Planco Notizie inedite cap. 2

II. Iano Planco nei "giardini d'Epicuro"

La fuga di Planco dalla scuola dei Gesuiti, richiama l'episodio che ha per protagonista, al domenicano collegio di San Cataldo nel 1721, il giovane Carlo Goldoni: il quale trova insopportabile la Logica aristotelica e le lezioni del prof. Candini, e dà il suo "addio per sempre alla stucchevole, scolastica Filosofia". (12) Goldoni si giustifica col padre: "…per me era tempo perduto… (…) Ah! la filosofia scolastica… Ah! papà… fatemi imparare la filosofia dell'uomo, la buona morale, la fisica sperimentale". (13) Alla Filosofia, Goldoni sostituirà il Teatro. Planco, invece, dopo quattro anni di Filosofia, su consiglio di Leprotti, intraprende quegli studi di Medicina a cui Giulio Goldoni avrebbe voluto avviare il figlio. (14)

Giovenardi, quando stende il suo elogio funebre di Planco, ha sotto gli occhi l'autobiografia latina di Bianchi. (15) In essa si legge che Planco, attraverso un fratello, aspirante frate nell'Ordine dei Minimi, conosce a Rimini padre Giovanni Bernardo Calabro, dottore in Fisica, che nel suo insegnamento rifiuta le "volgari dottrine dei Peripatetici, che Planco aveva sempre odiato non meno delle minuzie dei Grammatici e dei Retori". (16)

Per due mesi, Planco ascolta le lezioni di padre Calabro. Poi, quando il generale dei Minimi ingiunge al frate di ritornare nell'"accampamento dei Peripatetici", Planco fa ancora parte per sé solo, e si getta sui libri di Gassendi, Cartesio, di Geometria e di "cose neutoniane". (17) Per quattro anni Planco (come scrive Giovenardi che ricalca fedelmente l'autobiografia di Bianchi), fa "l'attenta lettura" di quei testi, e studia la Geometria, che Giovenardi definisce la "chiave che apre l'adito a' più intimi penetrali de' chiari fonti della sapienza". (18) A questi "chiari fonti", Giovenardi contrappone "le torbide e limaciose Arabiche, e Galeniche cisterne". Claudio Galeno (129-200 c.), era stato un'autorità sino al 1543, quando le sue teorie anatomiche furono smentite da Andrea Vesalius con ilDe humani corporis fabrica.

Giovenardi compone queste pagine nel '76, ad un anno dalla morte di Planco. Il suo sguardo retrospettivo ricostruisce uno scontro tra vecchia e nuova cultura, che ha coinvolto tutta l'Europa.

Tra gli autori citati da Bianchi, e riportati da Giovenardi, c'è Piero Gassendi (1592-1655), da cui prende le mosse la nuova filosofia dell'esperienza, prima ancora che da Bacone. (19) Secondo Gassendi, "su nessuna cosa si può pronunciare giudizio alcuno, senza la testimonianza dei sensi". L'uomo conosce unicamente gli oggetti. Solo Dio, ha conoscenza metafisica.

Il nome di Gassendi appare pure nell'Autobiografia di Vico, il quale ricorda che Gassendi era diventato famoso presso i giovani, già sul finire del '600: "…si era cominciata a coltivare la filosofia d'Epicuro sopra Pier Gassendi". (20) Il gesuita Giovan Battista De Benedictis, in un'opera uscita a Napoli nel 1687 (Philosophia peripatetica, tomo II), aveva attaccato Gassendi e Cartesio, definendoli entrambi figli di uno stesso deprecatissimo padre, Epicuro. (21) Anche per Epicuro (341-270 a.C.), la sensazione è la base di ogni conoscenza. Egli poi nega che gli dèi (o un Dio) si occupino delle faccende umane.

Il nome di Epicuro è presente nell'autobiografia di Planco, relativamente alla censura che colpisce l'insegnamento di padre Calabro: l'ordine del generale dei Minimi di passare nell'"accampamento dei Peripatetici", infatti, comprendeva pure il comando di allontanarsi dai "giardini d'Epicuro". (22)

I quattro anni filosofici di Planco, vedono anche un approfondimento della lingua greca, dove Bianchi ha per compagni di studio lo stesso padre Calabro ed il padovano Felice Palesio, docente di Latino e Arte oratoria. In breve tempo, Planco supera i colleghi, e rimane solo. (23)

In quel periodo anni, Planco si fa amico il filosofo e medico Leprotti, e diventa segretario dell'Accademia del card. Davìa, dove il giovane riminese quando non parla in latino e greco, si esibisce nell'imitare la favella toscana. È Leprotti che poi convince Planco a studiare medicina. Altri amici volevano spingerlo verso il Diritto o la vita ecclesiastica: ma Planco non apprezza gli "imbrogli e le arti dei legulei", e teme "i vincoli del sacerdozio". (24) Giovenardi commenta: "Venerava il sacerdozio, conoscea la pur troppa facilità di ottenerlo, e l'utilità, che senza gran fatica, e studio potea apportarli; ma orror gli faceano que' grandi legami, che seco porta, e che pur troppo da gran parte non si conoscono, o non si curano". (25)

Accanto al nome di Gassendi, abbiamo incontrato quello di Cartesio. Nella polemica culturale e religiosa di quegli anni, il cartesianesimo viene indicato come "il padre spirituale del giansenismo" (26), contro il quale lottano i Gesuiti. La "buona Filosofia" alla quale si rivolge Planco, e di cui parla Giovenardi, è l'opposto di quanto s'insegnava nelle "Peripatetiche scuole", tra le quali troviamo quelle dei Gesuiti. Antiaristotelismo finisce così per significare tout-court antigesuitismo. 

Dietro la polemica su Aristotele, si celano le discussioni sulla cultura dei Gesuiti. Di questa polemica, Pascal ha fornito il "verbale" più illustre nelle sue Provinciali. L'aristotelismo per i Gesuiti è il tramite con cui essi si sforzano di unificare cultura religiosa e mondana: il risultato, è il rifiuto di tutto quanto è nuovo. I Giansenisti, invece, nella Filosofia e nelle Scienze aderiscono alla cultura moderna. (27)

A Pascal, si deve la distinzione tra l'"esprit de géométrie", applicabile alla scienza, e l'"esprit de finesse", da cui dipende la saggezza dell'uomo nella vita. Accanto alla ragione, c'è il cuore. Quando s'incontra il discorso sulla Geometria, come troviamo nel Giovenardi, verrebbe spontaneo attendersi la citazione del nome di Pascal. Ma ciò non accade. Perché? Un'ipotesi molto semplice. È lecito attaccare liberamente i Gesuiti (il cui Ordine è stato soppresso il 21 luglio 1773: e Giovenardi scrive tre anni dopo). Sui Giansenisti pesa invece la condanna di Clemente XI (1713, "bolla" Unigenitus), per cui è proibito citarli. Se Pascal fosse stato rifiutato con convinzione, Planco lo avrebbe condannato a chiare lettere. Né lui né Giovenardi si scagliano contro Pascal. Quindi se non lo citano, è forse soltanto per paura di destar scandalo. D'altro canto, sappiamo della simpatia nutrita da Planco verso i "giansenisti italiani". (27 bis)

Questa paura era del tutto giustificata. Circa le censure esistenti a quel tempo, Amaduzzi scrive ad un suo corrispondente, il Pompei, il 4 febbraio 1786: ha appena tenuto la sua "dissertazione dell'indole della verità e delle opinioni", e dice di volerla stampare "senza assoggettarla alle mutilazioni di Frati superstiziosi, e fanatici". (27 ter)

Note
(12) Cfr. la prefazione di Goldoni al tomo IV delle sue commedie, ed. Pasquali, citata da A. Lazzari, C. G. in Romagna, I.V.A.G., Venezia 1908, p. 15.
(13) Cfr. C. Goldoni, Memorie, I parte, cap. VI, Bur, Milano 1961, p. 35.
(14) "I domenicani di Rimini erano in gran nome per la logica, che apre la strada a tutte le scienze fisiche e speculative…". Ibidem, cap. IV, p. 26.
(15) Scrive A. Fabi: "…le smaccate lodi del biografato e gli attacchi all'ambiente accademico senese indicavano chiaramente come opera dello stesso B." quell'autobiografia, della quale poi Planco riconobbe la paternità. (Cfr. A. Fabi, G. B., in "Dizionario biografico degli italiani", I. E. I.).
(16) "Vulgares Peripateticorum doctrinas, quas non minus semper Plancus oderat, quam Grammaticarum, & Rhetorum minutias". Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., p. 354. Il testo planchiano occupa le pp. 353-407. Il fratello di Planco, è frate Girolamo, ordinato sacerdote a Pesaro il 18 dicembre 1717 (cfr. sua lettera in pari data ad Iano Planco, Fondo Gambetti, Gambalunghiana).
(17) Ibidem, p. 355. Quanto ha capìto Planco della filosofia di Newton? È un dubbio che sorge all'abate Amaduzzi, ex allievo di Bianchi, nel suo terzo (ed ultimo) "Discorso filosofico" Dell'indole della verità e delle opinioni del 1786, ove riporta una definizione data da Planco della teoria di Pitagora della proporzione ("colla quale la gravità de' corpi celesti decresce allontanandosi dal sole", p. 50). Secondo Planco, quella teoria era frutto di un interesse di Pitagora verso il mirabile e lo specioso. Ma essa è stata confermata da Newton, con la scoperta delle "forze centrali", per cui il "teorema" di Pitagora è diventato un "assioma fisico incontrastabile": vedi alle pp. 58-59 dell'Appendice (a cura di A. Montanari), al secondo "Discorso filosofico" di Amaduzzi, La Filosofia alleata della Religione, Il Ponte, Rimini 1993. Il primo "Discorso filosofico" di Amaduzzi (Sul fine ed utilità dell'Accademie), è del 1776.
(18) Cfr. G. Giovenardi, Orazion Funerale, cit., p. XVI.
(19) Cfr. E. Cassirer, Storia della filosofia moderna, Saggiatore, Milano 1968, II, p. 44.
(20) Cfr. G. Vico, Autobiografia, Paoline, Milano 1958, pp. 48-49. La vicenda biografica di Vico è esemplare per comprendere il clima del tempo. Scrive F. De Sanctis: "Il movimento europeo gli giunse attraverso la sua biblioteca… Gli venne addosso la fisica di Gassendi, poi la fisica di Boyle, e poi la fisica di Cartesio… E per capire Gassendi si pose a studiare Lucrezio…". Cfr. Storia della letteratura italiana, II, Feltrinelli, Milano 1956, p. 357.
(21) Cfr. E. Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966, p. 874.
(22) Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., pp. 354-355, e in G. Giovenardi, cit., p. XV. "Giardino" fu detta la scuola di Epicuro, perché sistemata in un edificio con giardino (anzi un orto), nei sobborghi di Atene: le espressioni "quelli del Giardino" "i filosofi del Giardino" divennero sinonimi di seguaci di Epicuro, Epicurei.
(23) Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., p. 355: "quorum Plancussociorum studia longe antevertit omnia, solusque brevi relictus est".
(24) Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., p. 356.
(25) Cfr. G. Giovenardi, cit., p. XIX.
(26) Cfr. E. Garin, Storia della filosofia italiana, cit., p. 875.
(27) Cfr. G. Preti, pp. IX-X delle Provinciali di B. Pascal, Einaudi, Torino 1983.
(27 bis) Cfr. la lettera di Planco ad Amaduzzi su Padre Giorgi, riportata in A. Montanari, Lumi di Romagna, Il Settecento a Rimini e dintorni, Il Ponte, Rimini 1992, p.101.
(27 ter) Cfr. in Manoscritti Amaduzzi 28, Biblioteca Filopatridi, Savignano.


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