Planco Notizie inedite cap. 7

VII. Iano Planco e frate Girolamo

Per aprire la propria bottega, Francesco ha preso, da quella dei Bianchi, "la robba la più bela e la migliore", scrive Filippo da Roma a Planco, amaramente ricordando di non esser stato "patrone di dire una meza parola" nei momenti cruciali, in cui si è deciso il futuro della vita economica sua e di Giuseppe [21.7.1731]. Ora che si trova in cattive acque, Filippo incolpa quella coalizione tra frate Girolamo e Planco, che ha sostenuto gli interessi di Francesco. 

Non sappiamo quanto tempo sia durato il soggiorno romano di Filippo, il quale nel '41 risulta ritornato in Romagna. Si è sposato con Lucrezia, ed ha un figlio, Girolamo, futuro medico e collaboratore di Planco. Vive poveramente in una proprietà agricola della moglie, a San Martino in Converseto (Comune di Borghi). Lì scompare il 3 aprile 1743, in seguito a grave malattia, dopo aver avuto un altro figlio, Giacomo, morto il mese precedente, all'età di un anno.

Ai funerali di Filippo, non ci sono i suoi fratelli. Planco è a Siena, dove insegna Anatomia umana in quell'Università. Giuseppe invece deve badare alle "canaglie" spagnole che gli hanno occupato la casa. Sono i giorni della guerra di successione austriaca. (72)

Il piccolo Girolamo viene ospitato da Giuseppe, nominato nel testamento di Filippo tutore del bambino. Lucrezia, la vedova, è in miseria, ma senza grossi debiti, pagati da Filippo poco prima di morire, vendendo "la robba e casa che aveva a Bagniolo di Borghi" (73).

Lucrezia scrive a Planco, rinfacciandogli che si "fosse disgustato con il fratello". Per fortuna, aggiungeva, al piccolo Girolamo Planco ha perdonato il fatto di essere figlio di un fratello non amato, e lo ha messo in mano dei "Signori Cognati". (74) La sua situazione economica è aggravata dalla "dimoranza di queste truppe che hanno messo il vivere in un prezzo non giusto; siché la mia fiducia e speranza stà riposta nel buon animo di V. S. Ill.ma", confida a Planco [14.9.1743].

I "Signori Cognati" mandano subito Girolamo a scuola da una maestra che abita "sul campo delli Teatini", relaziona Giuseppe a Planco [1.6.1743]. Al nipotino, Planco invia in regalo "un zecchino" [11.6.1743]. Girolamo il 20 maggio 1760 si laurea a Cesena in Sacra Filosofia e Medicina. (75) Divenuto aiuto di Planco, quando avrà un figlio, nel 1796, lo chiamerà in suo onore Giovanni. Abiterà nella casa dell'illustre zio, in "Strada Vescovado, vicino al Tempio Malatestiano" (76)

Al nome di Filippo, è legato un episodio del 1719: "un certo Frataccio" (scrisse padre Girolamo), aveva cercato di presentare a casa Bianchi la figlia del notaio Ricci, "una bella giovine", su mandato della madre di costei, parlando in particolare appunto con Filippo. Il frate temette "difficultà, rotture, inimicizie e miserie che possono succedere si a Filippo come anche alla giovine", e che si riprometteva di rappresentare al notaio Ricci, nel caso in cui "il negozio potesse andare avanti" per l'interesse del mezzano, a cui la madre della ragazza aveva "promesso qualche cosa" [1.2.1719].

Frate Girolamo si era attribuito il ruolo di pater familias: "giudica e manda", pretendendo di guidare in tutto i fratelli. Nel '23, suggerisce a Planco di arruolarsi presso "il gran Turco" che "sta faccendo de preparativi di guerra" [17.4.1723]. Come a dire: dato che qui non combini nulla, vai alle armi. Planco invece viaggia per l'Italia, in cerca non soltanto di amici e scoperte culturali, ma pure della salute. Gli studi continui e i tanti esami anatomici compiuti, lo hanno fiaccato. (77)

Riposatosi, Planco riprende le consuete ricerche in tutti i campi dello scibile. E scrive pure novelle, imitando quel Boccaccio il cui capolavoro frate Girolamo gli aveva chiesto nel '21, per leggere in convento le "maggiori novelle sopra li Frati", onde far imparare ai suoi "sudditi… a fare furbarie simili" [12.12.1721]. È lo stesso Girolamo ad inviare a Planco suggerimenti narrativi licenziosi, in puro stile decameroniano, presi dalla cronaca di fatti correnti in Pesaro, dove si trovava [vedi Appendice].

Al contrario di Giovanni, frate Girolamo da giovane non ha amato troppo i libri. Quando nel '16 muore un amico di casa, il padre Massani, scrive a Planco: "Se la causa della sua morte è stata la soverchia applicazione allo studio, non pensate già che questa debba essere la causa della mia ancora perché già ho abbandonato affatto ogni studio, perché gia noto che lo studio non serve a niente alla religione" [12.12.1716]. Due anni dopo, avvisa: "…solo per mio divertimento vado leggendo qualche libro di Theologia per non scordarmi affatto delle coglionerie studiate in scola…" [15.3.1718]. E pensare che Planco lo elogerà, questo fratello, ricordando che nel '21, nel convento di Rimini aveva dato lustro all'Ordine dei Minimi. (78)

Nel chiostro, Girolamo si sente lontano dalla vita: "Qualche volta mandatemi li avvisi [i giornali] acciò mi divertisca qualche poco e per sapere qualche novità del mondo" [8.3.1721]. Erano giorni di cattivo tempo, quelli: da Misano non si reca a predicare a Scacciano, "stante le pessime strade": "non voglio perdere la sanità e le scarpe per dire quatro ciarle a quei Villani".

Divenuto "abate" (l'ordinazione sacerdotale è del 18 dicembre 1717), deve "stare in gravità, e non dare in coglionerie", anche se non può "far tanto per reprimersi, perche quod natura dat", nessuno riesce a mutare [4.11.1719]. La vita conventuale lo amareggia: "…mi trovo molto angustiato per le maligne simulazioni che girano tra frati, [i] quali si mostrano sempre piu in apparenza cordiali, quanto più sono in realtà maligni. Dico di questi di Pesaro…" [17.6.1722].

Non tollera però analoghe critiche da parte di Planco: "…Ma oh quanto siete presuntuoso (…), d'animo codardo e vile! Tuta la vostra arditezza non consiste in altro che in ciarlare e tagliare, come suol dirsi, li panni di dosso agli altri, e particolarmente a noi poveri Frati…" [8.9.1722]. La lettera vibra della passione di un'invettiva contro quei "Secolaracci", seguaci del Mondo, e maestri "dell'instabilità e dell'inganno". Di queste parole forse si sarà ricordato Planco nel '69 quando, divenuto medico del Papa, è "posto in grado di prelatura" (79), ed ha diritto al titolo di Monsignore. I tempi "matteschi", di cui aveva parlato frate Girolamo, erano ormai lontani. Ma il fantasma della follia vaga per casa Bianchi: Giuseppe impazzisce nel '72. La malinconia lo perseguita da una vita. Nel '16, Girolamo aveva scritto a Planco: fatelo "stare allegro perche temo ha dinanzi tragico" [14.11.1716].

Nessun documento abbiamo trovato sulla fine di Giuseppe. Quella di Girolamo invece è descritta in una serie di lettere del frate stesso a Planco: afflitto da tosse, catarro abbondante e ristrettezza di petto [8.3.1730], non si fida ancora dei medici: "…io non sono così facile a dar fede a certi uni che milantano con i loro segreti di far resuscitare i morti, per far morire i vivi" [2.12.1730]. Nel frattempo [30.12.1730], invoca da Planco un aiuto a diventar padre provinciale (era superiore), muovendosi con un anno e nove mesi di anticipo sulla data prevista. 

Nella primavera successiva, le sue condizioni peggiorano: "…per l'inappetenza mi sono tanto indebolito che non poteva più reggermi in piedi" [3.4.1731]. Dopo una nuova cura, una purga quotidiana, migliora un poco. Dal suo letto, segue lo svolgimento della lite "scientifica" di Planco con un medico pesarese, G. B. Mazzacurati, e ne fa un'accurata relazione al fratello, consigliandogli di non farsi vedere da quelle parti. Chiede a Planco di comperargli le opere di San Girolamo: "non già perché io abbia intenzione di voler ritornare alla applicazione, ma solo affinche se mai morissi (giacche sto malsano) li Frati non mi trovino tanto danaro da farli ridere…". 

L'ultima lettera è del 10 luglio 1731: "Perché non ho forza di scrivere faro solam[en]te due righe per far vedere che sono ancor vivo; dicendovi che io sto con gran ansietà aspettandovi, affinché mi diate qualche solievo, che fin ora da veruno non ho avuto…". E manda a dire "alli Padri Sapientoni" del convento di "Rimino": "…io ancora non sono moribondo come essi vorrebono". In quel convento egli ha sofferto "tante inquetudini" che considera "il principio ed aggravamento della… malatia, che ora vorrebbero terminata ben presto con la morte".

Scompare pochi giorni dopo, il 12 agosto 1731, "d'Anni di Religione de minimi 22… d'età sua Anni 36 mesi 9 giorni 12". Fu sepolto nella chiesa di San Francesco da Paola, a Pesaro, "essendo il terzo anno che fù Corettore di detto Convento". (80)

Note
(72) Sulle occupazioni militari di Rimini nel corso del XVIII secolo, cfr. nel cit. Lumi di Romagna, il cap. 9, "15 mila soldati, compresi 4 mila cavalli", pp. 85-97.
(73) Lettera di Giuseppe a Planco del 30.4.1743.
(74) Lettera del 6.5.1743. La corrispondenza di Lucrezia, anch'essa conservata nel Fondo Gambetti della Gambalunghiana, non è molto consistente come numero di lettere. Rivela in Lucrezia una donna non incolta. A proposito dei "Signori Cognati" citati nella lettera: se ne ricava che Giuseppe era sposato.
(75) Il suo diploma di Laurea è conservato nella Gambalunghiana, SC-MS 888.
(76) Lo si legge in una carta del Fondo Gambetti, s. v. "Girolamo Bianchi juniore". Il palazzo Bianchi è il secondo edificio sul lato sinistro dell'attuale via Tempio Malatestiano, partendo da via IV Novembre verso piazza Ferrari. Si ricorda una lapide commemorativa di Planco, ivi apposta ed ora scomparsa.
(77) Cfr. G. Lami, Memorabilia…, cit., pp. 361-362.
(78) Ibidem, p. 354: "…qui Ordini Minimorum nomen dederat".
(79) Cfr. la lettera [25.8.1769] della cognata Lucrezia, con le congratulazioni: la notizia della nomina ad archiatro, l'ha "riempita di Giubbilo, e di contento".
(80) È quanto si legge (di mano posteriore), in calce alla notizia della nascita di Pietro Antonio Bianchi, nelle citt. Memorie di Gerolamo Bianchi (il capofamiglia), alla c. 3.

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