Planco Notizie inedite cap. 1

Iano Planco (Giovanni Bianchi, 1693-1775).

Una nuova biografia. "Notizie inedite" (1993). Testi di Antonio Montanari

I. Iano Planco apprendista filosofo

Nella vita culturale della Rimini settecentesca, la figura di Giovanni Bianchi emerge come quella di un protagonista: famoso in tutt'Italia per i suoi studi scientifici, per le sue polemiche, e per le sue raccolte naturalistiche e storiche, ebbe rapporti con intellettuali di ogni regione. Lo conoscono anche oltr'Alpe. Il card. Lorenzo Ganganelli, suo ex allievo e futuro papa (col nome di Clemente XIV, 1769-1774), gli scriveva il 15 settembre '63: "…non passa un forestiero per Rimini, il quale non chieda di vedere il dottor Bianchi, e non abbia segnato il vostro nome tra i suoi ricordi". (1) 

Lo stesso concetto esprime L. A. Muratori: "Mi rallegro… al vedere che non passa letterato per Rimini, che non faccia capo a lei". (2) 

Planco s'interessa ad ogni ramo del sapere. Eclettico ed enciclopedico, esercita la professione di medico, ma alla medicina non limita le sue ricerche. Ripristina a Rimini nel '45 l'Accademia dei Lincei, chiusa nel 1630 alla morte del fondatore Federico Cesi. Apre una sua scuola privata, alla quale crescono giovani che si faranno un nome: Battarra, Bonsi, Garampi, Amaduzzi.
L'attività di Planco è anche (secondo Angelo Turchini), la "cartina di tornasole per verificare, nel quadro culturale di una città di provincia come Rimini, atteggiamenti e modi di collocarsi di fronte alla problematica scientifica in generale, e di fronte alla ricerca scientifica in particolare di circoli e gruppi intellettuali, di istituzioni culturali, civili e religiose, in una fitta trama di intrecci e scambi culturali col resto d'Italia". (3) 
Carlo Tonini ha scritto una frase rimasta celebre: Planco ha "erudita tutta la città egli solo". (4) 

Fare la storia della formazione intellettuale di Planco, è quindi anche un modo per conoscere il tessuto culturale di Rimini per una buona fetta del '700.
Turchini ha dato una corretta sistemazione di Planco nel contesto del suo tempo: Bianchi "partecipa al secolo dei "lumi", per alcuni versi come un sopravvissuto che si è formato in un periodo precedente…".
Di ciò risente la formazione impartita nella sua scuola. Inoltre, precisa Turchini, "mentre Bianchi intrattiene rapporti epistolari e scambia le sue esperienze col resto d'Italia e d'Europa, non stimola i suoi allievi (legati da amore-odio al maestro) ad andare oltre la provincia".
All'inizio del '700, a Rimini i principali centri di cultura sono l'antico convento domenicano di San Cataldo, la scuola dei Gesuiti, e l'Accademia ecclesiastica istituita da Giovanni Antonio Davìa, vescovo della città dal 1698 al 1726, nominato cardinale da Clemente XI nel 1712.
Il card. Davìa, nato a Bologna nel 1660, ha studiato da giovane "l'ottima Filosofia" e le Matematiche, ed è stato allievo di Marcello Malpighi, uno dei maestri della nuova scienza sperimentale, nei campi dell'anatomia comparata e dell'embriologia. (5)

A Rimini, il card. Davìa "per erudire l'animo suo e de' suoi sudditi una sceltissima Libreria d'ottimi Libri d'ogni genere da tutti i paesi più colti d'Europa con immense spese si procacciò, non meno che Strumenti Matematici, e Medaglie e altri preziosi avvanzidell'antichità…". (6)

Così scrive Planco sul card. Davìa. Questa pagina assume, per Bianchi, un carattere pure autobiografico. Il modus operandi del vescovo riminese, è per Planco un esempio a cui ispirarsi nella propria attività culturale e di docente. Inoltre, la stessa pagina sembra anche proiettare la propria ombra sulla storia che di sé stesso Bianchi scrive, in un opuscolo apparso anonimo: "In fine il Bianchi à il requisito di aver impiegati tutti i denari, che gli sono provenuti dalla sua professione di medico, non in comprar cose stabili, e poderi, come i più fanno, ma nel fare stampare sue opere, nel tenere un grande carteggio colla più parte de' letterati d'Italia, e di fuori, e in viaggi eruditi, e nella compra di ottimi libri, e di medaglie, e di altre cose appartenenti all'antichità, e alla storia naturale, onde la sua raccolta vien considerata per una delle ragguardevoli d'Italia, non passando mai personaggio, o altro erudito per Rimino, che non sia vago di vederla, e che non la ritrovi superiore al suo credere". (7)

A far parte dell'Accademia, il card. Davìa ha chiamato gli insegnanti del Seminario, tutti "Uomini dottissimi", provenienti da fuori città. Tra loro c'è Antonio Leprotti, suo medico personale e docente di Filosofia, che resta a Rimini per quindici anni.
Il card. Davìa rinunzia liberamente "il Vescovado" nel '26, per intraprendere una carriera tutta romana che lo porta ad essere nominato Prefetto della Congregazione dell'Indice, e ad essere considerato un papabile, nel 1730 quando è eletto Clemente XII.
Dopo la morte del card. Davìa (avvenuta a Roma l'11 gennaio 1740), a Rimini si celebra nella chiesa del Suffragio una solenne messa funebre. "D'intorno il suo Ritratto posto sul Catafalco", quattro scritte ricordano le sue qualità morali e i suoi pregi intellettuali. Tra i quali si annovera quello di aver introdotto da noi "puriorem philosophiam", cioè quell'"ottima filosofia" che il card. Davìa aveva studiato a Bologna, e che a Rimini egli fece insegnare dal Leprotti. (8)

In un'altra commemorazione funebre, quella scritta dall'abate Giampaolo Giovenardi in ricordo di Iano Planco, troviamo spiegato che Leprotti (maestro dello stesso Planco), aveva insegnato a Rimini una "Filosofia [non però Aristotelica]". (9) 

Sia presso i Domenicani sia presso i Gesuiti, lo studio della Filosofia era improntato invece ai canoni dell'aristotelismo.
Lo stesso Giovenardi ci descrive il clima delle "Peripatetiche Scuole" agli inizi del secolo. In quelle scuole, non altro si ritrovava "che dottrine assai volgari, termini barbari, e minutezze ridicolose, ed atte piuttosto ad accrescere, che a dissipare la caligine dell'ignoranza, ed a confondere, che ad illuminare le menti, e a nausearle piuttosto che ad invogliarle ad amar la Sapienza". In quelle scuole, s'insegnavano dottrine non solo volgari, ma anche "inutili". Dalle quali rifugge Planco, per avviarsi allo studio della "buona Filosofia" e degli autori che apparivano (dice Giovenardi), quali "principali Liberatori, e distruttori del grave giogo dell'Arabica, e della galenica barbarie". (10)

Siamo nel 1711. Planco ha diciotto anni. Sette anni prima, ha abbandonato le "Lojolitiche scuole" per non perder tempo nel seguire il normale corso degli studi nella lingua latina, che per lui (enfant prodige), era troppo lento. Si è così messo a studiar greco, "senz'altra guida che quella di se stesso". (11)

Note
(1) Cfr. Lettere, bolle e discorsi di fra Lorenzo Ganganelli (Clemente XIV), Le Monnier, Firenze 1849, p. 280.
(2) Cfr. Carteggio inedito di G. Morgagni con G.B., a cura di Guglielmo Bilancioni, Steb, Bari 1914, p. 30.
(3) Cfr. A. Turchini, Tra provincia ed Europa. Scienza e cultura a Rimini nel XVIII secolo, in E. Guidoboni - G. Ferrari, Il terremoto di Rimini e della costa romagnola: 25 dicembre 1786, SGA, Bologna 1986, p. 147.
(4) Cfr. C. Tonini, La Coltura letteraria e scientifica in Rimini,Danesi, Rimini 1884, vol. II, p. 207.
(5) Cfr. Relazione delle solenni esequie… al card. Da Via, 1740, di Anonimo, p. III. Ma secondo le Novelle Letterarie di Firenze (28 luglio 1758, coll. 477-478), lo scritto è opera di Iano Planco.
(6) Ibidem, p. V.
(7) Si tratta dei cosiddetti Recapiti del dottore Giovanni Bianchi di Rimino [Gavelli, Pesaro 1751]. Cfr. alla p. V. È la seconda di due autobiografie planchiane, rigorosamente anonime. Sulla paternità dell'opera, cfr. le citt. Novelle Letterarie alla nota 5, col. 480. La prima autobiografia è quella in latino pubblicata da G. Lami nella serie Memorabilia Italorum eruditione praestantium, I, Firenze 1742. Il testo planchiano occupa le pp. 353-407.
(8) Cfr. Relazione cit., p. VII.
(9) Cfr. G. Giovenardi, Orazion Funerale in lode di mons. Giovanni Bianchi…, Occhi, Venezia, 1777, p. XVII. Giovenardi (1708-89), fu allievo della scuola riminese di Planco. Sulla sua figura, cfr. P. Meldini, Il medico di parrocchia, G. G. e il dibattito su scienza e sacerdozio nel Settecento (in AA. VV., "San Vito e Santa Giustina, contributi per la storia locale", a cura di C. Curradi, Maggioli, Rimini 1988, pp. 173-187).
(10) Ibidem, p. XV.
(11) Ibidem, p. XIV.


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