Ebrei da Pesaro a Rimini a fine Settecento

Ebrei di Pesaro a Rimini a fine 1700
Alcuni restano in città. Una di loro si fa monaca nel 1858

Gli Ebrei residenti a Rimini sul finire del XVIII secolo si dichiarano «membri e dipendenti dal ghetto di Pesaro», come scrive il notaio Zanotti nel suo «Giornale di Rimino» relativamente al 1796 (Dolcini, p. 495). Dai documenti della nostra Municipalità risulta che in quell'anno gli «Ebrei dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini» gestiscono cinque ditte, intestate a Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcana Costantini, fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi («il Ponte», 11.12.2005). Un'altra notizia relativa al 1775, tratta dalle cronache riminesi di Zanotti e Capobelli, riferisce di un battesimo conferito all'Ebreo Isacco Foligno.
Partendo da questi dati, siamo andati a cercare elementi di collegamento fra le città di Pesaro e Rimini in un importante studio di Viviana Bonazzoli («L'economia del ghetto», pp. 16-53).

Da Venezia
a Pesaro
Il cognome Foligno si trova attestato a Pesaro: un Elia Foligno nel 1787 figura fra i sindaci ed amministratori della Scuola spagnola del ghetto (p. 24). Due anni dopo, nel 1789, con la stessa carica a Pesaro troviamo indicato Moisé Aron Costantini (ib.). Nei documenti riminesi appaiono Samuel ed Elcana Costantini. La forma corretta per il secondo nome è Elcanà, come ricaviamo sempre da Bonazzoli, nel cui saggio si legge che nel 1716 «Sara Mazor vedova di Moisé di Elcanà Costantini costituisce suo procuratore il suocero», per «poter vendere et alienare li capitali che essa si trova havere in Venezia» essendo il figlio proprio Samuele ancora in età minore (p. 46).
In un testamento pesarese del 1754 si legge che una figlia di Elcanà Costantini era Consola, sorella quindi del ricordato Moisé (marito di Sara Mazor), e vedova di Leone Costantini che le aveva dato due figli, Moisé ed Elcanà. Probabilmente questo Elcanà figlio di Leone e di Consola è quello che incontriamo a Rimini nel 1796. Nel 1754 Consola Costantini designa eredi universali i figli Moisé ed Elcanà, riferendosi ad un capitale «che ella si ritrova avere nella Zecca di Alvina» cioè nel deposito del dazio del vino in Venezia (p, 47). Il richiamo a Venezia per Consola è il secondo dopo quello di Sara Mazor. La città lagunare, scrive Bonazzoli, era la regina dell'Adriatico, e la posizione di Pesaro va collocato nel sistema di scambi fra le due coste, ricordando che la «simbiosi Ragusa-Ancona» era «al tempo stesso complementare e competitiva nei confronti di Venezia». Pesaro ed altri porti adriatici secondari si trovavano «in posizione subordinata e con funzione di centri intermedi di redistribuzione e raccolta - quanto a merci in entrata e in uscita - e di collegamento fra le principali correnti degli scambi e le economie dell'entroterra» (p. 26). Tra gli altri porti secondari della costa occidentale dell'Adriatico, possiamo porre (per motivi che vedremo) anche quello di Rimini.
Sempre secondo Bonazzoli «in relazione a questo contesto adriatico dove mercati intercontinentali, mercati sovraregionali e mercati subregionali si presentano strettamente integrati», va considerato il ruolo del nucleo ebraico di Pesaro (ib.). In quel contesto va pure esaminato il significato del passaggio di alcune famiglie ebraiche da Pesaro a Rimini nel corso del 1700. Renata Segre riferisce che nel secolo XVIII le pelli d'agnello commerciate da Abramo Levi (p. 172) e dirette verso il nord Europa erano imbarcate proprio a Rimini. Se ne parla in un documento romano del 1793. Abramo Levi aveva per le mani la maggior parte di quel prodotto, e «la sua concorrenza suscitava le proteste dell'Università dei pellicciai, ultimi deboli echi di motivi antiebraici delle corporazioni di mestiere».
Sempre a proposito della presenza degli Ebrei a Pesaro (che alla fine del XVIII secolo assommano a circa 450 persone, con un aumento di una quarantina d'unità in mezzo secolo), occorre fare un salto indietro nel tempo. Bisogna riandare al 1555, l'anno della «bolla» di Paolo IV «Cum nimis absurdum» che istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa. In quell'anno Pesaro è sottoposta al dominio del duca d'Urbino, e quindi non è toccata dal provvedimento. Poi nel 1569 Pio V dà il bando agli Ebrei da tutte le sue terre, ad eccezione di Ancona e Roma. La situazione di Pesaro cambia quando nel 1631 cessa il dominio roveresco e la città passa alla Santa Sede per la morte di Francesco Maria II, con un atto di devoluzione firmato dall'arcivescovo di Urbino Paolo Emilio Santori. Anche gli Ebrei di Pesaro diventano quindi sudditi pontifici. Però, come scrive Renata Segre, «avevano motivo di ritenere che la politica di sradicamento [...] non si sarebbe estesa a loro» (p. 155). C'era il precedente verificatosi nei domini estensi che nel 1598 erano passati sotto il governo di Roma. Ma sapevano pure che anche nella Legazione di Urbino come a Ferrara «si sarebbe perseguita con durezza e intransigenza» una politica di isolamenti e conversione. Quindi gli Ebrei di Pesaro continuano a vivere nella città dopo il 1631.

Commerci
e fiere
Circa le loro attività commerciali, Segre spiega che essi frequentano le fiere annuali di Senigallia (a luglio) e di Fermo (in agosto), ma s'indirizzano pure verso il Ravennate dove tentano di sottrarre alla concorrenza degli Ebrei ferraresi «l'attività commerciale attorno al Riminese» (pp. 162-163). Il vescovo di Imola nel 1776 scrive al papa che gli Ebrei si dividono il territorio per non danneggiarsi reciprocamente come fanno i cappuccini quando vanno a cercar le «loro limosine» (p. 180, nota 76). Segre avverte però che in concorrenza con Senigallia ci sono pure le fiere di Rimini, già a partire da metà Seicento (ib.). Su queste fiere e sulla presenza in esse di Ebrei di Pesaro, Ancona Urbino diremo altra volta.
A Rimini sin dal 1500 si teneva una «fiera delle pelli», che possiamo collegare all’attività di Abramo Levi, per la ricorrenza di sant’Antonio dal 12 al 20 giugno, seguìta da quella di san Giuliano (nata nel 1351) nell’omonimo borgo (tra ponte di Tiberio e Celle) dal 21 giugno (vigilia delle festa del santo) sino a tutto luglio: il calendario resta stabile sino all’inizio del 1600, quando soprattutto a causa delle carestie, le due fiere sono spostate fra settembre ed ottobre (Adimari, II, p. 9). Nel 1627 esse come unica «fiera generale» retrocedono dal 15 agosto al 15 ottobre, e nel 1628 si tengono dall’8 settembre all’11 novembre (C. Tonini, «Storia di Rimini», VI, I, pp. 416, nota 1, e 455), assorbendo quella di san Gaudenzio istituita nel 1509 per il mese di ottobre (ib., VI, 2, p. 865). Nel 1656 nasce invece la nuova fiera di sant'Antonio sul porto dal 6 all’11 luglio (scoperta soltanto di recente, Moroni, p. 75; Serpieri, p. 71). Nello stesso anno, non a caso, a «un tal Hebreo Banchiere» si concede di aprire un banco portando con sé la famiglia. Gli Ebrei erano stati cacciati da Rimini nel 1615 dopo una rivolta popolare con distruzione del ghetto. Nel 1666 il Consiglio cittadino rigetta (con 31 no e 14 sì) la richiesta di crearne uno nuovo.
Su questo sfondo di attività commerciali che collegano i vari centri costieri del medio Adriatico, avviene il passaggio per Rimini di mercanti ebraici, e poi il loro stabilirsi (come racconta Zanotti nel suo «Giornale»), «ne soffitti del Palazzo de Conti Bandi [...], situato lungo la via Regia in faccia al palazzo del conte Valloni», quello per intenderci del Cinema Fulgor, all'angolo di corso Giovanni XXIII.

Notizie anche
per l'Ottocento
Qui troviamo, come abbiamo scritto sopra, Abram e Samuel Levi. Il cognome Levi a Pesaro è presente in vari documenti citati da Bonazzoli. Il nostro Moisé di Bono Levi potrebbe esser figlio di Diamante a cui si riferisce un atto del 1788 dove la donna è detta vedova di Bono Levi (p. 20). L'atto si riferisce alla divisione dell'inquilinato perpetuo di una casa nel ghetto (o «jus gazagà», concesso dietro corresponsione di un canone annuo ai proprietari cristiani delle abitazioni), sino a quel momento posseduto «ab indiviso». Alla divisione partecipa anche Ester vedova di Moisé Samuel Levi. Il Samuel Levi riminese potrebbe essere un suo nipote. Nel 1792 a Pesaro è citato un Abram Levi (altro nome riminese), sindaco della locale «compagnia della Carità della scuola itagliana di questo ghetto».
Nel 1779 a Pesaro sono ricordati Elia Foligno e Salomon Mondolfo (p. 24). Questi due cognomi ricorrono di frequente a Pesaro fra 1600 e 1700. A Rimini si parla di «fratelli Foligno», per cui ogni ulteriore approfondimento è impossibile, allo stato della ricerca. Nel 1842 un Giuseppe Foligno di Pesaro è citato in un avviso a stampa di Rimini come «creditore pignorante» (SG 232). Circa i Mondolfo scrive Bonazzoli: «Frequentissime sono le relazioni fra i mercanti del ghetto di Pesaro e gli ebrei residenti a Venezia, dove le principali ditte hanno procuratori o corrispondenti; così, solo a titolo di esempio, il 21 marzo 1678, Gabriel e Isac Mondolfo sono in relazioni commerciali con Isac Baldoso, anche lui esponente di una famiglia sefardita [proveniente dalla Spagna, n.d.r.] di rilievo e stretto interlocutore dei Costantini» (p. 31). Gli stessi Costantini sono una «importante famiglia serfardita veneto-candiota» (p. 30).
Le relazioni all'interno della comunità ebraica e delle singole famiglie sono destinate a produrre riflessi pure all'interno delle città che esse toccano con i loro commerci o che abitano stabilmente. Da ciò si comprende l'importanza che, per ricostruire meglio la storia riminese, ha l'esame della presenza ebraica in città: sul quale argomento purtroppo non c'è molto da leggere.
Quando nel 1888 pubblica il secondo tomo della sua storia, Carlo Tonini denuncia il «fitto bujo» addensatosi nella memoria dei concittadini a proposito delle vicende ebraiche, e chiede scusa «se a taluno sembrasse che fossimo stati troppo minuti» nel raccontarle (p. 763). A molti esse interessavano soltanto quando per qualche «israelita» si addiveniva alla conversione. Succede per Rosa Levi che il 22 aprile 1852 riceve il Battesimo come Maria Matteini, e nel 1857 entra nel monastero di Santa Catterina di Forlì dove il 9 dicembre 1858 professa i voti, fornendo allo stesso Carlo Tonini l'ispirazione per una ode a stampa (SG 10-12).

Nota bibliografica

R. Adimari, «Sito riminese», Brescia 1616
V. Bonazzoli, «L’economia del ghetto» in «Studi sulla comunità ebraica di Pesaro», a cura di R. P. Uguccioni, Pesaro 2003, pp.16-53
M. Moroni, «Il porto e la fiera di Rimini in età moderna » in «Tra San Marino e Rimini: secoli XIII-XX», San Marino 2001, pp- 43-93
R. Segre, «Gli ebrei a Pesaro sotto la Legazione apostolica» in «Pesaro dalla devoluzione all’illuminismo», Venezia 2005, pp. 155-186
A. Serpieri, «Il porto di Rimini dalle origini ad oggi tra storia e cronaca», Rimini 2004
SG = Schede Gambetti, Biblioteca Gambalunga di Rimini (Ringrazio la dottoressa Cecilia Antoni della Gambalunga per la ricerca del materiale qui utilizzato.)

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