Il saio francescano di Galeotto Roberto Malatesti

La recente notizia del ritrovamento casuale del saio francescano di Galeotto Roberto Malatesti (resa pubblica in un convegno all’Ucla di Los Angeles), permette di risalire alle fonti storiche che ne parlano ad esaltazione dell’esperienza penitenziale e mistica del signore di Rimini, che gli procurò la fama popolare di «beato» mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa.
Nel 1610 il Verucchino pubblica la versione italiana della Leggenda del Beato Galeotto Roberto (Rimini, Simbeni). Vi si legge che il Nostro «dormiva sempre vestito, avendo in dosso una camicia di lana assai ben grossa» (L. Tonini, Storia di Rimini, V, I, p. 681).
Il passo sembra rimandare proprio al saio ritrovato a Bologna nel convento delle Clarisse, portatovi da una celebre suora, santa Caterina Vigri (v. scheda). A lei era stato donato dalla vedova di Galeotto Roberto, Margherita d’Este, sua amica.
Margherita e Galeotto Roberto s’erano sposati nel 1427, a soli sedici anni, essendo entrambi nati nel 1411.
Il padre di Margherita, Niccolò III, ritrasse la situazione coniugale della figlia dicendo che non aveva creduto di averla data in moglie ad un romito.
Galeotto Roberto era stato educato alla pietà cristiana ed alla mortificazione della carne dalla zia Elisabetta Gonzaga, moglie di Carlo Malatesti.
Nel 1429, il 14 settembre Carlo muore lasciando il governo di Rimini ai tre nipoti fratellastri tra loro, Galeotto Roberto, Sigismondo Pandolfo e Domenico (Malatesta Novello), fatti legittimare per garantire loro la successione.
Il 4 ottobre 1431, festa del santo d’Assisi, Galeotto Roberto prende l’abito del Terzo ordine francescano. Nel luglio 1432 rinuncia alla propria funzione politica nel governo di Rimini, poco prima di morire il 10 ottobre, a ventuno anni ed otto mesi d’età.
Margherita gli sopravvive per quarantaquattro anni sino al 12 agosto 1476 quando scompare nel monastero del Corpus Domini di Ferrara dove è stata conosciuta la notizia del saio conservato a Bologna nel convento omonimo delle Clarisse.
Margherita visse la lunga vedovanza peregrinando per i monasteri di Ferrara.
Margherita non donò soltanto la reliquia del saio del marito, ma pure l’aspro cilicio di setole di cavallo intrise di sangue, di cui parla la Leggenda, ad un frate ferrarese, Onofrio Castrodurante. Il cilicio poi pervenne ai Romita di Scolca.

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Scheda su Caterina Vigri, dal DBI, XXII, Roma 1979, pp. 381-383: «Figlia di Giovanni (secondo alcuni Bartolomeo) gentiluomo ferrarese al servizio dei marchesi d’Este, e di Benvenuta Mammolini, nobildonna bolognese, nacque nel capoluogo emiliano l’8 settembre 1413. Trascorse a Bologna i primi anni della sua vita; tra il 1420 e il 1423 si trasferì con la madre a Ferrara. Dopo qualche tempo -le date proposte dagli studiosi oscillano tra il 1422 e il 1424- lasciò la casa paterna per andare a vivere a corte quale compagna della figlia di Niccolò III, Margherita. Il periodo trascorso alla corte estense, allora uno dei più vivaci centri di cultura umanistica, fu decisivo per la formazione di Caterina. Essa vi acquisì una buona conoscenza del latino; imparò inoltre a scrivere in bella grafia umanistica, a dipingere, a miniare i codici, a suonare la viola. Intorno al 1426, in concomitanza con le nozze di Margherita d’Este, lasciò la corte per unirsi ad un gruppo di pie donne costituitosi in Ferrara nel 1406 per iniziativa di Bernardina Sedazzari e diretto allora da Lucia Mascheroni.»

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