Planco Notizie inedite cap. 3

III. Iano Planco pensatore "antigesuita"

Racconta Giovenardi che Planco fu "nimico sempre del Probabilismo" (28). Il Probabilismo, in Teologia, era una teoria dei Gesuiti, contro la quale si scaglia Pascal nella Quinta delle sue Provinciali. Pascal ritiene la "dottrina delle opinioni probabili… la fonte e la base" degli abusi teologici dei Giansenisti. (29)

Sul Probabilismo, c'è una pagina di Francesco De Sanctis, che descrive la portata del fenomeno: "I gesuiti vennero di moda… Il loro successo fu grande, perché, in luogo di alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli uomini, lasciando le plebi nell'ignoranza, e le altri classi in quella mezza istruzione che è peggiore dell'ignoranza. Parimenti, non potendo alzare gli uomini alla purità del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di casi, di distinzioni: un compromesso tra la coscienza e il vizio… E nacque la dottrina del "probabilismo", secondo la quale un "doctor gravis" rende probabile un'opinione, e l'opinione probabile basta alla giustificazione di qualsiasi azione, né può un confessore ricusarsi di assolvere chi abbia operato secondo un'opinione probabile…".

"Questa morale rilassata", prosegue De Sanctis, "era favorita da un'altra teoria", quella della "directio intentionis", secondo cui un'azione cattiva è lecita, quando è lecito il fine di essa. 

Commenta De Sanctis:"È la massima che il fine giustifica i mezzi…". Infine, conclude De Sanctis, viene la dottrina della "reservatio et restrictio mentalis", secondo cui "il giuramento non ti lega, se tu usi parole a doppio senso rimanendo a te l'interpretazione". (30)

Citare quindi l'avversione di Planco al Probabilismo, come fa Giovenardi, può significare soltanto che nel medico riminese esisteva una precisa simpatia per le posizioni dei Giansenisti. Dice Giovenardi che Planco insegnò Teologia morale, nella sua scuola privata. (31) Ma Giovenardi non precisa il contenuto o le novità di tale insegnamento. Se cioè esso comportava anche atteggiamenti pascaliani.

L'abate Amaduzzi riconosce a Planco il merito di aver insegnato "l'etica filosofica con quella precisione, ed impegno che si suole osservare in quelli che parlano coll'interna persuasione". Basta ciò a dimostrare l'esistenza di affinità tra un Amaduzzi cosiddetto giansenista, ed il suo maestro Planco? Amaduzzi, nel descrivere l'attività del Bianchi, fa poi un'osservazione pungente: "Mancò di un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualche paralogismo", cioè a sillogismi falsi con apparenza di verità. Segue la constatazione che se la Filosofia è "la medicina dellemalatìe dell'anima", "chi non ne profitta è sempre un Filosofo imperfetto". (32)

Al titolo di filosofo, invece, Planco tiene in modo particolare. D'altro canto, fino a tutto il '600, la Medicina ha fatto parte della scienze filosofiche. Solo da poco, è diventata una scienza naturale e sperimentale. (33) In questo continuo scambio di Medicina e Filosofia presente in Planco, c'è il perpetuarsi di una situazione antiquata, secondo superati schemi culturali e didattici.

Nell' autobiografia del 1751 (34), Planco ricorda che, dopo aver conseguito la laurea il 7 luglio 1719, egli insegnò nella sua scuola domestica "principalmente" la Filosofia. Nel '34 cominciò "insieme co' suoi scolari, ch'egli à avuti sempre in buon numero, a fare osservazioni filosofiche [cioè sperimentali, corsivo nel testo] sopra il flusso, e riflusso del mare"; poi scrisse ilDe conchis minus notis, un "libro… tutto ripieno di nuove scoperte, e di dottrine filosofiche pellegrine". Successivamente, a Siena ebbe "privatamente in casa… altri scolari in Filosofia", tra cui il futuro vescovo di Todi, Francesco Pasini (il maestro del Bertòla, di cui era anche parente); infine, mise "in casa sua [a Rimini]… in piedi l'antica accademia filosofica, ed erudita de' Lincei", nella quale si insegnarono tante discipline, ma non la Filosofia come classe a sé. (35) Nell'autobiografia latina, Planco ricorda di aver sostenuto "disputationem publicam de universa Philosophia", di aver insegnato "Scientias varias", e di aver trattato "de rebus Philosophicis, Anatomicis, Botanicis". (36)

In definitiva, per Planco la Filosofia è il collante delle Scienze, il legame di ogni ricerca, il fattore che unifica e garantisce nell'indagine sulla realtà. Non è una disciplina a sé stante, con le sue regole, con il suo sistema di conoscenza. In ciò, Planco è più scienziato che filosofo: la Filosofia per lui non è un metodo di lavoro, ma lo strumento con il quale giustificare la propria "verità" acquisita. Egli appare più come un vecchio umanista che un nuovo filosofo dell'età dei Lumi.

Nei Recapiti, elencando alcune sue "operette" relative al terremoto, alle aurore boreali, e ad osservazioni di Anatomia e Veterinaria, Planco precisa che esse "sono tutte corredate di pellegrine osservazioni, e di dottrinefilosofiche". (37) Ancora nei Recapiti, Planco dice di sé che, ristabilitosi nel '44 a Rimini, "tornò ai soliti esercizj delle sue scuole insegnando a chi la Filosofia, a chi la Medicina, a chi la Geometria, e a chi la lingua Greca". 

La parola Filosofia (sia qui come sostantivo, sia dove appare nella forma d'aggettivo), è sempre scritta in corsivo, a differenza delle altre materie. Quale significato intellettuale, può avere questa peculiarità stilistica? Forse la spiegazione sta proprio in quel considerare la Filosofia come qualcosa che lega ogni aspetto ed atto della conoscenza. Di ciò abbiamo conferma, se riportiamo le opinioni ed i ricordi di Planco appena citati, ai suoi interessi culturali e professionali.

Come medico, Bianchi si forma proprio nel momento in cui la scuola medico-filosofica galenica si sta affievolendo, e sta tramontando la dottrina dei quattro umori (bile nera, bile gialla, flegma e sangue). Quando Giovenardi cita la "Galenica barbarie", forse riferisce un parere ascoltato alla scuola di Planco. Planco sottolinea che a Bologna, a differenza dei comuni studiosi dell'arte medica, non aveva ascoltato soltanto "medici teorici e pratici", bensì aveva anche frequentato degli eruditi, come l'anatomico Valsalva e il filosofo empirico Beccari. (39)

Quella definizione di "filosofo empirico" significa parecchio, soprattutto se riferita al clima scientifico in cui l'osservazione del dato reale (tipica di ogni nuovo studio in quei tempi), subentra al pregiudizio degli aristotelici e all'enunciazione teorica di principi poi non verificati nell'esperienza. 

Insomma, è il trionfo della scienza sperimentale, il trionfo di Galileo, anche se in Planco sembra mancare la consapevolezza della necessità di un'enunciazione metodologica precisa e salda, al riguardo.

Note
(28) Cfr. G. Giovenardi, Orazion Funerale, cit., p. XXVIII.
(29) Cfr. B. Pascal, Provinciali, cit., p. 43.
(30) Cfr. F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, II, cit., pp. 341-342.
(31) Cfr. G. Giovenardi, Orazion Funerale, cit., p. XXVIII.
(32) Cfr. [G. Amaduzzi], Elogio di Monsig. Giovanni Bianchi di Rimino, in "Antologia Romana", 1776, pp. 226-229, 235-239.
(33) Cfr. G. Cardi, Iano Planco, medico riminese e la sua scuola, Tip. Sociale Faentina, Faenza 1909, p. 4.
(34) È l'opera intitolata Recapiti già cit. qui alla nota 7. 
(35) Cfr. G. Masetti Zannini, Vicende accademiche del Settecento nelle carte inedite di I. P., in "Accademie e Biblioteche d'Italia", XLII, 1-2, Roma 1974, p. 55.
(36) Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., pp. 390, 392, 395.
(37) Cfr. Recapiti, cit., pp. III-IV.
(38) Ibidem, p. IV.
(39) Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., p. 357.

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