Lincei riminesi di Iano Planco 1745

Antonio Montanari. L’Accademia dei Lincei riminesi (1745). Breve storia con in Appendice una biografia del suo «restitutore» Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775)

1. L'anello di Galileo
E' di Iano Planco la prima storia a stampa dei Lincei

Nel 1603 avvenne la fondazione dell'Accademia dei Lincei. Essa risorse a Rimini nel 1745 per opera del medico e scienziato Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775) che della celebre istituzione romana aveva scritto in precedenza una breve storia, intitolata «Lynceorum Notitia», la prima apparsa a stampa.
Questa storia esce nel 1744 come premessa al Fitobasano di Fabio Colonna, pubblicato a cura dello stesso Bianchi a Firenze: l'opera studia le piante più rare note agli antichi, cercandone il corrispondente nome moderno. Colonna aveva 24 anni quando, a sue spese, la licenziò nel 1594 a Napoli, dove era nato (e morì nel 1640). Osserva la storica e bibliotecaria Paola Delbianco che «la pubblicazione dell'opera lo portò al dissesto finanziario, anche perché, per la prima volta in un'opera di botanica, volle sostituire le comuni immagini silografiche con incisioni in rame da lui stesso preparate con grande maestria» (cfr. Le Belle Forme della Natura. La pittura di Bartolomeo Bimbi (1648-1730) tra scienza e ‘maraviglia’, pp. 146-147).
Anche Bianchi paga di tasca propria la ristampa fiorentina del 1744: le spese assommarono a «cinquecento e più ducati», come leggiamo in una sua lettera. Planco non riuscì a recuperare nulla di questa cifra, stando a quanto gli scrive proprio da Firenze Giovanni Lami, direttore delle «Novelle Letterarie», il 26 dicembre 1744: «neppure uno è venuto a ricercare il suo Fitobasano, che è un'opera degnissima, e di più da Lei illustrata, e adorna a meraviglia». Era stato lo stesso Lami ad anticipare nel suo periodico il 4 ottobre 1743 che Bianchi stava allora lavorando in Firenze alla ristampa del libro di Colonna, «in tempo di vacanze» dell'Università: in quel periodo Planco insegnava a Siena Anatomia umana.
Sulle «Novelle» si presenta la fatica di Bianchi il 14 agosto 1744, scrivendo: «Il celebre Sig. Giovanni Bianchi Ariminese, il quale tre anni sono fu chiamato dalla Munificenza dell'Altezza Reale del presente Gran Duca nostro Gloriosissimo Sovrano a professare l'Anatomia nella illustre Università di Siena, dà frequente occasione co' suoi dotti scritti d'adornare queste Novelle, facendo egli onore a se stesso, e all'Italia nostra insieme».
Nella seconda parte dell'articolo (21 agosto 1744), in riferimento ai Lincei, leggiamo che «dopo la morte del Cesio [1630], e dopo l'accidente occorso l'anno dopo in Roma al Galileo, [...] cominciò l'Accademia a mancare». Bianchi vuole però dimostrare, come vedremo, che anche successivamente al 1630 i Lincei continuano a svolgere la loro attività scientifica.
Nel cap. XX della «Lynceorum Notitia», premessa al Fitobasano, Bianchi, in base a «carte fogheliane» (opera cioè di Martino Fogel di Hannover), elenca tre lincei riminesi del XVII sec., Francesco Gualdi, Francesco Diotallevi, Francesco Battaglini. Carlo Tonini, nella sua «Coltura» (pp. 87-88, 133, 192), riporta la smentita di monsignor Gaetano Marini a tali tre nomine lincee.
Bianchi si era procurato la copia delle 162 «carte fogheliane» tramite il nobile di Livonia Diedrick Zimmermann, con cui fu in corrispondenza. Un altro testo di cui Planco si servì, è il manoscritto intitolato «Brevis historia Academiae Lynceorum» (1740) di Giovanni Targioni Tozzetti (cfr. G. GABRIELI, Contributi alla storia dell'Accademia dei Lincei, Roma 1989, pp. 247-248). Targioni fu direttore dell'Orto Botanico e prefetto della Biblioteca Magliabecchiana di Firenze.
Bianchi usa questo testo senza però citarlo. Molti anni dopo, nel 1752, Targioni invia una garbata protesta a Planco, ipotizzando che il suo manoscritto fosse stato inviato a Bianchi «verisimilmente senza il mio nome» da un antico maestro riminese di Planco, monsignor Antonio Leprotti, a cui egli l'aveva in precedenza inoltrato. Invece Leprotti il 18 novembre 1739 aveva espressamente dichiarato a Bianchi che l'«Istoria dell'Accademia dei Lincei» trasmessagli era «del Sig. Targioni di Firenze».
Targioni osserva: «Mi trovo spesso a vedere alcuni far uso di mie fatiche e scoperte, senza che io glie le abbia gentilmente comunicate, e neppure si degnano nominarmi: io non me ne offendo punto, anzi, confesso il mio peccato, internamente mi sento qualche accesso di superbia».
Planco aveva iniziato a preparare la ristampa del Fitobasano nel 1739, cioè due anni prima di andare ad insegnare a Siena, dove rimane fino al novembre 1744. Bianchi il 21 ottobre 1739 inoltra a Roma la richiesta «per avere e ritenere per sei mesi le Opere di Fabio Colonna che sono in Biblioteca Gambalunga, per farle ristampare»: ne parlano le lettere scambiate con Leprotti il quale gli ottiene il permesso. Il 26 novembre 1739 Bianchi chiede a Leprotti di procurargli un'autorizzazione più generale per potersi «servire in casa de' Libri della Biblioteca Gambalunga»: «sarà una cosa molto comoda a miei studi perciocché nell'ora che si tien aperta quella Libreria io il più non ci posso andare». Il 10 dicembre lo sollecita per un permesso «che non sia ristretto ad alcun libro particolare, e che si distenda per ogni tempo, ristringendosi solo che io debba lasciar la ricevuta di ciascun libro che prenderò in mano».
La lettera del 26 novembre a Leprotti, dove Bianchi riferisce della difficoltà di trovare notizie sui Lincei e su Federico Cesi, merita di essere citata ulteriormente. Intorno ai Lincei, per comporne la breve storia da premettere al Fitobasano, scrive: «Credo che basterà quello che s'era trovato finora. Al più si potrebbe vedere se si potesse ritrovare uno di quegli Anelli col Lince che loro serviva di divisa, il quale si potrebbe far incidere». Bianchi suggerisce di svolgere la ricerca a Firenze, «appresso gli eredi del Galileo»: il quale, aggiunge, era «stato condannato in Roma» nel 1631, l'anno dopo la morte del «Principe Cesi autore dell'Accademia». In realtà la condanna di Galileo è del 1633, per il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo uscito nel febbraio '32.
Dopo i due eventi «questa Accademia patisce una grande eclisse, contuttocciò» il suo nome si andava mantenendo, poiché «verso l'anno 1650» apparve un testo con scritti di alcuni accademici lincei (apertamente dichiarati come tali) e dello stesso Colonna: si tratta di un trattato su piante, animali e minerali messicani di Francisco Hernandez (1517-1587), curato dal medico napoletano Marco Antonio Recchi (XVI sec.), e pubblicato a Roma nel 1651, in cui appare pure un elogio di Galileo (datato 1625). Questo volume, ideato da Federico Cesi, uscì postumo a causa di «intoppi, contrarietà e lentezze» che s'aggiungono alla sua scomparsa, per opera di Francesco Stelluti «l'unico superstite dell'avventura del 1603» (cfr. E. RAIMONDI, Scienziati e viaggiatori, «Storia della Letteratura Italiana Garzanti», V, p. 238).
La lettera di Bianchi prosegue: «Bisognerebbe trovare qualche cosa di più intorno di Fabio [Colonna] che è la cosa principale che si cerca, cioè quanto vivesse, dove sia morto, e sepolto. Scrittor alcuno non ne parla, almeno costì in Roma, o in Napoli si dovrebbe ritrovar persona che per indizio de' loro maggiori n'avessero udito a parlare. Io mi ricordo che una mia Avola paterna che morì 30 anni sono d'ottantacinque mi raccontava di monsignor Angiolo Cesi nostro Vescovo il quale doveva esser Fratello dell'Autore dell'Accademia de' Lincei, che era uomo di santa vita, come egli di sé predicava, e altre cose». Angelo Cesi è realmente fratello di Federico, e fu vescovo della nostra città dal 1627 al 1646.
Circa la «Lynceorum Notitia», in lettera senza né data né destinatario, Bianchi osserva come essa esamini «le principali gesta di que' valorosi uomini, e il principio, e il progresso della Filosofia moderna che i Lincei suscitarono sulla scorta del Galileo, del Cesio, del Colonna, e di tant'altri valorosi uomini di quel consesso».
Nel «Lynceorum Catalogus», a p. XXVII della premessa al Fitobasano, Bianchi scrive su Federico Cesi: «Telescopium, Microscopiumque vel invenit, vel inter primos eorum usum propagavit, eaque his nominibus donavit». Di qui l'accusa a Planco (da parte di D. Vandelli) di aver errato, sottraendo a Galileo il merito dell'invenzione del cannocchiale. Vandelli, docente «delle Matematiche» nell'Università di Modena, inoltre incolpa Bianchi di aver omesso il nome di Alessandro Tassoni nel «Lynceorum Catalogus». Vandelli porta come fonte autorevole L. A. Muratori, anche se riconosce che quel nome manca nell'elenco ufficiale del 1625.
L'edizione fiorentina del Fitobasano, secondo quanto scoperto da Paola Delbianco (op. cit.), è accompagnata da un'altra uguale (esistente in Gambalunghiana), che reca il nome dello stesso tipografo, Pietro Gaetano Viviani, però sotto la "falsa data" di Milano.
 
 
2. Rimini-Siena, e ritorno
Alle origini dei Lincei di Iano Planco

Perché Giovanni Bianchi, ritornato a Rimini nel novembre del 1744, decide di ripristinare nella propria città l’Accademia di Cesi? Bisogna fare un passo indietro nel tempo, ritornando al 1741, quando Planco va ad insegnare a Siena. L’amico padre teatino Paolo Paciaudi, al momento della sua decisione di accettare la Cattedra di Anatomia umana in quell’Università, lo aveva sconsigliato: «Se fusse o Firenze o Pisa direi: andate pure… Ma Siena, Siena che decoro può recarvi? [...] bisognerà che vi apprestiate a sostenere le maledicenze dell’invida genìa de’ paesani di Siena professori della vostra scienza. Già si sa che dove il Forestiero è solo a primeggiare ha da essere inquietato da’ Nazionali».
E’ interessante la risposta di Bianchi: «Io come Filosofo non mi sono mai affezionato a niuna cosa in particolare; ma essendomi dilettato di varj studi, colà io attenderei a quelli che io potessi, dove qui io non posso per così dire attendere ad alcuno, tutto il giorno essendo occupato in cure tediose di malati senza alcun profitto. Questa è una città che dà ai Medici il medesimo incomodo che Roma, e ogni altra gran città, ma il premio è senza alcun paragone infinitamente minore».
La partenza di Bianchi da Rimini verso la città toscana, è come una fuga da un ambiente che egli sentiva oppressivo, e che non lo appagava (e non soltanto pagava, come lui stesso osserva). Nel ’41, Planco gode già di una discreta fama. La chiamata a Siena, scriverà più tardi, è avvenuta senza alcun suo «maneggio». Tutto merito, quindi, della sua cultura e dei suoi studi. Due anni prima, nel ’39, a Venezia ha pubblicato il «De conchis minus notis liber», dove parla dei Foraminiferi («protozoi marini provvisti di un guscio calcareo di forma varia», spiega il dizionario), rendendo famoso il nostro Covignano per i Corni d’Ammone, molluschi cefalopodi fossili che egli vi ha ritrovati.
Il «De conchis» ebbe importanza europea come possiamo ricavare dalle «Novelle letterarie» fiorentine del 12 aprile 1743, dove leggiamo che Bianchi, per le sue scoperte in questo campo, venne definito «Linceo» da Gian Filippo Breynio, professore di Storia Naturale in Danzica. Il giudizio di Breynio può esser considerato una specie di suggerimento a Bianchi: il quale, vedendosi così grandemente elogiato, non può non aver pensato ad un’impresa che eguagliasse in fama quella dell’Accademia di Cesi.
La chiamata alla Cattedra senese significò per Bianchi non soltanto soddisfare la sua ambizione, ma anche affrontare un’esperienza resa difficile dalle polemiche che egli suscitò nell’ambiente accademico sia con le accuse di ignoranza indirizzate ai colleghi universitari, sia con le vanterie contenute nell’autobiografia latina anonima, pubblicatagli da Giovanni Lami nel ’42 a Firenze. L’ostilità e la diffidenza che nacquero attorno alla sua persona, lo convinsero a ritornare nella natìa Rimini alla fine del novembre 1744.
Bianchi motiva il suo rientro in patria con l’accettazione di una duplice offerta fattagli dalla comunità di Rimini: la concessione della «cittadinanza nobile, e lo stipendio di scudi 200 annui per la sola permanenza». In realtà, allo stipendio doveva corrispondere un preciso impegno di lavoro con l’incarico di «medico primario condotto». (L’incarico, inizialmente confermato di sei anni in sei anni, diventa a vita il 28 agosto 1769.)
Il Consiglio civico ha espresso 42 voti favorevoli e 3 contrari. La stessa offerta della cittadinanza nobile e dello stipendio, gli era già stata fatta in precedenza, il 7 ottobre 1741: in un documento di Bianchi, leggiamo che egli la rifiutò perché «volle andare, e leggere la notomia pubblicamente in Siena per tre anni, insegnando insieme colà diverse altre cose privatamente». Giuseppe Garampi il 16 marzo 1743 ha scritto a Bianchi: «Ho udito alcuni (già suoi parziali) ora essere alquanto mutati da quel buon animo che prima per essolei nutrivano contuttociò gran fidanza io averei che venendo ella in Rimini potesse e colla sua presenza e col suo discorso facilmente rivoltarli in suo favore. Oltredicché forse alcuni ch’ella avea già contrarii spererei che ora non le potessero fare ostacolo alcuno».
Per quanto ben remunerata ed illustrata con le lusinghe di un titolo nobiliare (oltremodo gradito alla sua vanità), la carica assunta da Planco era di nessun valore rispetto al prestigio derivantegli da una Cattedra universitaria: la situazione dovette turbarlo parecchio, e spingerlo a ricercare una rivalsa psicologica ed intellettuale, con lo scopo di poter continuare a primeggiare e di non farsi dimenticare da colleghi ed avversari, due categorie destinate spesso a coincidere ed a fondersi in una sola, e non sempre per colpa sua.
Lo strumento con cui realizzare questo scopo, Bianchi lo individua nel rimettere «in piedi l’antica accademia filosofica, ed erudita de’ Lincei, avedoci rifatte le leggi, ed avendoci aggregate non solamente le persone più dotte della città di Rimino, ma di altri paesi ancora», come scrive in un testo autobiografico anonimo del 1751, i «Recapiti» (la parola «recapito» ha il significato di considerazione reputazione, stima.).
Delle beghe senesi, c’è testimonianza in una lettera che Bianchi aveva inviato all’Università: è una sua domanda per ottenere che «il settore Anatomico» fosse «a lui onninamente sottoposto nelle cose di Anatomia», il che fa pensare a contrasti ed a rivalità tra colleghi. In effetti la partenza di Planco da Siena è la nuova fuga da una realtà che, come aveva previsto padre Paciaudi, ben presto gli si rivelò ostile. (Planco non rinuncerà però, negli anni successivi, all’idea di tornare ad occupare una Cattedra di Anatomia, come si ricava da una lettera di un suo amico, del 1750.)
La rifondazione dell’Accademia di Cesi, dai documenti esistenti, risulta come momento iniziale di un progetto di più ampio respiro che avrebbe dovuto articolarsi anche nell’impianto di una stamperia con iniziative editoriali sotto l’insegna della Lince. In una lettera al libraio e stampatore veneziano Giovanni Battista Pasquali, a cui Bianchi chiese un piano di organizzazione della stamperia, Planco scrive: «Bisognerebbe nel tempo che si fa il torchio, e gettare i caratteri, far fare un’insegna di legno da mettere nel frontespizio, ed io penso di metterci una Lince, o sia un Lupo Cerviero con attorno le lettere che dicano Lynceis Restitutis. [...] Io le mando la figura della Lince, che posi nel Fitobasano, perché serva di norma come ha da essere l’animale nel legno, che bisogna vedere che abbia gli occhi vivaci, e che sia fiero, e che non paia un Gatto».
 Alla base di questo progetto, probabilmente c’è anche il desiderio di imitare, se non superare, i risultati di altre imprese culturali, quali le fiorentine «Novelle letterarie» di Giovanni Lami. Pure il concittadino Giuseppe Malatesta Garuffi poteva rappresentare per Bianchi un modello da emulare. Garuffi fu sacerdote e direttore della Biblioteca Gambalunghiana dal 1678 al 1694; tra l’altro, compilò una storia delle accademie italiane, «L’Italia Accademica», il cui primo ed unico volume a stampa (1688), non piacque a Ludovico Antonio Muratori, ed a Forlì nel 1705 animò il «Genio de’ letterati».
Garuffi aveva avviato un ampio programma, sotto il titolo di «Bibbioteca Manuale degli Eruditi», con Accademia e stamperia, a cui sembra rimandare quello analogo di Bianchi. (Questo titolo di «Bibbioteca» viene quasi sempre riprodotto come «Biblioteca», ma sia nell’unico volume a stampa così chiamato, sia nei rimandi che troviamo all’interno del «Genio de’ letterati», la dicitura corretta è quella che ho riportato.) La «Bibbioteca» è divisa in 130 titoli, «i quali contengono moltissime Erudizioni, Istoriche, Poetiche, Morali, varie, e di sagra Scrittura». Secondo quanto Garuffi scrive nel «Genio de’ letterati», la «Bibbioteca» costituisce l’opera iniziale di un ampio piano editoriale.
Bianchi, per il fallimento del suo tentativo, avrebbe potuto accusare, come già aveva fatto a proposito della gestione della Civica Biblioteca di Rimini, l’insensibilità dei pubblici amministratori che «non curano libri e librerie perché sono tutti ignoranti e vigliacchi». Ma la Municipalità allora era troppo occupata a gestire una complessa situazione economica, causata da continue emergenze militari, carestie e necessità collettive, per poter pensare al finanziamento di iniziative editoriali private, per quanto importanti esse fossero.
 
3. Iano Planco, la missione del dotto
I nuovi Lincei nascono dalla sua scuola privata

I Lincei riminesi di Giovanni Bianchi nascono da una costola della gratuita scuola privata che egli aveva aperto nel 1720, dopo aver conseguito il 7 luglio dell’anno precedente la laurea presso la Facoltà di Medicina e Filosofia a Bologna. Le lezioni si tenevano nella sua casa, posta all’inizio dell’attuale via Al Tempio Malatestiano, lato monte.
Vi s’insegnavano «Filosofia, Geometria, Medicina, Notomia, Botanica, Chirurgia, e Lingua Greca in vantaggio, e profitto della studiosa gioventù paesana, e forastiera», come scrisse un suo ex allievo, Giovanni Cristofano Amaduzzi. Una «pubblica Università», la definisce un altro antico discepolo, il sacerdote Giovanni Paolo Giovenardi. La Medicina era materia comune per tutti gli allievi. Bianchi aveva allestito pure un piccolo museo utile agli studi di Antiquaria a cui egli addestrava i discepoli.
Sia nella scuola sia nei Lincei, Bianchi svolge la sua missione di dotto, a cui si sentiva naturalmente vocato: «finché io avrò vita non cesserò giammai di animare la Gioventù, che mi frequenterà ai buoni studi», sostiene in un intervento accademico del 1761.
Bianchi aveva ricevuto la prima impronta scientifica frequentando dal 1715 al novembre 1717 (quando va a studiare a Bologna), l’Accademia «di scienze, e d’erudizione» voluta dal vescovo di Rimini, il bolognese Giovanni Antonio Davìa che era stato allievo di Marcello Malpighi, uno dei maestri della nuova Scienza sperimentale.
In quell’Accademia, Planco aveva recitato quattro dissertazioni sulle Odi di Pindaro, oltre a riassumere quelle altrui in qualità di segretario del consesso. Con monsignor Davìa, Bianchi s’era trovato meglio che con i Gesuiti, presso il cui collegio era stato mandato fanciullo, e dal quale era fuggito a soli undici anni, per non perder tempo nel seguire il normale corso degli studi nella Lingua latina, che a lui appariva troppo lento. Si era così messo a studiar Greco, scrisse G. P. Giovenardi, «senz'altra guida che quella di se stesso».
Monsignor Davìa aveva un fratello, Francesco, il quale aveva sposato Laura Bentivoglio che figura tra i primi allievi di Planco a Rimini. Laura, assieme al figlio Giuseppe, nato nel 1710, fu qui «relegata dal marito, noto per la sua vita sregolata e stravagante» (G. P. Brizzi). Donna «di profonda dottrina, e di grande erudizione», la definisce G. P. Giovenardi. Anche suo figlio Giuseppe fu alunno di Bianchi. Il 29 settembre 1722 Laura Bentivoglio scrive a Planco: «Il mal Animo de Riminesi contro di me ò per meglio dire contro al loro prossimo in generale, che per verità è tale; non mi giunge nuovo avendolo riconosciuto dal primo giorno, che la mala sorte qui mi portò».
Quando Bianchi va ad insegnare Anatomia a Siena (1741), trasferisce la sua scuola nella città toscana, dove lo segue Francesco Maria Pasini che diventerà vescovo di Todi e sarà noto quale educatore del giovane Aurelio De’ Giorgi Bertòla (1753-1798). Olivetano e poeta, Bertòla fu più propenso alla licenza morale che alla pietà religiosa, vittima di una situazione famigliare per cui, contro il suo volere ed il suo temperamento, fu avviato alla vita monastica.
Al ritorno da Siena nel 1744, Planco riprende l’attività privata di docente. E nel 1751 pubblica un anonimo «catalogo» dei suoi alunni «che più si sono distinti, e che sono usciti dalla scuola fatta dal Bianchi in Rimino, tralasciandosi di mentovare quegli scolari, ch’ebbe in Siena, e che si distinguono». Sono quarantaquattro nomi che non corrispondono a tutti quelli dei giovani che passarono nella casa di Bianchi.
C’è il celebre naturalista Giovanni Antonio Battarra (1714-1789) che sarà pure suo collaboratore. C’è il futuro cardinale Giuseppe Garampi (1725-1792), a cui la Chiesa e la cultura italiana debbono tanto per capacità politica, sagacia diplomatica e solida dottrina. Manca però Lorenzo Ganganelli, il futuro papa Clemente XIV, eletto nel 1769 e morto nel 1774. Ganganelli, nato nel 1705, si trattenne a Rimini sino al diciottesimo anno, cioè sino al 1723 circa.
Il 30 settembre 1759 (dopo la sua nomina a cardinale), Ganganelli scriveva a Bianchi: «Ora conosco, che voi avevate ragione a sgridarmi, quando io non voleva studiare; adesso vi ringrazierei di quanto allora faceste per me». Un anno prima, il 7 giugno 1758, Ganganelli aveva ricordato a Planco con «affetto» la città di Rimini («sono uno de’ suoi abitanti»), mentre il 15 settembre 1763 gli scrive: «non passa forestiere a Rimini, che non chiegga di vedere il Dottor Bianchi, e che non abbia il vostro nome registrato nel suo taccuino». Quando Bianchi gli invia le proprie felicitazioni per l’elezione papale, Ganganelli gli risponde con una lettera su cui il medico riminese annota nei propri «diari»: Clemente XIV «mi stimola a seguitare a promuovere li buoni studi di Filosofia, e di Lingua Greca nella Gioventù».
Per questioni anagrafiche, nel «catalogo» non sono presenti neppure i nomi del grande erudito santarcangiolese Gaetano Marini (1742-1815); del riminese Francesco Bonsi (1722-1803), studioso di Veterinaria; e del filosofo Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-1792), avviato da Bianchi a Roma verso una carriera che si svolse sotto la protezione prima di papa Ganganelli e poi del cesenate Pio VI. (Amaduzzi conservò gli svolgimenti di sette compiti, assegnati da Planco: in uno si chiedeva di spiegare che il sistema tolemaico non poteva essere difeso «nulla ratione»: ad oltre due secoli dall’opera di Copernico, significava discutere di argomenti polverosi, mentre la Nuova Scienza percorreva le strade d’Europa.)
Manca pure il nome di Antonio Maria Brunori, ricordato invece da G. P. Giovenardi, come «soggetto di merito, ed elegante Poeta» che «fu per molti anni valente Maestro di Belle Lettere in questo Seminario».
Nel 1751 Planco conta più di venticinque scolari fra cui ci sono «alcuni cospicui di ordine religioso, ed altri forestieri delle circonvicine città, che sono venuti a studiare sotto di lui». (Anche nel 1734 ha segnalato di avere venticinque allievi, «tra quali molti sono forastieri che si trattengono in Rimino per udirlo».)
Degli studenti planchiani, possediamo pure un elenco manoscritto, senza data, compilato da Bianchi in altro documento: sedici frequentavano le lezioni di Logica, tre di Greco e sei di Medicina. Tredici erano di Rimini (tra cui un «maestro di studi agostiniano di Napoli»), uno di Iesi, due di Santarcangelo di Romagna, tre di Montescudo, due di Coriano, uno di San Giovanni in Marignano, due di Pesaro ed uno di Cesena.
Nel 1751 Bianchi è proposto ma non nominato «Lettore pubblico di Logica». Dall’anonimo (ma forse autobiografico) Comentario della vita dell’Ab. Giovanni Antonio Battarra, apprendiamo che tale nomina non fu fatta perché Planco non rispondeva ai requisiti richiesti dalle disposizioni testamentarie che finanziavano quella Cattedra, cioè «non era prete».
I candidati erano due, Bianchi e Stefano Galli, altro suo ex allievo: entrambi furono fatti ritirare, anche se Galli aveva titolo a concorrere. Poi la scelta cadde su Battarra. Galli, che Bianchi definisce «uomo erudito specialmente nelle lingue de’ dotti, Greca e Latina», era «probibliothecarius publicus» dopo esser stato nel 1748 per breve tempo «custode principale» provvisorio della Gambalunghiana. Il futuro cardinal Garampi si adoprò, spontaneamente, affinché Bianchi rinunciasse a favore di Galli, alla cui «povera famiglia» tornava utile «questo piccolo sussidio» della Cattedra. (Galli era stato in Biblioteca a fianco di Garampi che, nato nel 1725, a sedici anni ne era divenuto già «vicecustode».)
In un memoriale presentato alla Municipalità, Battarra dichiarava di avere tutti i requisiti richiesti per «avere studiata la Logica, con tutta la Filosofia, ed altre Scienze intorno dieci anni sotto del celebre Sig. Dott. Giovanni Bianchi, e di più avendo insegnata pubblicamente la Logica, e tutta la Filosofia nella Terra di Savignano per quattro anni continovi». Pure l’altro concorrente don Filippo Baldini citava Bianchi, al tempo suo docente di Lingua greca.
Il nucleo originario dei Lincei comprende dieci componenti, tutti provenienti dalla sua scuola. Oltre a Planco, «Restitutor perpetuus», ci sono: Stefano Galli, «Scriba perpetuus» (segretario); Francesco Maria Pasini, «Censor»; Giovanni Paolo Giovenardi, anch’egli «Censor»; Mattia Giovenardi, Giovanni Antonio Battarra, il conte Giuseppe Garampi, Gregorio Barbette, Lorenzo Antonio Santini e Giovanni Maria Cella.
Abbiamo già fatto conoscenza di Galli, Pasini (dottore di Legge e canonico della Cattedrale riminese), G. P. Giovenardi (dottore di Filosofia, materia della quale è pubblico professore a Santarcangelo), Battarra, e Garampi. Qualcosa va detto degli altri quattro. Mattia Giovenardi è professore di Lettere umane al Seminario di Bertinoro. Barbette e Santini, medici, esercitano la professione a Rimini. Barbette come Chirurgo Primario (passerà nel 1761 a Macerata); Santini (originario di Savignano) quale Medico dei Poveri. Cella è un matematico.
G. P. Giovenardi si adopererà, alla morte di Planco, per continuarne l’attività didattica, assieme al di lui nipote, dottor Girolamo Bianchi, e a don Filippo Zambelli: rivolgendosi «a’ Studiosi Giovani Riminesi, ed amanti della soda letteratura», annunciava l’apertura di una «pubblica Scuola di Medicina, e lingua Greca» dotata dell’«ereditata sceltissima, e copiosissima Libreria in ogni genere di Scibile», e con «il comodo di potere fare le sezioni Anatomiche in quest’Ospedale», di cui Girolamo Bianchi era medico.
 
4. Al caffè di Santarcangelo
La Scienza medica dei Lincei va tra la gente

L’Accademia dei Lincei riminesi, inaugurata il 19 novembre 1745, funziona più o meno regolarmente per dieci anni. Non esiste un elenco completo ed ufficiale delle dissertazioni tenutevi. Le notizie che ho raccolte, derivano da carte gambalunghiane lasciateci dal suo fondatore, Iano Planco.
La prima dissertazione, «sopra l’utilità della lingua greca», è svolta dall’abate Stefano Galli il 3 dicembre 1745. Come scrive Giuseppe Garampi a Bianchi (19 dicembre 1750), la lingua greca è considerata «necessaria specialmente» agli ecclesiastici che debbono studiare, e vogliono farlo «fondatamente», le Sacre Scritture, le Opere dei Padri e la Storia ecclesiastica, che sono alla base «della buona teologia». Il 27 maggio 1746 lo stesso Garampi tratta ai Lincei «Delle Armi gentilizie delle famiglie».
Nel giugno successivo Planco parla contro l’abuso dei vescicanti che (scrive lo storico della Medicina dottor Stefano De Carolis), sono «preparazioni farmaceutiche ad uso topico dotate di un’intensa azione irritante, il cui principio attivo veniva estratto da un particolare genere d’insetti coleotteri, le cantaridi». Essi venivano utilizzati «per le forme patologiche più disparate», anche se inizialmente erano stati applicati per la sola peste bubbonica.
Giovanni Paolo Giovenardi, appena un riassunto di questa dissertazione appare sulle «Novelle letterarie», legge l’articolo del giornale fiorentino a Santarcangelo, nella propria scuola di Filosofia e nel caffè «dove concorre ogni sorte di Persone». Giovenardi vuole «diffondere que’ Lumi» che vi sono contenuti, «a comune vantaggio di tutta la Società» contro lo «strano, e crudele rimedio de’ Vescicatorj» del quale fanno abuso «certi Medici, o siano Fanfaroni» marchigiani, e per convincere «i Malati o gli Assistenti a rifiutarli».
Pure Bianchi criticherà i medici marchigiani, accusandoli di agire in base a «ciancie» e «fanfaluche», e di usare unicamente «purganti eccedenti» e «vescicatorj», «per li quali, si può dire, che essi piuttosto scortichino, che medichino i loro clienti». Ma le cose non dovevano andare diversamente anche altrove, se Amaduzzi nel 1777 da Roma osserva con una sua corrispondente: «I Medici e i Chirurgi hanno sin ad ora storpiato ed ucciso il genere umano impunemente».
La dissertazione «De’ Vescicatori» esce a stampa a Venezia nello stesso ’46.
Il ravennate Giuseppe Zinanni, autore di un volume intitolato «Delle uova e dei nidi degli uccelli» (1737), fra il ’46 (quando è ammesso tra gli accademici) ed il ’47 invia a Bianchi due dissertazioni: ce n’è rimasta soltanto una, la «diligente osservazione sopra le uova, e sopra la generazione delle Lumache terrestri, ed altre chiocciole fluviali, o d’acqua dolce». Questo lavoro, letto da Planco ai Lincei, non è mai stato ricordato, così come il nome di Giuseppe Zinanni (o Ginanni, 1692-1753) non è mai apparso tra gli accademici riminesi aggiuntisi ai dieci originari.
Ricordiamo questi altri nuovi accademici. Nel 1750 sono ammessi: Lucantonio Cenni (ex alunno di Bianchi, «maestro di rettorica nel seminario di Bertinoro»; e nel ’64 fondatore a San Marino, dove faceva il maestro di scuola, dell’Accademia dei Titani, il cui motto fu «Decus et Libertas»); Lodovico Coltellini (medico cortonese); Giovanni Lami (bibliotecario, teologo e professore di Storia ecclesiastica oltre che fondatore e direttore dal 1740 sino alla morte, avvenuta nel 1770, delle «Novelle» fiorentine); e Daniele Colonna (ex alunno, medico friulano).
L’anno successivo, Giacomo Fornari (ex alunno, sacerdote); Giuliano Genghini (ex alunno, giurista, e poeta dal «carattere faceto e irriverente», come lo ha definito Enzo Pruccoli); Francesco Fabbri (ex alunno, sacerdote); e Gaspare Deodato Zamponi (medico marchigiano). Nel 1765, Luigi Masi (medico, studioso di Anatomia, esercitò a Roncofreddo e Longiano). Non conosciamo la data d’ingresso ai Lincei del conte Francesco Roncalli Parolino, noto per la sua posizione contraria all’innesto del vaiolo. Complessivamente, gli accademici che ho censiti sono così ventuno.
Dopo il ’46-47, nelle cronache sui Lincei c’è un vuoto che arriva al 28 febbraio 1749, quando Bianchi recita l’epistola «De monstris», poi pubblicata nello stesso anno a Venezia in due edizioni. La seconda edizione, come leggiamo nelle «Novelle» fiorentine, contiene due «Appendici». Nella prima, si «descrive un uovo coll’immagine del Sole impressa nel ventre di esso, il qual uovo nacque in Rimini». La seconda riguarda invece un tema anatomico, ripreso due anni dopo da Bianchi in altra seduta accademica: una lesione del cervelletto provoca la paralisi nel corpo dalla stessa parte del lobo offeso, non in quella opposta come avviene per il cervello. Morgagni fu l’unico ad accogliere bene la teoria di Bianchi, subito pubblicata in un periodico veneziano, aggiungendo però: il riminese aveva riosservato «attentamente ciò che tanti altri Notomisti osservando, non avevano con pari esattezza descritto».
Gli argomenti delle due «Appendici» sembrano oggi totalmente contrastanti: per Bianchi invece affrontano fenomeni naturali equivalenti, da indagare con pari attenzione scientifica. Taluni casi di «mostri» da lui studiati, appartengono alle deformità, anticamente considerate manifestazioni di prodigio (il «monstrum» dei latini).
Giambattista Della Porta (1535-1615) ne aveva riferito in un ampio trattato sulla «Magia naturale» (distinta da quella «diabolica»), capace di aiutare il compimento dei fenomeni fisici, partendo dal principio che conoscerli significa dominarli. Sospettato d’eresia, Della Porta abiurò senza fatica.
Planco è influenzato dallo spirito classificatorio di Ulisse Aldrovandi (1522-1605) e Fortunio Liceti (1577-1657), entrambi filosofi, medici e docenti rispettivamente negli Studi di Bologna e Padova. Essi elencano tre possibili cause per i mostri: una soprannaturale; una dovuta all’intervento di un dèmone (o d’un maleficio); l’ultima riconducibile a fatti fisici.
La «Monstrorum historia» di Aldrovandi è pubblicata postuma nel 1642 dal suo concittadino Bartolomeo Ambrosini (1588-1657, medico, naturalista e prefetto dell’Orto botanico universitario felsineo). Il trattato di Liceti, «De monstrorum natura caussis», è anteriore (1616). Bianchi, che aveva a disposizione in Gambalunghiana entrambi i testi (oltre a quello di Della Porta), sostiene che i mostri si possono dividere in tre specie. Ci sono quelli che diventano tali nella gestazione. Altri (quelli che hanno un dito, un braccio, un piede o qualche altro membro o viscere in eccesso), derivano dalla conformazione naturale, da una qualche forza «plastica» o da «natura ipsa ludente»: alcuni, come riassumono le «Novelle» fiorentine, sono «prodotti nell’uovo ‘ab initio’ da Domineddio». Infine ci sono quelli che nascono «ex morbo».
Planco rifiuta l’ipotesi del dèmone e del maleficio, presente in Liceti ed Aldrovandi. Quando presuppone che alcuni di quei casi siano provocati da «natura ipsa ludente», richiama concezioni che appartengono alla cultura del suo tempo. La teoria medievale degli «scherzi di natura», è presente pure in molti studi naturalistici del primo Settecento sull’origine dei fossili. Planco ritiene che la perfezione dell’ordine naturale, sia smentita dai fenomeni mostruosi. Alla regola si accompagna sempre l’eccezione. Questo scritto fa convogliare sul medico riminese le prime avversioni romane.
La storiografia medica più recente, spiega De Carolis, ritiene «degni di nota», tra tutte le opere d’argomento medico pubblicate da Bianchi, «solo i suoi studi teratologici» (inerenti cioè alle malformazioni corporee), tra i quali «l’opera più importante» è appunto il «De monstris». Essa è indirizzata a monsignor Giuseppe Pozzi, di Bologna, archiatro pontificio straordinario e presidente dell’Accademia dell’Istituto delle Scienze di quella città. Pozzi, classe 1697, era più giovane di due anni rispetto a Bianchi. Egli aveva diritto al titolo di monsignore (come capiterà pure a Planco), per la carica di archiatro che non obbligava al celibato: di lui, si ricordano due matrimoni.
Invece Bianchi non si sposò mai. Conosciamo una sua vicenda che sembra sentimentale, e che finì tragicamente. Nella propria autobiografia latina del 1742, egli racconta del viaggio compiuto due anni prima a Venezia, progettato da tempo e ripetutamente rinviato per la malattia di un’amica che definisce donna superiore per bellezza, ingegno e costumi. A causa della sua scomparsa, scrive, provò così grande tristezza che da quel momento gli amici e la città presero ad essergli insopportabili. Si trasferì dunque a Venezia, spiega, non tanto per divertirsi, come aveva deciso prima, quanto per liberarsi dal dolore che lo aveva colpito. Sembra, fatte ovviamente le debite proporzioni, di riascoltare il lamento di Francesco Petrarca che fugge «ogni segnato calle» per far acquetare «l’alma sbigottita» (Canzoniere, CXXIX, Di pensier in pensier, di monte in monte).
 
 
5. Lincei, con l’Indice puntato
Iano Planco «proibito» per una difesa dei comici

Nei Lincei riminesi fra 1745 e 1755 furono presentate 31 dissertazioni. Fra le quattro di Scienza e le nove di Medicina, ben sette sono di Planco. Le rimanenti 18 (di cui quattro di Bianchi) riguardano temi eruditi: la Storia religiosa (come le due sulla beata Chiara che Garampi invia da Roma), l’Antiquaria, la Musica e la Poesia. Nelle carte di Planco ci sono tracce di altre dissertazioni che non figurano ufficialmente, e di un’attività che arriva come minimo al 1761.
Fra i temi eruditi troviamo il «Rubicone degli antichi». Dopo che nel 1749 don Giovanni Paolo Giovenardi, parroco di San Vito ed ex allievo di Bianchi, ha fatto porre sulla sponda orientale del fiume Uso una lapide con parole ricavate da Plinio («Heic Italiae Finis Quondam Rubicon»), ne parlano lo stesso Giovenardi e Planco nel marzo 1750. Intanto a Roma i cesenati promuovono una lite giudiziaria (protrattasi sino al 4 maggio 1756) in difesa del loro Pisciatello contro Santarcangelo e don Giovenardi. In quei tribunali, scrive Giuseppe Garampi a Bianchi, girano dei «mozzorecchi» (avvocati disonesti) che ottengono di più che i «paraguanti» (la corruzione in denaro), ed aggiunge: «ma per questa strada non le consiglio giammai di camminare». La sentenza dà torto ai cesenati: un giudice civile non può pronunciarsi sopra «erudite disquisizioni».
Tra gli argomenti scientifici dei Lincei, quelli anatomici sono i più importanti. Bianchi sostiene che l’Anatomia «insieme con altri buoni studj, non è in quel grado avuta, che una tanta cosa si dovrebbe avere». Molti infatti la considerano «per una cosa schifosa, e semplicemente curiosa, e di niun’utile». Altri «strane opinioni d’essa hanno, che» offrono «un grandissimo argomento della Barbarie di quei, che le portano».
In genere nelle «altre Città minori», osserva Bianchi, questa disciplina è trascurata. Non così a Rimini, grazie al vescovo Davìa il quale all’inizio del secolo aveva chiamato in città il medico monsignor Leprotti, «celebre Notomista» che «moltissime sezioni di cadaveri Umani qui fece». Come abbiamo già visto, Leprotti fu maestro del giovane Planco. Dopo la contemporanea partenza di Davìa e Leprotti, nel 1726, Bianchi è ostacolato nelle sue ricerche anatomiche. Lo accusano di violare la Religione e gli ingiungono di chiedere licenza alla Curia romana per le sue dissezioni. Ad aiutare Planco nell’ottenere i necessari permessi, è Laura Bentivoglio, sua ex allieva.
Lo studio dell’Anatomia rovescia la metodica delle conoscenze: non si parte più dalle indicazioni teoriche consacrate dalla tradizione, ma con l’osservazione diretta si inizia un procedimento che descrive il rapporto di causa ed effetto, sulla scia dell’insegnamento di Marcello Malpighi (1628-94): «vi vogliono grandissime cognizioni per dirigere il metodo, copiosissima serie d’osservazioni per vedere la catena e il filo che unisce il tutto, una mente disappassionata con finezza di giudizio».
L’interesse che Bianchi nutre verso gli studi anatomici, lo porta in alcune sedute dei suoi Lincei a delinearne le caratteristiche secondo un sistema complesso e contradditorio, sostanzialmente inutile dopo l’insegnamento di Giambattista Morgagni (1682-1771) che Planco aveva fatto suo. Poche volte Bianchi usa il termine «Scienze», preferendogli quello di «Filosofia», accompagnato dagli attributi di «sperimentale» e «naturale». Con queste distinzioni, finisce per confondere le idee ai suoi ascoltatori: lo osservò il suo allievo Amaduzzi, sinceramente consapevole dei pregi e dei difetti del maestro, scrivendo che Bianchi nell’attività intellettuale «mancò d’un certo criterio». Non meno tenero l’altro scolaro Battarra il quale, come riferisce De Carolis, sentenzia che talora nelle questioni scientifiche «bonus dormitavit [Plancus]», secondo l’espressione oraziana dedicata ad Omero.
Nel pensiero planchiano, la Filosofia è qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe essere (un’indagine che trovi in sé stessa gli strumenti con cui operare, e gli orizzonti entro cui muoversi). E finisce per essere «ancilla» delle Scienze mediche e naturali.
Ai Lincei, Planco spiega una volta che l’Anatomia va considerata «come il fondamento della Filosofia naturale, siccome lo è per certo della Medicina e della Cirurgia». In un altro testo egli pone a «fondamento della vera Medicina Prattica» la «Filosofia sperimentale». Questo pensiero di Bianchi deriva dal «galileismo malpighiano», secondo cui la «filosofia è il fondamento della medicina, senza la quale questa vacilla» (E. Raimondi).
La «Filosofia naturale» è la descrizione dei fatti, e quella «sperimentale» l’indagine sulle cause: esse si presentano in Bianchi come due realtà differenti, mentre il loro significato è lo stesso, avendo entrambe i caratteri della Scienza moderna che è allo stesso tempo osservazione della Natura ed esperimento. Ciò che Galileo ha unito, Bianchi divide. Con una formula approssimativa, si può dire che Planco è un «galileiano a metà». Inoltre, se fu un assiduo lettore di testi filosofici, egli mai approfondì i problemi teorici con un’analisi completa. Amaduzzi, pole¬mizzando con l’antico mae¬stro, insinuò che non aveva compreso le teorie di Newton.
Sul medico riminese, nella sua maturità, agiscono ancora i ricordi delle esperienze giovanili, documentabili attraverso pagine autobiografiche (inedite), in cui egli parla dell’attività svolta presso l’Accademia del vescovo Davìa, e dove usa come intercambiabili i termini di erudizione e di Filosofia. Bianchi non avverte che la «Filosofia sperimentale» vede nascere le grandi discipline della seconda rivoluzione scientifica.
Padre Giuseppe Merati nel 1759 scrive a Bianchi: «Non so se ne’ tempi trasandati o ne’ presenti vi sia stato, o viva anatomico, che abbia separati ed anatomizzati tanti cadaveri quanti ne ha incisi, e minutamente osservata ogni minutissima cosa Vostra Signoria Illustrissima. Credo che tutte le volte si sia posto all’opera abbia alzata la mente a Dio e ammirata la sua onnipotenza, come avvenne a me una volta nel leggere solamente un libro che trattava delle vene del nostro corpo».
La dissertazione più clamorosa presentata da Planco nella sua Accademia, è quella dell’11 febbraio 1752, «ultimo venerdì di carnovale». Dopo aver fatto esibire la bella cantante ed attrice romana Antonia Cavallucci, recita una dissertazione in difesa dell’Arte comica (che sarà elogiata da Voltaire), in cui si chiede: se la Chiesa permette la lettura delle commedie di Plauto e Terenzio, perché non permette anche la loro rappresentazione? Perché debbono essere considerati «infami» quei comici che «le rappresentano venalmente», mentre «diventano onesti quei che le rappresentano gratis»?
Il domenicano padre Daniele Concina ferma i torchi che lavorano ad un suo volume sul teatro, dove le attrici sono definite con termini poco cortesi, per aggiungervi un paragrafo dedicato all’Arte comica, in cui accusa Bianchi di scrivere da pazzo. Il teatino padre Paolo Paciaudi definisce la Cavallucci un’«infame sgualdrina» e «cortigiana svergognata». Cantanti ed attrici godevano di cattiva fama, indipendentemente dalla moralità personale, per appartenere ad una categoria considerata infima.
In città nasce un pubblico scandalo. La Cavallucci è costretta da Planco ad andarsene in tutta fretta da Rimini. Verso Roma, come scrive a Bianchi un suo corrispondente, contro Bianchi partono «illustrissime, e reverendissime insolenze» le quali provocano presso il Sant’Uffizio l’apertura d’un processo, conclusosi il 4 luglio 1752 con la rapida ed «improvvisa» (la definizione è di Giuseppe Garampi) condanna all’Indice dell’Arte comica.
Anche Amaduzzi credette ad una cotta di Bianchi per la Cavallucci. Ma si sbagliava. Planco ricorda il modo in cui fece conoscenza della giovane: un marchese forestiero aveva affidato la giovane alla protezione d’un cavaliere riminese il quale però mancò alla parola data. Abbandonata dal cavaliere, e senza poter più ricorrere al marchese morto nel frattempo, Antonia è confortata da Bianchi. La ragazza gli chiede poi «una difesa sopra» il suo matrimonio da «imparare a memoria» e recitare davanti ad un giudice, per ottenere una pronuncia contro le violenze del marito. Infine, bussa ad aiuti economici, ridotta in miseria e con la madre a carico, invocando la bontà di Bianchi chiamato nelle sue lettere «caro papà» e «mio Padre», con un affetto d’altro tipo rispetto a quello immaginato da molti.
Il vecchio amico papa Lambertini accetta la supplica di Bianchi a veder stampato nell’Index Librorum Prohibitorum soltanto il titolo del Discorso in lode dell’Arte Comica senza il nome dell’autore. Come sempre, una buona protezione sistema tutto. Planco, scienziato sospetto per le sue idee e scrittore condannato, sarà sepolto con tutti gli onori nella chiesa di Sant’Agostino.
 
 

GLI ALLIEVI DI IANO PLANCO
Legenda
Linceo, accademico dei Lincei planchiani.
[D] Cfr. A. MONTANARI, Iano Planco, la missione del dotto, «Il Ponte», 1.9.2002.
[F] Cfr. fasc. 310, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, «G. Bianchi» [FGMB], Biblioteca Gambalunghiana di Rimini [BGR]. Vedi in sèguito: «Parte III. Elenco degli studenti ricavato dal fasc. 310».
[R] Recapiti del dottore Giovanni Bianchi di Rimino, Pesaro 1751, pp. VI-VII. Vedi in sèguito: «Parte II. Elenco degli studenti ricavato dai Recapiti».
[T] Cfr. C. TONINI, La coltura letteraria e scientifica, II. La frequenza di Giuliano Genghini alla scuola di Bianchi è attestata a p. 347.
[1183]  Cfr. Lynceorum Restitutorum Codex, SC-MS. 1183, BGR.
(*) Così sono segnalati i dieci medici presenti nell’elenco.
 
Parte I. Elenco generale

1. Aldini Gioseffanton (Cesena, studente di Logica), [f. 310] 
2. Almeri Michele (Rimini, studente di Logica), [f. 310] 
3. Amaduzzi Giovanni Cristofano, (1740-1792), [D]
4. Baldini (dottore in teologia, abate, Rimini, studente di Lingua greca), [f. 310] 
5. Baldini Giuseppe [R] (*)
6. Barbari Innocenzo [R] 
7. Barbette Gregorio [R] (*), Linceo 
8. Bartoli Giuseppe [R] 
9. Bartolucci Antonio («cirusico del Pubblico», Rimini, studente di Medicina), [f. 310]
10. Battaglini Andrea [R] 
11. Battarra Giannantonio [R], Linceo 
12. Bedinelli Francesco Paolo (Pesaro, studente di Medicina), [f. 310] 
13. Bentivegni Girolamo [R] 
14. Bentivoglio Davìa Laura [R] 
15. Bonelli Innocenzo [R] 
16. Bonioli Antonio [R] 
17. Bonsi Francesco  (1722-1803), [D]
18. Brunelli Cesare (Rimini, studente di Logica), [f. 310] 
19. Brunelli dottor Giambattista ([Rimini, studente di Medicina): cfr. Brunelli Giambattista [R] (*) 
20. Brunori Antonio Maria [D]
21. Bufferli Pier Crisologo [R] (*) 
22. Buonamici Niccola [R] 
23. Cella Giovan Maria [R], Linceo 
24. Cenni Lucantonio [R], Linceo 
25. Colonna Daniello [R] (*), Linceo 
26. Draghi Paolo Andrea [R] (*) 
27. Fabbri Francesco [R],  Linceo 
28. Fabbri Giovanni [R] 
29. Fabbri Luigi (abate, Rimini, studente di Lingua greca), [f. 310]  
30. Ferri (abate, Montescudo, studente di Logica), [f. 310] 
31. Fornari, Giacomo (cfr. c. 14v, ms. 1183),  Linceo
32. Fosselli Mauro [R], [f. 310] 
33. Franciolini Curio (Iesi, studente di Logica), [f. 310] 
34. Galli Celestino [R] 
35. Galli Stefano [R], Linceo 
36. Ganganelli Lorenzo (Clemente XIV, 1705-74) [D]
37. Garampi Giuseppe [R], Linceo 
38. Gaspari (abate, Montescudo, studente di Logica), [f. 310]
39. Genghini Giuseppe (Rimini, studente di Logica), [f. 310]
40. Genghini Giuliano [T],  Linceo
41. Gervasi (padre, «maestro di studi agostiniano di Napoli», studente di Lingua greca), [f. 310]
42. Ghigi Pietro [R]
43. Giovenardi Gianpaolo [R], Linceo
44. Giovenardi Mattia [R], Linceo
45. Godenti Pietro [R]
46. Gori (abate, Santarcangelo, studente di Logica), [f. 310]
47. Graziosi (abate, Montescudo, studente di Logica), [f. 310]: cfr. Graziosi Ubaldo [R]
48. Lapi Pier Paolo [R]
49. Legni Francesco [R] (*)
50. Maltagliati Gaetano (Rimini, studente di Medicina), [f. 310]
51. Marcaccini Francesco [R]
52. Marini Gaetano (1742-1815) [D]
53. Massa Niccolò [R]
54. Mastini Severino [R]
55. Melli Paolo (abate, Rimini, studente di Medicina), [f. 310]
56. Menghi (abate, Santarcangelo, studente di Logica), [f. 310]
57. Morelli (abate, Rimini, studente di Logica), [f. 310]
58. Mussoni Pietro [R]
59. Pasini Francesco Maria [R], Linceo
60. Pecci Carlo [R]
61. Piceni Giuliano [R]
62. Pizzi Gian Carlo [R] (*)
63. Preti (abate, S. Giovanni in Marignano, studente di Logica), [f. 310]
64. Righini Cassiano [R] (*)
65. Santini Lorenzo Anton [R] (*), Linceo
66. Serpieri Giulio Cesare [R]
67. Tassini Andrea (abate, Pesaro, studente di Logica),  [f. 310]
68. Tononi (abate, Coriano, studente di Logica),  [f. 310]
69. Torri Cesare [R]
70. Vasconi Girolamo (abate, Coriano, studente di Medicina), [f. 310]
71. Vitali Giuseppe [R]
72. Zampanelli Marino [R]
73. Zangari Giovanni (Rimini, studente di Logica), [f. 310]
74. Zavagli Antonio (Rimini, studente di Logica), [f. 310]
 
Parte II.
Elenco degli studenti ricavato dai Recapiti

Nei citt. Recapiti, pp. VI-VII, si legge:

«Qui si dà un catalogo degli scolari, che più si sono distinti, e che sono usciti dalla scuola fatta dal Bianchi in Rimino, tralasciandosi di mentovare quegli scolari, ch’ebbe in Siena, e che si distinguono».

Ovviamente questo elenco è anteriore al 1751. Rispetto a quello del cit. fasc. 310 stilato durante il 1751 (vedi «Parte III, Elenco degli studenti ricavato dal fasc. 310»), soltanto due nomi di esso sono qui presenti: Brunelli Giambattista e Graziosi Ubaldo.
Dal «catalogo» dei Recapiti, riporto solamente i singoli nominativi, mettendoli in ordine alfabetico e numerandoli. Tralascio ogni altra notizia in esso inserita da Planco, e segnalo, come già indicato, con (*) i dieci medici presenti nell’elenco.


1. Baldini Giuseppe (*)
2. Barbari Innocenzo
3. Barbette Gregorio (*)
4. Bartoli Giuseppe
5. Battaglini Andrea
6. Battarra Giannantonio
7. Bentivegni Girolamo
8. Bentivoglio Davìa Laura
9. Bonelli Innocenzo
10. Bonioli Antonio
11. Brunelli Giambattista (*)
12. Bufferli Pier Crisologo (*)
13. Buonamici Niccola
14. Cella Giovan Maria
15. Cenni Lucantonio
16. Colonna Daniello (*)
17. Draghi Paolo Andrea (*)
18. Fabbri Francesco
19. Fabbri Giovanni
20. Fosselli Mauro
21. Galli Celestino
22. Galli Stefano
23. Garampi Giuseppe
24. Ghigi Pietro
25. Giovenardi Gianpaolo
26. Giovenardi Mattia
27. Godenti Pietro
28. Graziosi Ubaldo
29. Lapi Pier Paolo
30. Legni Francesco (*)
31. Marcaccini Francesco
32. Massa Niccolò
33. Mastini Severino
34. Mussoni Pietro
35. Pasini Francesco Maria
36. Pecci Carlo
37. Piceni Giuliano
38. Pizzi Gian Carlo (*)
39. Righini Cassiano (*)
40. Santini Lorenzo Anton (*)
41. Serpieri Giulio Cesare
42. Torri Cesare
43. Vitali Giuseppe
44. Zampanelli Marino.
 
Parte III.
Elenco degli studenti ricavato dal fasc. 310


Degli studenti planchiani, possediamo pure un elenco manoscritto compilato da Bianchi in altro documento del cit. fasc. 310, FGMB. Questo documento reca in IV ed ultima facciata: «1751. Prehensationes Inutiles Pro Cathedra Logicae».
Nei citt. Recapiti, p. IV, Planco scrive di contare (nello stesso 1751) più di venticinque scolari, fra cui «alcuni cospicui di ordine religioso, ed altri forestieri delle circonvicine città, che sono venuti a studiare sotto di lui». L’elenco che segue corrisponde a quest’enunciazione.
Sedici allievi frequentano le lezioni di Logica, tre di Greco e sei di Medicina. Ecco i loro nomi (ordinati in ordine alfabetico).


1. Aldini Gioseffanton (Cesena, Logica)
2. Almeri Michele (Rimini, Logica)
3. Baldini, dottore in teologia (abate, Rimini, Greco)
4. Bartolucci Antonio («cirusico del Pubblico», Rimini, Medicina)
5. Bedinelli Francesco Paolo (Pesaro, Medicina)
6. Brunelli Cesare (Rimini, Logica)
7. Brunelli dottor Giambattista (Rimini, Medicina, già cit. in Recapiti)
8. Fabbri Luigi (abate, Rimini, Greco)
9. Ferri (abate, Montescudo, Logica)
10. Franciolini Curio (Iesi, Logica)
11. Gaspari (abate, Montescudo, Logica)
12. Genghini Giuseppe (Rimini, Logica)
13. Gervasi (padre, «maestro di studi agostiniano di Napoli», Greco)
14. Gori (abate, Santarcangelo, Logica)
15. Graziosi ([Ubaldo, già cit. in Recapiti], abate, Montescudo, Logica)
16. Maltagliati Gaetano (Rimini, Medicina)
17. Melli Paolo (abate, Rimini, Medicina)
18. Menghi (abate, Santarcangelo, Logica)
19. Morelli (abate, Rimini, Logica)
20. Preti (abate, S. Giovanni in Marignano, Logica)
21. Tassini Andrea (abate, Pesaro, Logica)
22. Tononi (abate, Coriano, Logica)
23. Vasconi Girolamo (abate, Coriano, Medicina)
24. Zangari Giovanni (Rimini, Logica)
25. Zavagli Antonio (Rimini, Logica)
 


Parte IV.
Elenco degli studenti ricavato dal fasc. 310, ordinato per materie.


LOGICA

1. Aldini Gioseffanton (Cesena)
2. Almeri Michele (Rimini)
3. Brunelli Cesare (Rimini)
4. Ferri (abate, Montescudo)
5. Franciolini Curio (Iesi)
6. Gaspari (abate, Montescudo)
7. Genghini Giuseppe (Rimini)
8. Gori (abate, Santarcangelo)
9. Graziosi (abate, Montescudo)
10. Menghi (abate, Santarcangelo)
11. Morelli (abate, Rimini)
12. Preti (abate, S. Giovanni in Marignano)
13. Tassini Andrea (abate, Pesaro)
14. Tononi (abate, Coriano)
15. Zangari Giovanni (Rimini)
16. Zavagli Antonio (Rimini)

MEDICINA

1. Bartolucci Antonio («cirusico del Pubblico», Rimini)
2. Bedinelli Francesco Paolo (Pesaro)
3. Brunelli dottor Giambattista (Rimini)
4. Maltagliati Gaetano (Rimini)
5. Melli Paolo (abate, Rimini)
6. Vasconi Girolamo (abate, Coriano)

LINGUA GRECA

1. Baldini (dottore in teologia, abate, Rimini)
2. Fabbri Luigi (abate, Rimini)
3. Gervasi (padre, «maestro di studi agostiniano di Napoli», Greco)
 


Parte V.
Tavola statistica



Fonti            Numero allievi
_______________________________
Fasc. 310         25
Recapiti            44
        _________
totale                69
di cui doppi      - 2  (Brunelli Giambattista e Graziosi U.)
_________
totale               67
[D]                     5 (Amaduzzi, Bonsi, Brunori, Ganganelli, Marini)
Tonini                1 (Genghini Giuliano)
SC-MS. 1183    1 (Fornari)
_________
Totale finale    74
(di cui

«Lincei»         14)
 
Nota

All’inizio del cap. 3, ho scritto che Giovanni Bianchi aprì la sua scuola privata nel 1720.
Questa è la data esatta che si ricava dai Recapiti planchiani, p. II.
Angelo Turchini (nel volume curato con S. De Carolis, Giovanni Bianchi, etc., 1999, p. 17), la posticipa invece al 1726.
Nella stessa pagina, Turchini parla del 1740 come anno in cui Bianchi conta i suoi scolari in numero di venticinque. La data va anticipata al 1734. Il documento planchiano (fasc. 310) dice: «Da quattordici anni...»: 1720+14=1734. (Non si fanno nomi di studenti, in questo documento.)
Alla nota 8 della stessa p. 17, relativa al conteggio del 1734, Turchini cita un «Catalogo degli scolari» (sempre in fasc. 310) che, come si è visto, è però del 1751, con venticinque nomi, gli stessi di cui Bianchi parla nei Recapiti, p. IV. (Vedi qui sopra, Parte III. Elenco degli studenti ricavato dal fasc. 310.) Il «Catalogo degli scolari» è il documento che reca in IV ed ultima facciata: «1751. Prehensationes Inutiles Pro Cathedra Logicae».

Appendice. BREVE BIOGRAFIA DI IANO PLANCO. (Conferenza tenuta presso il Planetario di Ravenna il 3 maggio 2001)
 


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