3. La concessione ai Girolamini

1517, 18 novembre. Concessione ventennale della chiesa della Colonnella alla «Congregazione di Santa Maria degli Angeli di Venezia» degli Eremiti di san Girolamo di Fiesole, fondata nel 1360 da Carlo dei conti di Montegranelli, sacerdote e terziario francescano. Essi sono presenti in laguna dal 1412.
A Rimini i Girolamini «fiesolani» giungono nel 1504 durante la dominazione veneziana (1503-1509), ottenendo convento e chiesa di Santa Maria degli Angeli «alla Patarina» (ovvero nella zona anfiteatro), più tardi detta della «Colonnellina» (cioè dopo che i Girolamini hanno ottenuto la concessione della chiesa della Colonnella).
La concessione è fatta al Priore di Santa Maria degli Angeli di Rimini, Padre Salomone da Treviso. Si vedano al proposito AP 797, ASRn, c. 82r, ed in AP 796, ASRn, vari docc. tra cui il cit. Breve sommario… [cfr. punto c.].
La «Congregazione di Santa Maria degli Angeli di Venezia» degli Eremiti di san Girolamo di Fiesole ha l’obbligo di ratifica della concessione entro sei mesi, pena la dichiarazione di nullità dell’investitura stessa.

1517, 13 dicembre. La ratifica da parte della Congregazione dei Girolamini avviene in Venezia con istrumento del 13 dicembre 1517 (e non 17 dicembre, come pure si trova). Cfr. la copia del 9 gennaio 1669 [AP 796, ASRn].

I Girolamini «fiesolani» non vanno confusi con i Girolamini di Pisa, nati vent’anni dopo, nel 1380, per volere del beato Pietro Gambacorta (1355-1435), e già attivi a Rimini nel XV secolo.
I Girolamini «pisani» sono infatti presenti nella nostra città dal 1430, quando ricevono l’oratorio di san Girolamo fondato sul colle del Paradiso da fra Angelo da Corsica del TOR, su terreno concesso da Carlo Malatesti nel 1393. [Cfr. L. Tonini, Storia di Rimini., IV, 1, pp. 436-437.]

Quindi i «pisani» sono insediati a Rimini molto prima dei loro più antichi confratelli «fiesolani». Per la prima volta nel 1393 appare nella storia riminese il TOR. Angelo da Corsica edifica oltre all’oratorio anche un piccolo romitorio dove egli visse con altri francescani del suo Ordine [cfr. Fiori, Carlo Malatesta e gli Olivetani, pp. 29-30].
Nel 1494 i Girolamini «pisani» fanno «acquisto di un Ospizio in Città, comprando l’Oratorio di S. Onofrio co’ suoi annessi, eretto» nel secolo precedente «dalle Monache di Sant’Agostino, passate allora nel nuovo Monastero di S. Sebastiano» [cfr. L. Tonini, Storia di Rimini, V, 1, p. 661].
Gli stessi Girolamini «pisani» di Scolca svolgeranno un ruolo di istigatori contro gli Ebrei nel 1615, quando il ghetto riminese è distrutto da una rivolta popolare [cfr. il testo del canonico Giovanni Antonio Pedroni, cit. da C. Tonini, op. cit., VI, 2, p. 761].
(Vedi nota 1.)

1518, 3 febbraio. Bolla di Leone X che approva la concessione ai Girolamini.
1518, 9 aprile. Atto del canonico riminese Cristoforo Anchisio che conferma la concessione ventennale, dopo aver ottenuto il consenso del rettore della chiesa abbaziale di San Gaudenzo [cfr. C. Tonini, op. cit., VI, 2, p. 594, nota 1].
L’abate di San Gaudenzo dal 1500 al 1527 è il canonico Galeotto Malatesti, uno dei figli del celebre signore di Rimini Sigismondo Pandolfo Malatesti
(vedi nota 2).
1518, 27 dicembre. Conferma della concessione per 20 anni [AP 796, ASRn].

1538. Richiesta la conferma ventennale della concessione in data 24 aprile. Ottenuta il 21 febbraio 1539 [AP 796, ASRn, vari docc. tra cui il Breve sommario…, cit., cfr. punto d.; C. Tonini, op. cit., VI, 1, pp. 594-595].
Nel Breve sommario… si aggiunge che si sono susseguite altre due investiture sino al 1578.

Nel 1578, il 30 settembre avviene la conferma della concessione ventennale a Fra Michele Priore della Colonnella con la clausola dell’approvazione da parte della Congregazione entro sei mesi.

Approvazione che giunge il 30 maggio 1579. La data riportata nel Breve sommario…, cit. (cfr. punto h.), è erroneamente indicata come «1578».

1598, 9 dicembre: nuova ed ultima investitura ai Girolamini, presente il loro Padre Generale Riccardo Baronio [Breve sommario…, cit., cfr. punti i., l.].

1622. La municipalità riminese rifiuta di rinnovare la concessione ventennale (richiesta evidentemente nel 1618, ad ottanta anni dalla precedente qui ricordata del 1538).
Dai Padri Girolamini «fuit introducta lis in Rota», ottenendo essi ragione per cui si addiviene alla reclamata rinnovazione ventennale (8 dicembre 1622).

Risale a questo periodo (1618-1622) il Breve sommario della Chiesa della Chiesa della Colonnella cit. sinora. Infatti vi leggiamo: «Adesso la Comunità non gli vuole concedere altra investitura della detta Chiesa suo juspatronato perché prevede, che sia devoluta, quia pacta non servaverunt, neque recte se gesserunt». Segue un elenco dei «molti capi», ovvero delle accuse rivolte ai Girolamini.

Uno dei motivi di discordia tra la Comunità di Rimini ed i Girolamini riguarda l’aver «de facto levare, et smembrare nove tornature in circa poste nella Comunità di S. Arcangelo», possedute «per tanto tempo, che non vi è memoria in contrario» dalla chiesa della Colonnella, e tolte ad essa «non ostante una semplice nota fatta del 1543».

Nel testo si sostiene che quella «semplice nota» non indica «quantità alcuna di terra, ma solo dice dell’imposizione, come si vede dal tenor di essa, onde non si può infrangere un antico possesso» senza alcuna prova.
Si aggiunge che quel terreno era di possesso «delli Angeli» (ovvero della Colonnellina), e che esso finì unito alla Colonnella al tempo della prima concessione nel 1517.

Tra le colpe addossate ai frati c’è pure quella di non aver compilato un «inventario formale», dalla cui mancanza derivano le dispute successive ed anche quella di cui tratta il testo in esame.

Il quale testo aggiunge due cose. Ogni modifica all’investitura non ha mutato i tempi di essa, ma soltanto «aggiunti patti leciti, honesti, et per maggior conservazione delle ragioni» dello juspatronato della Comunità riminese. Infine, se «mancano molte scritture», il fatto deriva dall’atteggiamento troppo benevolo della Comunità che ha sempre camminato «a chiusi occhi, e gli altri aperti».

A proposito dei possessi della Colonnella, in altro documento di ASRn, il Catasto del Monastero di San Gaudenzo, XX, 24, troviamo importanti notizie relative ai «beni antichi» di questa chiesa, con undici partite per le quali manca però ogni annotazione cronologica.

1642. In un documento conservato in AP 796 [ASRn, 11.10.1642] si legge che il titolo della chiesa della Colonnella era «olim S. Gaudentij, recentioribus vero temporibus Sancti Bartholomei».

(Nota 1)
Nel 1569 Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre, ad eccezione di Roma e d’Ancona. Il 9 dicembre 1586 il Consiglio generale di Rimini autorizza gli Ebrei con licenza di abitare nello Stato della Chiesa, a risiedere nel ghetto cittadino. Il 22 dicembre 1586 essi chiedono allo stesso Consiglio di poter continuare a vivere «familiariter» a Rimini al di fuori del luogo detto «il ghetto», dove si rifiutano di permanere. Non ricevono risposta. Soltanto il 19 settembre 1590 in Consiglio è presentata la proposta di approntare gli strumenti giuridici per cacciare dalla città gli Ebrei che non l’hanno ancora abbandonata, e che sono equiparati a «vagabondi e forestieri». Approvata a larghissima maggioranza, la decisione è destinata a restare senza risultato, grazie ad una aggiunta secondo cui l’espulsione sarebbe avvenuta nel «caso si potesse e vi fosse Motu proprio o Breve pontificio». Il cavillo giuridico contraddiceva l’esito del voto stesso. Gli ordini papali c’erano già (bando del 1569), ma non erano stati applicati. Nel 1593 Clemente VIII delibera l’espulsione definitiva degli Ebrei dallo Stato della Chiesa, fatta di nuovo eccezione per Roma ed Ancona, sulla scia del provvedimento di Pio V del 1569. Ma a Rimini gli ordini di Clemente VIII restano disattesi se gli Ebrei sono ufficialmente scacciati dalla città soltanto nel giugno 1615, quando si distrugge il loro ghetto con una rivolta popolare, favorita dall’atteggiamento di alcuni nobili e della Chiesa locale, in modo particolare dei ricordati Girolamini «pisani» di Scolca che convincono il cardinal legato Domenico Rivarola ad ordinare l’abbattimento dei due portoni del ghetto stesso.

(Nota 2)
Sua madre era Gentile di ser Giovanni de Ramexinis da Bologna che dette a Sigismondo anche Sallustio (1450-1470), protagonista e vittima di una tragica vicenda. Dopo la morte di Sigismondo (9 ottobre 1468), suo figlio Roberto, nato dalla fanese Vannetta de Toschi, si presenta quale pretendente al governo di Rimini in competizione con Isotta, la vedova di Sigismondo, e con il fratellastro Sallustio. Nella notte dell’8 agosto 1470 il corpo di Sallustio è trovato senza vita sopra un mucchio di letame dietro la casa della famiglia Marcheselli, a cui apparteneva la giovane della quale egli si era invaghito. Ed un componente della famiglia Marcheselli, Giovanni, fu accusato del delitto. Linciato dal popolo (che era guidato da Gasparino Bianchelli, amicissimo di Sallustio Malatesti) e ridotto in fin di vita, Giovanni Marcheselli fu lasciato morire vicino all’anfiteatro. Le autorità, quattro giorni dopo, fecero bruciare il suo cadavere. I Marcheselli subirono la condanna dell’esilio, mentre su Roberto presero a circolare voci che lo volevano mandante dell’omicidio del fratellastro Sallustio. Roberto si difese accusando i Marcheselli. I quali erano imparentati con un condottiero della Chiesa. Per questo motivo essi risultavano mortali nemici dei Malatesti.

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