Planco Notizie inedite cap. 6

VI. Iano Planco e gli affari di famiglia

Una data fondamentale in casa Bianchi è il 1701, quando muore il padre, Girolamo. Figlio di Simone e di Aurelia Tognacci, è nato nel 1657, e si è diplomato farmacista nell'83, a Roma, divenendo poi "Capo speziale" dell'Arcispedale di San Giovanni in Laterano, a cui nel testamento lascia dodici scudi. 

Il 15 settembre 1687 si è messo in società con Giovanni Battista Concordia di Mondaino, "nella Spetiaria e Drogheria sotto l'insegna del Sole, posta nella piazza" di Rimini. (64)

Il 24 aprile 1690 ha sposato Candida Cattarina Maggioli, di circa 18 anni, figlia di Bartolomeo e di Lucia Gulinucci, entrambi di Borghi. Ha avuto sette figli: Pietro Antonio Maria (1691-93), Giovanni Paolo Simone (1693-1775), Pietro Antonio (divenuto Frate Girolamo dei Minimi, 1694-1731), Elisabetta (1695, morta di cinque giorni), Anna Maria (1697-98), Filippo Maria (1698-1743) e Giuseppe Carlo (1699-?). (65)

Girolamo, alla scomparsa del socio Concordia, nel 1696, compra per 1.421 scudi dai suoi eredi la loro quota di "spetiaria". Nel '98, il card. Francesco Maidalchini, Abbate della "Abbatia di S. Gaudentio di Rimini", gli rilascia un attestato in cui lo si definisce "Computista" della stessa abbazia. Girolamo muore nei primi mesi del 1701: è del 20 agosto un "Bilancio di tutto quello che si trova nella speciaria del Sole…", steso da Francesco Bontadini da Ravenna, che in atti successivi si qualifica "aromatarius" (profumiere) ed "agente del sig. Girolamo Bianchi". (66)

I più antichi documenti personali dei fratelli Bianchi, oggi consultabili, sono le lettere di frate Girolamo a Planco, del 1716, da Castelleone (Fano). In esse, non si parla più della madre, che risulta ancora viva in un atto notarile del 1711. 

Nel '16, Giuseppe lascia lo studio, e "attende alla botega": frate Girolamo suggerisce a Planco di farlo esercitare "in leggere e scrivere acciò gia che sà poco legere con il tempo sappia niente". [11.4.1716]

In queste lettere del '16, appare per la prima volta il nome di quel Francesco incontrato nella missiva inviata a Planco da frate Girolamo con gli auguri e gli ammonimenti per gli studi universitari [12.11.1717]: "…quando avrò bisogno di qualche cosa da casa scriverò solamente a Francesco". 

Lì, il frate lascia intendere come la famiglia sia divisa in due partiti, a proposito della gestione della bottega: lui parteggia per Francesco, che invece è osteggiato da Filippo e Giuseppe. Da una lettera successiva di Filippo, si ricava che la discussione verteva sulla pretesa di Francesco d'"entrare in parte del partte del negozio" [8.10.1718].

Planco sembra fungere da paciere: "Vedete di mitigare Filippo e fare che egli e Giuseppe se la passino daccordo con Fran[ces]co". (67) Ma in realtà, come lo accusa Filippo, Planco sostiene Francesco. Costui ha esperienza d'affari, mentre Filippo e Giuseppe sono ancora troppo giovani per cavarsela da soli: in quel 1717, hanno soltanto diciannove e diciotto anni. Nel '18, riferisce Filippo, frate Girolamo li rimprovera: "…comincio [recte: cominciò] a …dire cabiamo in testa di voler far gl'omini, e reger noi…". Filippo risponde al frate: "…certo che lo dobiamo avere che, e roba nostra, e non siamo piu ragazi dessere menato a naso da piu nessuno" [8.10.1718].

Chi sia questo Francesco, nessuno ce lo spiega. Forse lo si può identificare con il citato Francesco Bontadini da Ravenna, "agente del sig. Girolamo Bianchi". 

Dall'incrociarsi della corrispondenza tra Planco ed i suoi fratelli, apprendiamo che Francesco, nell'autunno 1718, decide di sposarsi con Giovannina Buferla, senza dir nulla ai Bianchi, nella cui casa egli vive assieme alla propria madre. (68)

Francesco sembra citato anche nel testamento di Girolamo Bianchi, esibito da Francesco e da frate Girolamo a Filippo e a Giuseppe, in un incontro finito in rissa, con una "ciasata" da "farsi sentire per tutta la piaza o per dir meglio da tutta la Città": "…non sei padrone" ha urlato Francesco a Filippo, che non è riuscito a trattenere "la colera" nel rispondergli [8.2.1719]. 

Francesco è sollecitato "dal'inquetudine di sua madre… a far negozio da sé", scrive Filippo a Planco, rassicurandolo: "…fra tanto io mi vado impraticando del negozio, e penso quando noi saremo in stato lo faremo da noi, che sesanta scudi saranno buoni per voi acio potiate proseguire i vostri studi senza discapito di Casa nostra" [31.1.1719]. (69) 

Filippo accusa Planco: "…quando vi bisogna qualca cosa non fate mai capo da noi contuttocio vi mantenete in Bologna col dispendio comune per vostro vantaggio, e pure non vi sia negato nulla, e vero che sete magiore ma abbiamo quel tanto, che gli avete voi e non voleste che fosimo padrone dun mezo baioco mi pare che sia un indiscretezza la vostra" [8.2.1719].

Nel 1720, frate Girolamo apprende che Francesco "non stava più in nostra botega", senza saperne la causa. Il frate esorta Planco a far "animo a Filippo acciò diventi premuroso nelli interessi di bottega"; e lo sollecita ad insegnargli "con pazienza a far conti e scrivere" [17.12.1720].

"Filippo, per quanto intendo non si avanza altro che in buffoneria, e poco o niente attende agli interessi di casa; che piutosto procura di scialare quanto può", annota amareggiato frate Girolamo, quasi per dire a Planco (in quei giorni a Crema): avevo ragione io a voler affidare a Francesco la gestione della nostra bottega [26.1.1723]. 

L'unica preoccupazione di Filippo, secondo il frate, è quella di "pigliarsi li suoi divertimenti", mentre il solo Giuseppe cura il negozio [9.2.1723]. Nel '24, Filippo lascia l'impresa di famiglia, andando a lavorare come orafo ed ottico. Nel '28, titolare unico della "spetiaria" figura Giuseppe. Nel '29, Filippo pensa di aprire una propria bottega a Santarcangelo, senza però sciogliere la società famigliare. (70) Due anni dopo è a Roma (71), dove viene assunto, su raccomandazione di mons. Leprotti, dall'orefice Angelo Spinaci, "uno dei migliori argentieri" della città, con una clientela ricca e nobile. Ma Filippo arriva quando Spinaci cade in disgrazia presso l'aristocrazia capitolina, per colpa di un certo marchese che ha screditato la bottega con una scenata per strada. Filippo ha poca paga e niente lavoro: "…siamo cinque lavoranti che ci stiamo a guardar" [11.7.1731].

Planco ha altri pensieri per la testa: si è innamorato. Filippo gli raccomanda di fare attenzione: "…guardate d'imbarcarvi bene é di spendere bene i vostri danari, acioche non vabiate poi à pentire come sucede alla magior parte degli amogliati" [7.7.1731]. Quanto ai propri (scarsi) danari, Filippo accusa Planco: "(…) a voi non si è negato cossa alcuna, ma ben sì negate tutto a me", e rinvanga il passato: "…se voi non aveste protegiuto tanto quel nostro dil[ettissi]mo Sig.e Francesco Ladro Baccho Sommo che nel temppo che voi eravate in Bologna li vene volonta di prender moglie ed io vi scrissi che sarebbe stato bene il mandarlo via dalla bottega (…) e Giuseppe io eramo dacordi di caciarlo al diavollo come ben si merittava per le tante suue belle azioni fataci dacordo assieme con voi ed il Frate nostro Fratello" [21.7.1731].

Note
(64) Cfr. il relativo atto nella Miscellanea Manoscritta Riminese delFondo Gambetti, Gambalunghiana. In altro documento (ib.), si legge: "spezieria de medicinali, e robbe vive".
(65) Nel Catalogo Gambetti presso la Gambalunghiana, sotto la voce "Bianchi Girolamo seniore Riminese…", si trovano citate leMemorie mss. autografe del suo sposalizio, e delle nascite dei suoi figli dal 24 aprile 1690 al 3 Nov. 1699, rintracciate, su consiglio del prof. Turchini, nella Miscellanea Manoscritta Riminese delFondo Gambetti. Inoltre, presso la cattedrale di Rimini, nelRegistro dei Battesimi AA, 1692-1699, si leggono gli atti relativi ai figli nati in tale periodo. Per Filippo, è attestato un parto agitato ("pulsata natura"); in quello di Anna Maria, il padre è detto "farmacopeuta"; in quello di Planco si ricorda che il padrino fu il cav. Ercole Filippo Bonadrata (come pure si trova nelle citt.Memorie: "fù tenuto al Sachro fonte dall'Ill.mo Sig.e Cavagliere Ercole Filippo Bonadrata"). Altri padrini, secondo quanto si ricava nel cit. Registro, furono: Domenico Tingoli (1691), "dottore Giuseppe Rigazzi medicho" (1694), dottor Simone Zaccaria (1695), Felice Carpentario [notaio e "secretarius Comunitatis"] (1697), "dottor Marino Angelini medicho" (1698), Fabiano Ghinelli (1699). Le Memorie di Girolamo Bianchi contengono aggiornamenti sui figli, di mano posteriore. Sulla grafia di "Carpentario", va detto che abbiamo trovato anche "Carpentarii" in un testo a stampa del 1712 in AP 571, Archivio Stato Rimini (ASR). Nella Nota degli Instrumenti, e’ Scritture diverse fatte in Rimino da’ me’ Girolamo Bianchi, in Fondo Gambetti, BGR, ad vocem "Bianchi", ed in altri documenti della stessa cartella, si trova ripetutamente scritto "Carpentario". In AP 872, c. 236v (ASR), si legge che "Felice Carpentarij" muore nel 1717.
(66) Cfr. documenti vari in cit. Miscellanea Manoscritta Riminese.
(67) È una minuta (senza destinatario: ma si deduce dal contesto che esso è frate Girolamo), scritta sulla lettera (appena citata), di Filippo dell'8.10.1718.
(68) "Gia credo che sapiate che Francesco sia lo sposo nella giovanina inamorata di buferla, credevo che velaveva avisato (…) noi non sapiamo come egli si vogli fare, e lui [frate Girolamo] mi disse non la condura gia in casa nostra, edio li risposi certo che non la da condure, ma bensì a da condur via sua madre", scrive Filippo a Planco l'8.10.1718. Il cognome Buferla è attestato in quel tempo anche come Bufferla. In tre lettere di frate Girolamo del 1728, si parla di un laureando riminese a Cesena, "D. Buferla" (una volta) e "D. Bufferla".
(69) Quei "sesanta scudi" sono la parte che spetta, ogni anno, a Francesco.
(70) "In occasione che Filippo è stato in Cesena per il giorno dell'Assunta, mi ha parlato della sua volontà che ha di metter bottega in S. Arcangelo", scrive a Planco da Cesena frate Girolamo, il 18.8.1729. Sull'attività di Filippo come artigiano, cfr. le lettere di frate Girolamo del 9.12.1724 ("li miei occhiali), del 30.12.1724 ("li med[esim]i occhiali di tutta mia soddisfazione, sebbene erano alquanto stretti, ma io ci hò rimediato"), e dell'11.1.1728 (la "Sig.ra zia ha ricevuto l'anello, il spillone, e le fibbie").
(71) Scrive a Planco frate Girolamo da Pesaro, il 29.5.1731: Filippo "jeri passò per qui sulle 20 ore per andar a Roma".

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