiglia. Nello stesso anno comincia la nuova fiera di sant'Antonio sul porto.
Il 16 giugno 1666 il Consiglio municipale boccia la proposta di chiedere al papa di ricostituire il ghetto ad «utile e beneficio» della città.
Il 14 febbraio 1693 alcuni commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro mercanzie» a Rimini, ottengono l'autorizzazione ad inoltrare al pontefice la supplica per poter rientrare in città: un loro memoriale letto in Consiglio [AP 873]. Nel verbale di quella riunione si legge che «d'alcun tempo in qua» a loro era stata proibita la dimora in Rimini con danno comune sia del Monte della Pietà sia della dogana e di «altro».

Amici
romani
Il primo documento inedito che presentiamo è del 28 dicembre 1670 [AP 453].
In una lettera dei consoli di Rimini al loro procuratore romano Ceccarelli leggiamo che al papa era stata inviata la richiesta di concedere la «facoltà di poter eriggere in questa Città un nuovo Ghetto d'Hebrei».
A Ceccarelli si suggerisce di richiedere agli organi competenti che la pratica sia affidata ai due monsignori indicati nel testo, «con i quali habbiamo noi per riparare in ogni caso le difficoltà che si potessero incontrare».
Con Ceccarelli infine i consoli lamentano il ritardo nell'istruzione di quella pratica da parte dell'agente romano, Baldassare Papei.
Due altre missive inviate al procuratore Ceccarelli [19 marzo e 9 aprile 1671, AP 453] indicano i motivi che spingevano la nostra comunità a richiedere la riapertura del ghetto: occorreva portare «sollievo» economico a Rimini introducendo un «qualche poco» di commercio, fondamentale per una ripresa nelle «presenti contingenze della nuova fiera» per la quale gli Ebrei erano «necessarissimi».
La «nuova fiera», autorizzata da papa Clemente X il 13 agosto 1670, doveva tenersi (come quella del 1656) sul Porto sempre in onore di sant'Antonio da Padova, avendo come scopo di ricavarne «utile, e solievo grande» alla città ed al suo territorio.
Il regolamento, registrato in Roma il 22 febbraio 1671, ne prevedeva lo svolgimento tra il 25 maggio ed il primo giugno.
Ceccarelli aveva il compito di far da tramite fra Rimini ed un monsignore (Fani) a cui i consoli s'indirizzano il 19 marzo 1671 ribadendo che un nuovo ghetto sarebbe stato di «sollievo» alla città perché avrebbe portato ad un aumento dei traffici e «del numero delle persone tanto necessario qui alla scarsezza del Popolo, e del denaro».
Si aggiunge con il monsignore che la città aveva bisogno di uscire da uno stato di «depressione» tentando «i proprij, e più risoluti sollievi».
Se ne ricava che i riminesi cercano di rinascere con le loro stesse forze (soprattutto perché non possono confidare in aiuti esterni, date la generale situazione di crisi), ma hanno necessità di avere in città chi, come gli Ebrei, favorisse la circolazione del denaro e quindi le attività mercantili.
La richiesta del nuovo ghetto non approda a nulla perché essa era in contrasto con le norme vigenti nello Stato della Chiesa.

Perniciosi
ma utili
In un altro documento inedito, il «Bando contro gli Hebrei» emanato dal cardinal legato di Ravenna il 9 aprile 1624 si richiama una «bolla» di Clemente VIII (1592-1605) che aveva proibito agli Ebrei di aver domicilio e stanziare nello Stato ecclesiastico se non a Roma, Ancona e Ferrara.
La «bolla» dovrebbe essere del 1593. Ma il richiamo a Ferrara rimanda al 1598, quando avvenne l'annessione dei domini estensi.
Ciò premesso il legato ravennate nel 1624 scrive: «per combattere le pernizie che suol apportare a Christiani la frequenza, e la continua pratica di queste genti», si ordina agli Ebrei ancora presenti nelle sue terre di partirsene entro due giorni.
Con la proibizione del domicilio, conclude il bando del 1624, non s'intende di proibire agli Ebrei pure «che per occasione di mercantie da comprare o vendere non possano andare e capitare in tutte le città, e luoghi». E ciò in virtù di quanto concesso, poco dopo la ricordata «bolla» di Clemente VIII, da un «motu proprio» pontificio che permetteva «tre o quattro giorni per ogni soggiorno per dimorare in una città».

Per il libero
commercio
Queste disposizioni non furono sempre applicate se, come già ricordato, nel 1693 «gli Ebrei che erano soliti a venire a servire con le loro mercanzie» la città, presentano al Consiglio di Rimini un memoriale che denuncia la discriminazione attuata nei loro confronti, e che ha lo scopo di richiedere l'autorizzazione ad inoltrare una supplica al papa perché quella discriminazione cessasse.
Nel verbale consiliare si legge che la presenza degli Ebrei recava «vantaggio» a tutta la città, e che gli autori del memoriale avevano «buon mezzo a Roma per far penetrare» al pontefice i danni notevoli provocati dalla mancanza di un «libero commercio».
I testi che abbiamo citato permettono di leggere in controluce alcuni aspetti della vita sociale di Rimini di quel periodo. Nel ceto dirigente è presente la consapevolezza che soltanto il «libero commercio» può permettere una ripresa economica.
Le linee politiche locali si scontrano con il potere politico (ed ecclesiastico) centrale e periferico (cardinal legato, vescovo).
Per conseguire i risultati sperati, Rimini deve ricorrere a raccomandazioni romane che in altri documenti e in molte vicende sono una costante: esse, come nel caso del ghetto, non sempre recano i frutti sperati. (Di tutte queste raccomandazioni parleremo altra volta.)
Non esiste in quel ceto dirigente una pregiudiziale antiebraica e non si accettano passivamente da parte di esso le disposizioni romane. Anzi ci si adopera per vederle superate o sconfessate con un atteggiamento laico riscontrabile anche in altri momenti della vita del tempo (come nella cultura).
Infine credo che pesi molto la vicinanza con Pesaro, sottoposta dal 1631 al governo romano. Nella città marchigiana gli Ebrei erano diventati sudditi pontifici ed avevano continuato a risiedervi.
I consoli riminesi che reggono le sorti della municipalità nel primo bimestre del 1693 (la decisione che abbiamo riportato risale alla seduta consiliare del 14 febbraio), sono Domenico Tingoli, Scipione Diotallevi, Pietro Cima, Federico Tonti, Pasio Antonio Belmonti, Niccolò Paci, Francesco Ugolini.
Domenico Tingoli (+1716) è suocero di Scipione Diotallevi che ha sposato Maria Maddalena, nata da Maria Francesca Olivieri, pesarese, sorella di Fabio Olivieri (1658-1738, cardinale nel 1713) e cugina del Gianfranco Albani, cardinale dal 1690 e poi papa Clemente XI (1700-1721). Annibale Tingoli, fratello di Pompeo (+1616) che era il nonno di Domenico Tingoli, aveva sposato Maddalena Gambalunga sorella di Alessandro Gambalunga, il creatore delle biblioteca pubblica riminese.
Alessandro Gambalunga era marito di Raffaella Diotallevi appartenente alla stessa famiglia di Scipione genero di Domenico Tingoli. Una Violante Diotallevi era stata la prima moglie di Pompeo Tingoli. Il quale dalle seconde nozze ha Violante che sposa un Francesco Diotallevi.
Il padre di Domenico Tingoli, Carlo, ebbe come fratello il celebre Lodovico (1602-1669) che sposò Lucrezia Belmonti, alla cui famiglia appartiene un altro console del 1693, Pasio Antonio Belmonti.
Lodovico Tingoli fu aggregato alle più importanti accademie italiane, tra cui quella degli Incogniti di Venezia. E fu autore con suo nipote (acquisito) Filippo Marcheselli detto seniore, de I cigni del Rubicone (Bologna 1673). Filippo seniore (1625-1658) era figlio di Francesco Maria Marcheselli e di Cassandra Belmonti, sorella di Lucrezia moglie di Lodovico Tingoli.
Un altro figlio di Cassandra e Francesco Maria è Giovanni Battista Marcheselli che sposa Ginevra Tingoli, figlia di Lodovico e Lucrezia Belmonti, e che genera Filippo juniore (1665-1711).
Finora si era ritenuto, sulla scorta di Carlo Tonini, che Filippo Marcheselli seniore fosse figlio di una sorella non di Lucrezia Belmonti ma dello stesso Lodovico Tingoli. (La notizia corretta sulla parentela e sin qui inedita, è contenuta nel fascicolo Marcheselli, AP 731, Archivio di Stato di Rimini, Archivio storico comunale di Rimini. Tonini dal fatto che Lodovico Tingoli fosse zio di Filippo seniore, aveva concluso che il giovane fosse nato da una sorella di Tingoli stesso.)

La fiera
sul porto
Alcuni di questi Ebrei pesaresi li ritroviamo appunto nella fiera del 1671 (durata non gli otto giorni previsti, ma undici, da venerdì 22 maggio a lunedì primo giugno), assieme a colleghi di Ancona ed Urbino.
In tutto le ditte di Ebrei intervenute sono otto: tre per Ancona ed Urbino, due per Pesaro, con undici presenze che, sopra un totale di 168 presenze, rappresentano il 6,5%.
Le merci da loro introdotte in fiera con undici presenze totali hanno un valore pari al 28,25% di tutte le merci.
Gli affari invece sono magri: dei 5.914 scudi dichiarati come valore delle merci entrate, essi vendono soltanto il 16, 82%, pari a 995 scudi (cioè il 10,16% del venduto totale, pari a 9.787 scudi).
Gli anconetani vendono 110 scudi su 144; i pesaresi 450 su 1.500, gli urbinati 435 su 4.270. Il totale del venduto è di 995 scudi, su 5.914 di merci introdotte in fiera.
Questi otto mercanti ebrei lavorano nel settore tessile-abbigliamento.
Le loro undici presenze sono il 17,74% di quelle dell'intero settore, pari a 62 dei 168 ingressi complessivi in fiera per i vari settori merceologici. Il tessile-abbigliamento costituisce il 36,9% dell'attività fieristica.
Le 62 presenze dei mercanti del settore introducono merce per 15.643 scudi (sui 20.929 complessivi, pari al 74,74%), e ne vendono 6.684 su 9.791 (68,26%). Rispetto alla media del settore del 68,26, gli ebrei raggiungono, come si è detto, soltanto il 16,82%.
Un confronto fra i tipi di prodotti offerti dagli Ebrei meno favoriti nella fiera riminese e quelli di altri mercanti, non porta a riscontrare differenze di qualità (con conseguente maggior costo) che giustifichino il dato finale. Cioè se gli Ebrei complessivamente vendono di meno, ciò pare dovuto più ad un pregiudizio nei loro confronti che ad obiettivi elementi commerciali.
Se ad esempio consideriamo i panni e le «panine», vediamo che i sette mercanti che li presentano, vendono il 51,3%, contro lo zero del loro collega ebraico Leomber in uno dei suoi tre ingressi in fiera nella quale complessivamente non gli va troppo bene: vende soltanto «seta e pizzi d'oro», immaginiamo ad una clientela più benestante e con meno pregiudizi religiosi nei suoi confronti. Questo aspetto rimanda al discorso sulla distruzione del ghetto nel 1615 operata da una rivolta popolare.

Ancona, Pesaro
ed Urbino
Vediamo nei particolari l'attività di questo mercanti ebraici.
Da Ancona arrivano: Bonaventura Ireni (con «taffettà, bottoni, fasce da marinaro»; venduti 70 dei 100 scudi dichiarati), Samuelle di Salvadore (con «penne da cappello»; non vende nulla dei 4 scudi dichiarati), Iacobbe Leone (con «saie di Bergamo» [panno lucido, sottile e leggero]; vende tutti i 40 scudi entrati).
Da Pesaro provengono due ditte: Leomber e compagno (presenti tre giorni, vendono 400 scudi dei 1.300 dichiarati di seta, pizzi d'oro, «panine diverse» [panni rozzi, di scarso valore], bavella [filamento di seta] e seta); e Salomone e Bandar (con «robba sottile»; venduti 50 dei 200 scudi entrati).
Da Urbino giungono: David di Moiese (presente due giorni, con cotone di Fossombrone, saie francesi, camellotti [panno confezionato con lana mista a pelo di capra], calzette di Fabriano e «diverse robbe» dal valore di 1.200 scudi, di cui 165 venduti), Aron di Michele (lana venduta tutta per 70 scudi), e David Vinante e Sabbà da Castro (vendono 200 dei 3.000 scudi di saie e droghetto [stoffa francese di lana a basso prezzo]).

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