Giovanni Bianchi (Iano Planco), 1693-1775, medico e scienziato

 Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775)

medico e scienziato

BREVE BIOGRAFIA DI IANO PLANCO. (Conferenza tenuta presso il Planetario di Ravenna il 3 maggio 2001)

 

1.
Iano Planco è lo pseudonimo assunto (ufficialmente per questioni di omonimia), dal medico riminese Giovanni Paolo Simone Bianchi, vissuto dal 1693 al 1775. Le usanze letterarie del suo tempo prevedevano un nom de plume, che talora è anche una specie di maschera. Bianchi non vi si sottrae, anzi sembra abusarne, se per intervenire «pro Iano Planco» si firma poi Simone Cosmopolita.
L’incarico più alto da lui assunto, è quello di cattedratico di Anatomia umana all’Università di Siena dal 1741 al ’44, a cui fu chiamato dal Granduca di Toscana grazie a meriti, e non a suoi «maneggi», come lo stesso Bianchi sottolinea con orgoglio. Bianchi godeva allora di notorietà scientifica anche per un trattato apparso a Venezia nel ’39, il De Conchis minus notis liber, sui foraminiferi.
E’ figlio di un farmacista, Gerolamo, che gestiva a Rimini la Spetiaria del Sole, e che scompare nel 1701 quando Planco ha otto anni. I suoi primi studi li compie presso il Collegio dei Gesuiti. All’Università arriva nel novembre 1717. Si laurea in Medicina e Filosofia meno di due anni dopo, il 7 luglio 1719.
In un’autobiografia latina pubblicata a Firenze nel 1742, Bianchi si racconta come un ragazzo prodigio, tutto rivolto agli studi, e dotato di eccezionali capacità. In casa, invece, come emerge da lettere dei suoi famigliari, che ho pubblicato nel 1993, lo giudicano un perdigiorno che frequenta cattive compagnie. Anche l’immagine che, della famiglia Bianchi, risulta da questo epistolario, è diversa rispetto a quella che Giovanni ci offre nei suoi scritti.
Il padre gli lascia in eredità soltanto debiti. Ha tre fratelli: di sei, due ed un anno. Sua madre ne ha 29. A prendere le redini della Spetiaria del Sole, è Francesco Bontadini da Ravenna, che si firma «aromatarius» (profumiere) ed «agente del Sig. Bianchi». La madre, Candida Cattarina Maggioli, scompare prima che Giovanni si trasferisca a Bologna. Francesco Bontadini, da commesso diventa una specie di secondo padre per Planco. Le lettere che gli invia a Bologna, contengono precetti pedagogici che avrebbero dovuto calmare le sue giovanili inquietudini, e che si ispirano al binomio «lamore al studio et anco il timor di Dio».
L’autobiografia latina del 1742 è anonima. Essa è impostata da Bianchi come una vera e propria opera letteraria, seguendo precisi modelli che appartengono sia al genere biografico sia a quello autobiografico. Da questa specifica e composita impostazione tecnica, deriva lo scarto tra le notizie rintracciate nell’epistolario famigliare, e quelle che lui stesso ci offre nell’opera. Il fondamentale (e segreto) significato di quel testo, non è mai stato ovviamente colto dai suoi numerosi, saccenti (e non disinteressati) avversari. Costoro seppero soltanto accusare Bianchi (in modo fin troppo facile), di millanterie da doctor gloriosus, da medico vantone, per quanto egli narra nell’autobiografia.
Sottolineerei un altro aspetto, che obiettivamente pare di grande importanza. Se in quelle pagine la verità cede il passo all’invenzione, ciò accade non soltanto per motivi di imitazione letteraria, ma pure per una questione che chiamerei esistenziale, cioè per un bisogno di rimozione psicologica di momenti vissuti e ripensati con umiliazione e dolore. Sono i momenti dell’infanzia povera, dell’adolescenza disordinata, del bisogno di trovare una strada per la propria vita: e questo avviene soltanto quando Bianchi va a Bologna, a 24 anni, su consiglio di un insegnate del Seminario riminese, mons. Antonio Leprotti, che era anche medico (e fu poi archiatro pontificio).
Credo che per interpretare pure certe sue successive (ed eccessive) ambizioni, sia necessario affrontare il personaggio alla luce di questi documenti, e non limitarsi alle vecchie biografie dell’ultimo Ottocento, moralistiche, pedanti, e persino reticenti per timore di scalfire il monumento che Planco si era eretto con l’autobiografia.


2.
Bianchi è uno scienziato enciclopedico. Vuole occuparsi di tutto: dalla botanica alla zoologia, dall’idraulica all’antiquaria. Pratica la Medicina pure come medico pubblico di Rimini, con un successo che lo fa richiedere per consulti nelle città vicine della Romagna. Dal 1720, sia a Rimini sia a Siena, gestisce un Liceo privato. Gli allievi studiano come materia obbligatoria e comune Medicina, e poi Logica, Geometria, e Lingua greca. «La nostra setta», chiama questa scuola uno di loro. Un altro parla di «Bianchisti», con l’orgoglio di appartenere ad una comunità eletta, sul modello degli antichi circoli filosofici. Da fuori, però si accusa questa «Scuola di Rimino» di segnare le proprie pagine con «velenoso inchiostro», «quando per essa vuolsi a qualchuno stringer adosso il giubbone, o quando si pretende avilirlo» [lettera del forlivese dottor Vincenzo Galbani a Bianchi].
L’Anatomia è la materia principe del suo operare scientifico. Bianchi considera l’Anatomia «il fondamento della Filosofia naturale, siccome lo è per certo della Medicina e della Cirurgia». Ma nello stesso tempo, come Malpighi (maestro di Anatomia comparata e di Embriologia), definisce la Filosofia sperimentale uno dei fondamenti «della vera Medicina Prattica». La Filosofia finisce per essere qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe, un’indagine che trovi in se stessa gli strumenti con cui operare, e gli orizzonti entro cui muoversi. Per Planco, la Filosofia, anziché ancilla della Teologia, lo è delle Scienze mediche e naturali.
Tra le affermazioni di Planco si crea non un circuito logico, ma una concatenazione retorica in cui si perdono di vista i collegamenti razionali tra le discipline, e li si sostituisce con un erudito gioco linguistico, che, mutando gli aggettivi, crede di poter determinare diversi campi gnoseologici e differenti criteri epistemologici. E’ il procedimento opposto rispetto a quello degli Enciclopedisti francesi, per i quali in principio c’è la Ragione, da cui derivano «Filosofia o Scienza».
Filosofia naturale e sperimentale, agli occhi di Bianchi, sono realtà molto differenti (come voleva anche la parte meno aggiornata della cultura del suo tempo), mentre, in senso moderno, il loro significato teorico è lo stesso. La distinzione tra Filosofia naturale e sperimentale non regge davanti agli esiti della Scienza Nuova che è, allo stesso tempo, Natura ed esperimento. Ciò che Galileo ha unito, Bianchi divide.
In uno scritto autobiografico anteriore a quello latino del 1742, Bianchi ricorda la sua giovanile esperienza quale segretario dell’Accademia vescovile del cardinal Davìa. In tale scritto, egli usa come intercambiabili i termini di Erudizione e Filosofia, all’interno dello stesso contesto e della medesima definizione. Per i «dotti» del suo tempo, ai quali tanto rassomiglia, Filosofia e Scienza sono sinonimi. Dunque, per elementare sillogismo, con Planco si finisce col porre sullo stesso piano anche Erudizione e Scienza. Il che è, per noi posteri, un bel guazzabuglio dell’intelletto umano, considerato soprattutto il fatto che Bianchi usa poche volte la parola Scienza, preferendole di gran lunga il termine Filosofia, in quell’accezione ambigua (appena considerata), per cui essa finisce per imparentarsi od incarnarsi addirittura con la Erudizione stessa.
L’Erudizione di cui parla Planco, è quella che Ezio Raimondi definisce «oratoria o all’antica», secondo un concetto umanistico; e del tutto diversa dal principio muratoriano di un’Erudizione «di gusto moderno, sul tipo scientifico», che si traduce in metodologia innovativa, «legata allo spirito critico e nutrita di ragione moderna».


3.
Ai tempi di Bianchi, lo studio dell’Anatomia comporta, in campo medico-filosofico, qualcosa di paragonabile alla rivoluzione copernicana. Gli ambienti ecclesiastici inevitabilmente ne osteggiano insegnamento e pratica, perché essa mette in crisi l’impianto aristotelico-tomista delle loro scuole. Ciò contribuisce a creare attorno a Bianchi un clima di ostilità, a cui concorre pure il fatto che il suo Liceo privato è in concorrenza con le attività pedagogico-istruttive del clero. L’attrito alla fine provoca una scintilla, e la scintilla suscita l’incendio.
Nel 1745, dopo il ritorno da Siena, Bianchi rifonda a Rimini la celebre accademia dei Lincei, creata da Federico Cesi nel 1603, e silente dal 1630. Essa sarà attiva almeno fino al 1765, con ventuno accademici e trentuno dissertazioni documentate da mie recenti ricerche.
Tra gli accademici ne ho scoperto uno sinora mai citato, il ravennate Giuseppe Zinanni, autore di una sconosciuta dissertazione del 1747, La generazione delle lumache terrestri, conservata nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini [fasc. 221, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, ad vocem Bianchi Giovanni].
L’attività dei Lincei riminesi procede apparentemente tranquilla sino al 1752, quando (per l’ultimo venerdì di Carnovale), Bianchi organizza una radunanza speciale. Prima fa esibire una giovane e bella cantante romana, Antonia Cavallucci, poi recita un suo discorso intorno all’Arte comica. Il vescovo di Rimini presenta a Roma quelle che un corrispondente di Bianchi chiama «illustrissime e reverendissime insolenze» per il concerto di Antonia Cavallucci. Pure il terribile teologo domenicano padre Daniele Concina si scaglia contro la giovane, gratificandola del grazioso titolo di «puttanella», per il semplice fatto di lavorare come attrice. Il qual mestiere, per padre Concina, equivaleva all’esser parte di una schiera di creature diaboliche, responsabili del traviamento di tanta nobile gioventù che perdeva così anima e patrimonio.
In fretta e furia, a Roma, presso la Sacra Congregazione dell’Indice, s’istruisce un processo contro Bianchi, che si conclude con la condanna del discorso sull’Arte comica. Bianchi ottiene da papa Lambertini, Benedetto XIV (con il quale poteva vantare un’antica amicizia), che la condanna rechi soltanto il titolo dell’opera, e non anche il nome dell’autore.
Tra le carte di Bianchi nella Biblioteca Gambalunghiana, ho rinvenuto un inedito sonetto anonimo, di sua mano (scritto o ricopiato da lui, non so): è una satira contro lo stesso Benedetto XIV. Per capirne lo spirito, basta citare la prima quartina:

Ma cazzo! Santo Padre ogni ordinario
ci vengono nuovi guai, nuovi pericoli,
e voi posate quieto il tafanario
grattandovi i santissimi testicoli.

Bianchi, per la condanna all’Indice, era stato accusato di aver fatto l’apologia della religione protestante, più libera in materia di teatro rispetto al controriformismo cattolico. In sostanza Planco, da buon erudito, aveva soltanto difeso la tradizione classica, ponendosi due domande semplici, ma fondamentali: se la Chiesa permette la lettura delle commedie di Plauto e di Terenzio, perché nega il permesso della loro rappresentazione? Perché debbono essere considerati «infami» qui comici che «le rappresentano venalmente», mentre «diventano onesti quei che le rappresentano gratis?». Ciò che, di Planco, dava in realtà fastidio agli ecclesiastici, erano i suoi studi scientifici come quell’epistola del 1749 (edizione a stampa di una dissertazione lincea), dedicata ai «mostri». In essa, si mette in dubbio il concetto di perfezione naturale del sistema aristotelico-tomista.
L’opera sui «mostri» è oggi considerata il più importante scritto scientifico di Bianchi [De Carolis].
L’insegnamento svolto da Planco e l’attività dei suoi Lincei, potevano facilmente essere accusati di allontanarsi dall’ortodossia (teologica e filosofica) della Chiesa: questo fatto inquieta il clero cittadino che approfitta della «scandalosa» apparizione di Antonia Cavallucci nel Carnovale del ’52, per vendicarsi, creare un scandalo, imbastire un processo, preparare e far pronunciare una condanna formale. Una condanna che, però, Roma dimentica quando sul trono di Pietro sale Giovanni Vincenzo Ganganelli, papa Clemente XIV, che Bianchi aveva educato tra le proprie mura domestiche, e dal quale egli è addirittura nominato archiatro segreto onorario, in segno di stima per la sua attività di studioso e di educatore, con l’ordine di raddoppiargli lo stipendio che Rimini gli passava quale medico primario della città.
(Altro famoso ecclesiastico allievo di Bianchi, è il cardinal Giuseppe Garampi, nunzio apostolico e grande studioso di Storia).
Per la dissertazione sull’Arte comica, Planco riceverà nel 1761 gli elogi addirittura da Voltaire: «Vous avez prononcé, Monsieur, l’eloge de l’art dramatique, et je suis tenté de prononcer le votre», comincia una lunga lettera del filosofo francese, in cui è esposta una difesa del teatro e della sua funzione nella società. Il messaggio di Voltaire forse infastidì ancor di più gli ecclesiastici riminesi che, alla morte di Bianchi, cercarono di ostacolare la pubblicazione della Orazion funerale composta in suo ricordo da un ex allievo, il sacerdote Giovanni Paolo Giovenardi, passato alla storia per aver difeso, assieme allo stesso Planco, il fiume Uso quale «vero Rubicone degli Antichi». Giovenardi racconta che, per il nipote di Bianchi, Gerolamo, medico all’ospedale della città, si temeva una «vendetta trasversale» del vescovo di Rimini, nel caso avesse contribuito a diffondere l’opuscolo in ricordo dell’illustre zio.


4.
Un altro lavoro, Bianchi poteva considerare a suo vanto: la Storia medica d’una postema nel lato destro del cerebello, dove dimostra che una lesione del cervelletto provoca segni neurologici nel corpo dalla stessa parte del lobo offeso, e non in quella opposta come accade per il cervello. (Oggi sappiamo che il ruolo principale del cervelletto è il coordinamento e l’apprendimento motorio.) Per effettuare l’autopsia dell’involontario protagonista di quel caso medico (il contino Giambattista Pilastri di Cesena, di soli nove anni), Planco deve scontrarsi con due chirurghi cesenati, che egli definisce semplici «barbieri».
La Storia medica è un testo del 1751 che trae origine da una dissertazione accademica lincea dello stesso anno, anticipata però in appendice alla seconda edizione del trattato sui mostri. Secondo il celebre Morgagni, già il proprio maestro Antonio Maria Valsalva aveva sostenuto la diversità tra cervello e cervelletto, circa le conseguenze delle offese subìte, dandone «la vera dimostrazione anatomica e clinica». E Morgagni scrive a Bianchi: «A me parve degna di lode la Diligenza di Lei in riosservare attentamente ciò che tanti altri Notomisti osservando, non avevano con pari esattezza descritto». Morgagni, in sintonia con il proprio carattere ilare, sembra quasi sottintendere un ironico accenno ad una ‘scoperta dell’acqua calda’ fatta da Bianchi.


5.
In tutte le biografie di Planco si ricorda che egli avversò l’inoculazione del vaiolo. Di recente ho pubblicato una lettera di un suo allievo, dalla quale appare che Bianchi nel 1766 ritratta «la sua contrarietà» all’argomento, cedendo «all’evidenza» dei fatti.
Questo allievo è Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-92), considerato l’ispiratore della «bolla» con cui papa Ganganelli nel 1773 decreta la soppressione della Compagnia di Gesù. Amaduzzi fu anche autore di tre importanti discorsi filosofici, uno dei quali almeno merita di essere citato, quello sulla Filosofia alleata della Religione (1778). Per esso Amaduzzi finisce in sospetto di eresia, avendo sottolineato l’importanza del nuovo pensiero di Locke, autore già all’Indice dal 1734. Amaduzzi collabora intensamente con i cosiddetti giansenisti italiani, per usare una definizione ambigua, al posto della quale sarebbe meglio di parlare, come faceva Rodolico, di cattolici che si opponevano a condanne e persecuzioni. Il Giansenismo era stato condannato nel 1713 con la «bolla» Unigenitus di Clemente XI.
A salvare Amaduzzi è la protezione di un altro pontefice romagnolo, Pio VI, successore di Ganganelli. (Clemente XIV aveva nominato Amaduzzi docente di Greco alla Sapienza, e Sovrintendente alla Stamperia di Propaganda Fide, dietro raccomandazione di Planco).
Amaduzzi non fu soltanto un erudito raffinato, come aveva appreso alla scuola di Bianchi, ma sempre dimostrò un acceso spirito critico in campo filosofico, che non risparmia neppure il suo maestro. (Dopo la sua morte, Amaduzzi celebra Planco con un Elogio sull'Antologia Romana, in cui si legge: «Mancò di un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualche paralogismo», cioè a sillogismi falsi con apparenza di verità.) Con i propri discorsi filosofici, Amaduzzi rovescia le posizioni emergenti dalle leggi accademiche dei Lincei planchiani. In queste leggi, la lettura delle opinioni dei «dottissimi filosofi» ed «uomini eruditissimi» si antepone all’«investigazione della stessa natura».
Con questi princìpi Bianchi accantona il metodo della «sensata esperienza». Ne deriva una totale divergenza tra la sua pratica scientifica in campo anatomico, ed il suo modus operandi di accademico linceo. In tal modo, Planco in ambito teorico nega i presupposti di quella stessa pratica scientifica. Per questo motivo egli si colloca tra vecchia erudizione e Nuova Scienza, in una posizione che ha parecchie ombre oltre a molte luci, e che rispecchia fedelmente il complessivo andamento di un processo più generale che caratterizza la storia del pensiero settecentesco. Sopravvive talora in lui una particolare concezione della cultura, intesa come riservato dominio dell’uomo dotto, il quale ha il privilegio di sentenziare grazie al suo ruolo di maestro, e non per il valore dei risultati a cui perviene.
Il superamento dei limiti teorici e dottrinali delle leggi lincee, avviene (in ambito locale) grazie ad un altro scienziato che fu allievo di Bianchi, e che oggi è purtroppo non molto ricordato, anche se nel ’700 ebbe fama europea. Si tratta di Giovanni Antonio Battarra. Egli scopre che la generazione dei funghi procede «per semenza e non spontaneamente dalla putredine». Battarra applica correttamente il metodo di indagine sperimentale nei confronti di quella Natura che, con i suoi misteri, tanto appassiona Planco.
Al proposito, Bianchi scrive: «la Natura pare che ami di far palesi a poco a poco i suoi segreti». E’ una sentenza che, con una formula di apparente perfezione, sembra sigillare tutto il discorso scientifico in una solennità che dovrebbe spingerci a considerare la Natura quale depositaria della Sapienza da essa somministrataci. L’opinione di Planco rimanda al pensiero di Epicuro, secondo cui le cose si rivelano a noi attraverso il «flusso» che esse emettono; pensiero che Bianchi aveva conosciuto certamente attraverso Diogene Laerzio: «è per la penetrazione in noi di qualcosa dall’esterno che vediamo le figure delle cose e le facciamo oggetto del nostro pensiero».
Quanto l’immagine della ricerca scientifica offertaci da Bianchi, sia distante dalle pagine che in quegli anni apparivano nell’Encyclopédie, lo dice il confronto di essa con una semplice citazione da Diderot: «Noi disponiamo di tre mezzi principali: l’osservazione della natura, la riflessione e l’esperimento. L’osservazione raccoglie i fatti; la riflessione li combina; l’esperimento verifica il risultato di questa combinazione. Occorre che l’osservazione della natura sia assidua, che la riflessione sia profonda e che l’esperienza sia esatta. Di rado si trovano uniti questi mezzi; ed anche i geni creatori non sono comuni.»

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