Planco Notizie inedite cap. 5

V. Iano Planco doctor gloriosus

Quando scrive le pagine autobiografiche, sia le latine del 1742 sia i Recapiti del 1751 (55), Planco si spoglia, per dirla con Machiavelli, della sua "veste cotidiana, piena di fango e di loto", ed indossa "panni reali e curiali". Si mette in posa, e usa uno stile solenne per testimoniare il proprio impegno culturale, seguendo una tendenza tipica delle analoghe opere di questo genere letterario che, nel corso del XVIII secolo, acquista una diffusione eccezionale. 

A quali autori, Planco poteva ispirarsi? Di Muratori, doveva conoscere certamente la Lettera intorno al metodo seguito ne' suoi studi. E forse non ignorava l'Autobiografia di Vico: un esemplare si trovava nella sua biblioteca privata. (56) Di certo, Planco soprattutto nel testo latino imita cadenze e ritmi classici, come rivela l'inizio convenzionale ("parentes habuit honestos"), che si ritrova pure in Petrarca e Vico.

E se Vico si proclama "un fanciullo maestro di se medesimo", Planco sottolinea che nello studio delle Lettere non ebbe ebbe maestro alcuno, ma fu completamente autodidatta. (57) Nel Discorso sul metodo, considerato oggi un modello di fondo per ogni autobiografia apparsa tra '600 e '700, Cartesio aveva fatto una dichiarazione d'umiltà ("…non ho mai presunto che il mio ingegno fosse in niente più perfetto di quello degli altri" [I, i]), che invano cercheremmo in Planco, tutto teso a sottolineare le qualità del proprio intelletto, così elevate da lasciar per strada due docenti (di Filosofia e Lettere latine), che gli furono occasionali compagni nello studio della lingua greca. (58)

Se la costante esagerazione dei propri meriti, e l'idealizzazione letteraria, oggi sono comprensibili; lo stesso non accadde ai tempi di Planco, quando quelle pagine suscitarono riprovazione per l'immodestia che le permea ad ogni passo. "Scrisse a se stesso latinamente la vita profondendovi elogj a mani piene", annotò Bertola. (59)

Doctor gloriosus, il dottor vantone, potremmo dire di Planco, parafrasando Plauto. Aggiungeva Bertola che Planco, dopo aver fatto pubblicare quella vita, ebbe anche "il coraggio di dettarne l'apologia" in una Epistolastampata nel '45, per difendersi da quanti avevano inteso stroncare più che l'opera in sé, il personaggio che vi emergeva. (60)

A chi l'accusava di essere stato in gioventù "pauper et abiectus", Planco nella Epistola chiedeva in che modo avesse potuto diventare all'improvviso tanto facoltoso da dedicarsi agli studi degni di un uomo ricco ("libero homine dignis"), e da mantenersi a proprie spese all'università, laurearsi "splendide" e viaggiare di frequente. (61)

La verità sulla vita di Planco emerge non da questi scritti pubblici, ma dalle lettere private inviategli dai fratelli. (62) Nel 1731, Filippo polemizza da Roma: "…voi dite d'aver contribuito molto piu di me in servizio della Casa con aver pagato mille e quattrocento scudi di debiti che aveva lassiati nostro Padre", alla sua morte nel 1701. È "una solennissima fandonia": Planco in quel tempo non era "capace à far senza robba", perché studiava, mentre gli altri fratelli provvedevano a sanare il bilancio di famiglia "col capitale che lassio[recte: lasciò] nostro padre" [21.7.1731].

Frate Girolamo gli aveva scritto nel 1715: "…non mancate di fare le parti del nostro debito". Tirando le orecchie a Planco per la sua condotta, lo aveva invitato a mantenersi "sul savio", e ad abbandonare certe compagnie di "bufoni, che non sono boni ad altro che a coglionare il prossimo, e da quali non si puol imparare niente di serio" [?-?-1715]. Il "16 Genaro 1717", frate Girolamo (fatto diacono da circa un mese), era tornato alla carica. Giovanni aveva già 24 anni: "…è hora che elegiate stato; e quanto al mio parere non sarebbe meglio per voi che il porvi alla chierica". Ma da quell'orecchio, Planco non ci sentiva. (63)

In marzo, il frate ironizza: "Ho supposto fin ora che voi vi siate pigliato tempo per pensare alla vostra ellezione di stato, e perciò non abbiate potuto scrivermi" [26.3.1717]. In aprile, Girolamo, non avendolo visto comparire alla fiera, gli scrive: temo che stiate male "o pure che habbiate de grandi interessi matteschi a quali secondo il solito v'applichiate" [21.4.1717].

Quando Planco sceglie di avviarsi alla Facoltà di Medicina, Girolamo osserva: "Godo che siate arrivato in Bologna sano e salvo (…); non vorrei che questo fosse il tratto dell'asino, cio è che principiaste con fervore e che poi vi" perdeste per strada, "in mille altre scienze". Figuriamoci se l'enciclopedico Planco voleva accettare questi consigli, farciti di annotazioni realistiche: "…vi ricordo l'honor vostro, le spese della casa, l'utile che perdereste (ciò non riuscendo), e la povertà nella quale con tempo potreste cadere" [12.11.1717]. A Fano, dove si trova in convento, Girolamo ha conosciuto l'"Eccellentissimo Dottor fisico Pini di Rimini, [il] quale si muore quasi per la fame" [senza data]. Della Medicina, Girolamo non ha molta fiducia. I medici li manda "a far dar l'asino tutti quanti" [s.d.], per averli sperimentati di persona: sofferente di "ipocondria e debbolezza", in quei giorni vedeva "vicina" la fine della propria esistenza [1.10.1717]. 

La lettera di Girolamo con gli auguri per la carriera universitaria [12.11.1717], termina con un'annotazione amara: "…state sicuro che quando avrò bisogno di qualche cosa da casa scriverò solamente a Francesco, e quando mi venisse voglia di scrivere a Filippo e Gioseppe non gli scriverò altro che esortazioni accio abbassino l'alterigia e faciano capitale di Fran[ces]co". Il passaggio della missiva rivela una complessa situazione famigliare, della quale non si trovano tracce nelle biografie di Planco. Quel Francesco il cui nome spunta in questa lettera, è un personaggio (misterioso, ma non troppo, forse), che troviamo al centro di aspre dispute, in casa Bianchi.

Note
(55) Cfr. qui la nota 7.
(56) Entrambe le opere furono promosse nel 1725 da Giovanni Artico di Porcìa (1682-1743). Quella di Vico, scritta nello stesso '25, apparve nel '28 nella Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici, edita da padre Angelo Calogerà (I, pp. 145-256). Muratori temeva di cedere, scrivendo di sé, alla "vanità", per cui non voleva pubblicare l'autobiografia; ma poi, probabilmente dopo la comparsa di quella di Vico, vi acconsentì: cfr. M. Guglielminetti,Biografia ed autobiografia, in "Letteratura Italiana, V, Le questioni", Einaudi, Torino 1986, p. 872, nota 3. Sulla biblioteca di Planco, cfr. il manoscritto n. 1352 in Gambalunghiana, intitolatoCataloghi e indici della Biblioteca di Giovanni Bianchi, ove alla p. 3 della lettera "v", al n. 8, è citata la Vita scritta da se medesimodel Vico, con il rimando al Calogerà, tomo I, p. 145. Vico non è citato nella Epistola Apologetica (p. XIX), dove invece è ricordato Muratori.
(57) Cfr. in G. Lami, Memorabilia…, cit., p. 353: "In iis vero præceptorem adhibuit nullum".
(58) Cfr. qui la nota 23.
(59) Dal necrologio citato qui nella nota 40.
(60) Cfr. Simonis Cosmopolitæ Epistola Apologetica pro Jano Planco ad Anonymum Bononiensem, Arimini mdccxlv, in Ædibus Albertinorum. Il manoscritto è nel Minutario di Planco (SC-MS 969, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini), a partire dalla c. 428. L'Epistola è rivolta a Girolamo Del Buono, autore di un attacco all'autobiografia di Planco, apparso a Modena nel '45. Cfr. A Fabi,Aurelio Bertola e le polemiche su Giovanni Bianchi, cit., p. 7, nota 7.
(61) Ibidem, p. XI. Nell'Utile Monitorio di Tiburzio Sanguisuga Smirneo (Lugano 1748), risposta alla Epistola planchiana, attribuibile secondo il cit. Fabi (ib.), allo stesso Del Buono, si legge a p. 20 questa accusa al medico riminese: "…guadagnando continuamente più nel Giuoco, che nell'esercizio della praticaMedicina".
(62) Tutto l'epistolario citato in seguito, è nel Fondo Gambetti della Gambalunghiana, diviso in cartelle intitolate alle singole persone: Frate Girolamo dei Minimi (Pietro Antonio, 1694-1731), Filippo Maria (1698-1743) e Giuseppe Carlo (1699-?). I testi delle lettere sono riportati fedelmente all'originale, con i modi ortografici e gli errori contenuti.
(63) Vedi nella II parte, il testo che ha come note i nn. 24 e 25.

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