Le tombe del Tempio e le polemiche erudite del 1700

Aveva ragione un grande giornalista bolognese, Giorgio Vecchietti, a scrivere nel 1950 che Sigismondo fu «disturbato troppe volte nel suo sepolcro».
Le ricognizioni registrate sono quattro in tre secoli: nel 1756, 1920, 1944 e 1950.


Le ultime due sono legate agli eventi bellici che portano distruzione anche all'interno del Tempio con i bombardamenti del 28 dicembre 1943 e del 24 gennaio 1944, i quali rendono necessario «mettere in salvo i poveri resti, che furono deposti in una cassetta di legno sigillata», come racconta Stefano De Carolis (nel primo volume di «Penelope, Arte Storia Archeologia»), prima di essere ricollocati al loro posto l'11 maggio 1950.

La ricognizione del 28 settembre 1920 è voluta da Corrado Ricci, il celebre studioso che dedica nel 1924 al nostro Tempio un volume di grande respiro (su cui, oltre al lavoro di P. Novara, «C. Ricci e Rimini», qui in «Penelope», segnalo un saggio di F. Canali, «Studi e ricerche nel Tempio malatestiano di Rimini», in «Ravenna Studi e Ricerche», VII/2, 2000).

Le ossa di Sigismondo sono ricollocate nella loro tomba l'8 febbraio 1921, «coll'augurio che non vengano mai più disturbate»: così il giorno successivo scrive a Ricci il riminese Alessandro Tosi (ispettore onorario alle Antichità), aggiungendo che era stato steso gratuitamente il relativo atto dal notaio Camillo Ferri (Novara, p. 207).

La prima ricognizione nel 1756, assieme all'ispezione di tutti i sepolcri malatestiani di San Francesco, nacque dalla disputa che allora vedeva confrontarsi due opinioni, secondo quanto osservò Giovanni Antonio Battarra in una «Lettera» a stampa (Milano, 1757) diretta al conte G. M. Mazzuchelli di Brescia (e ripubblicata nel 1994 da Alessandro Serpieri). C'era chi sosteneva che «nella maggior parte» degli avelli del Tempio «vi fossero le ceneri degli indicati soggetti», e chi invece riteneva trattarsi di semplici cenotafi, ovvero tombe senza salme.

Il «promotore dell'impresa» è padre Francesco Antonio Righini, «procuratore» del convento dei Padri Conventuali di San Francesco, custodi allora del Tempio. Le «Novelle letterarie» di Firenze (n. 17/1757), in un articolo contenente la «Relazione d'apertura» degli avelli malatestiani, lo descrivono quale «uomo non letterato», ma comunque di «buon genio per le cose spettanti all'erudizione del suo Convento», e «tutto intento da molte pergamene di trarre materia da poter tessere una storia della sua Chiesa e del suo Convento».

Sul «procuratore» di San Francesco, è meno tenero il giudizio di uno studioso nostro contemporaneo che, a proposito della vicenda medievale della beata Chiara da Rimini, lo definisce «un falsario». Richiamando i passi appena citati dalle «Novelle letterarie» (n. 17/1757), Jacques Dalarun in un recente volume («Santa e ribelle», Laterza, 2000), scrive: «Esiste modo più chiaro per rimetterlo al suo posto, quello di erudito locale, autodidatta in perpetuo? Oggi considerarlo un falsario è almeno un modo di parlarne ancora».

La colpa di padre Righini è d'aver imbrogliato le carte sulla storia della nostra beata, inventando la scoperta d'un manoscritto datato 1362 che la riguardava. Ma (spiega Dalarun), i raggi ultravioletti della lampada di Wood consentono di leggervi una data raschiata («14 agosto 1685») che svela il suo trucco.

Chi è l'autore della «Relazione d'apertura», dove padre Righini è chiamato «buon genio» erudito? Non si tratta di Battarra. Il quale era stato presente alla ricognizione, mentre il medico e scienziato riminese Giovanni Bianchi, già professore di Anatomia umana a Siena, non era stato invitato (ritengo a causa della sua condanna all'Indice per il «Discorso in lode dell'arte comica» nel 1752).

A Bianchi spetta il merito di aver acceso pubblicamente la polemica. A proposito di uno scritto di G. M. Mazzuchelli su Isotta, sul n. 10/1757 delle «Novelle» fiorentine, Bianchi aveva scritto (in forma anonima) che di recente e «privatamente» era stata aperta la tomba della donna di Sigismondo, dove non si erano «ritrovate che l'ossa nude, perciocché quei sepolcri altre volte prima da altri per uno spirito forse d'avarizia erano stati frugati».

L'opinione di Bianchi non piacque a padre Righini ed ai suoi amici che avevano partecipato il 16 agosto 1756 alla ricognizione del sepolcro d'Isotta, come si ricava da un passo della «Relazione d'apertura», il cui autore replica al medico concittadino: «non resto persuaso, che [il sepolcro] possa essere stato smosso in altro tempo, perché tutto l'andamento del corpo è in un sito troppo aggiustato, per autenticare la sua prima positura, conforme anche può vedersi al presente, non essendo stato toccato da veruno».

Però si precisava che «uno dei pezzi dell'arca era scostato dagli altri per essersi rotto un legamento di ferro, onde l'arca ha potuto coadiuvare alla putrefazione del cadavere e delle vesti». Quel «legamento di ferro» si era rotto, oppure l'avevano rotto (come pensava Bianchi)?

Alla «Relazione d'apertura» Bianchi rispose come «Persona, che vien supposta Amica della Nobilissima Casa Malatesta» con un testo, rimasto inedito (ora in Gambalunga), con il quale confuta non soltanto l'articolo delle «Novelle» ma tutto l'operato di padre Righini. Il quale è accusato da Bianchi d'aver agito in violazione delle leggi, «per semplice vana curiosità». Bianchi ricordava benissimo quanto aveva dovuto faticare circa il «permesso per anatomie». (Dopo una «Istanza autografa a Benedetto XIV per ottenere di fare le sezioni di cadaveri», il 18 aprile 1745 aveva finalmente ricevuta «la grazia con rescritto» pontificio.)

Nel 1759 le «Novelle letterarie» (n. 37), recensendo la «Lettera» a Mazzuchelli di Battarra, sostengono che questi si sarebbe deciso a comporla e pubblicarla perché la «Relazione d'apertura» di due anni prima «era mancante di molte notizie». E che le note della stessa «Lettera» erano state curate «dall'illustre Giovane Sig. Epifanio Brunelli da Rimino, Vice Bibliotecario dell'insigne Libreria Gambalunga; e dilettante di medaglie, delle quali possiede in bronzo una sufficiente raccolta». Lo scritto termina con i rallegramenti dell'estensore diretti sia a Battarra sia ad Epifanio Brunelli.

Brunelli (il quale pure fu presente alla ricognizione del 1756), è l'autore di questa recensione alla «Lettera» di Battarra, come si ricava da una missiva che il direttore delle «Novelle», Giovanni Lami, invia a Battarra medesimo il 28 agosto 1759: «ora mai l'articolo trasmessomi dal Signore Epifanio Brunelli è stampato, e non può più arretrarsi, onde bramo altra occasione di secondare il suo genio».

Battarra, dunque, si era preparato da solo una recensione della sua «Lettera» per le «Novelle», ignorando che vi aveva già provveduto Brunelli. (Le date combaciano. Lami scrive il 28 agosto, la nota di Brunelli esce nel numero che reca la data del 14 settembre, e che quindi alla fine di agosto era già in composizione in tipografia.) Questo dato permette di ipotizzare che a comporre la «Relazione d'apertura» sia stato non Battarra ma lo stesso Brunelli (curatore poi, come s'è visto, delle note alla «Lettera» battarriana del 1759).

Epifanio Brunelli è figlio di Bernardino, tipo alquanto tirannico nei rapporti con la prole, e bibliotecario gambalunghiano dal 1748 al 1767. Durante questo periodo, assieme ai due fratelli dottor Giovanni Battista e canonico don Giulio Cesare, Epifanio collabora con il padre, a cui (dal 1767 al 1796) subentra nell'incarico.

Pure Epifanio è stato allievo di Bianchi, un cui scritto, con parere favorevole a che il figlio prenda il posto del padre alla Gambalunghiana, attesta: entrambi, padre e figlio, hanno lavorato bene in quella pubblica «Libraria», facendo provviste di volumi all'estero, «specialmente dalla Germania, e dall'Olanda».

Giovanni Battista Brunelli, fratello di Epifanio ed ex allievo di Bianchi anch'egli, è uno dei due medici presenti alla ricognizione del 1756. L'altro è Girolamo Grassi. Bianchi li considera, nella replica inedita, troppo «giovani» per essere capaci di un'ispezione anatomica come quella richiesta dall'apertura degli avelli malatestiani. Alla quale Bianchi non avrebbe mai partecipato, come conclude, «per non autorizzare colla sua presenza, e colla sua direzione un fatto contro le leggi» civili e canoniche.

In questo testo inedito, Bianchi fa l'anatomia letteraria e logica della «Relazione d'apertura» degli avelli malatestiani, dalla quale merita di essere riportato l'«incipit», dove si racconta che padre Righini «raunò alcuni galantuomini suoi amici, fra i quali vi fui anch'io: uomini quantunque di mente non superiore all'umana, tuttavia erano uomini di bastante giudizio per distinguere i morti dai vivi, e per distinguere i cadaveri dagli scheletri. Erano ancora uomini onesti, per non imposturare sul fatto».

La «Relazione d'apertura» racconta pure che il Provicario canonico Francesco Maria Pasini, invitato a partecipare, «non intervenne per suoi affari» il 21 agosto, quando si trattò di sondare la tomba di Sigismondo. (Il 15 era toccato alle tombe esterne; il 16, come abbiamo visto, al sepolcro di Isotta.) Fu presente invece il Capoconsole di quel bimestre Lodovico Battaglini.

Commenta Bianchi nel citato testo inedito: Pasini rifiutò di avallare con la sua persona quell'«Atto, nel quale ci poteva essere anche qualche dubbio», Battaglini partecipò solamente «come persona privata, e curiosa».

Approfondiamo il discorso sulle polemiche cittadine di quel 1756 per la riapertura degli avelli nel Tempio.

Il 22 luglio 1756 padre Francesco Antonio Righini, «procuratore» dei Minori Conventuali di San Francesco, apre furtivamente l’Arca degli Antenati, nella cappella della Madonna dell’Acqua al Tempio malatestiano. Con sé porta quale esperto il pittore Giambattista Costa, e come tecnici due muratori: quello che entra all’interno dell’Arca, ne scompiglia i poveri resti. Il 15 agosto Righini ispeziona le casse di marmo nella fiancata esterna destra alla presenza di alcuni testimoni, ed il giorno successivo il sepolcro d’Isotta davanti a dodici persone.

Il francescano compie l’esplorazione degli avelli proprio mentre architetta un colpo con cui spera di diventare famoso. Imbroglia le carte sulla storia della beata Chiara da Rimini, ed inventa la scoperta d'un manoscritto datato 1362, raschiando la data originale del 1685.

La sua impresa al Tempio non piace a molti in città. Le critiche gli piovono addosso abbondantemente. Il 19 agosto padre Righini scrive a Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Apostolico Vaticano e studioso di meritata fama. Invoca una specie d’assoluzione per la sua iniziativa. Gli confida d’aver agito soltanto per «curiosità» ed allo scopo «di porre con ogni sincerità il vero della Storia di ciò che concerne questo nostro magnifico Tempio».

Righini con Garampi non usa la stessa «sincerità» e non ricorda tutto «il vero». Tralascia la visita fatta il 22 luglio all’Arca degli Antenati. Cita solamente la seconda esplorazione dell’Arca, svolta il 16 agosto dopo quella nella tomba d’Isotta. In quest’occasione nell’Arca si vede soltanto un mucchio d’ossa confuse fra gli stracci, grazie all’imperizia di quel muratore pasticcione.

Righini sa poco o nulla della storia illustre della chiesa di cui è custode. Lo dimostra quando, nella stessa missiva, chiede a Garampi di suggerirgli «qualche notizia particolare» attorno «a questo nostro Tempio», da inserire «nella rozza composizione» che gli è stata richiesta, ovvero una storia del Malatestiano. Un suo compagno d’avventura, il filosofo e naturalista Giovanni Antonio Battarra, scriverà in una «Lettera» a stampa (Milano, 1757) che in città attorno alle tombe del Tempio correvano due opposte opinioni. C’era chi, seguendo la tesi di Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727), riteneva che nella maggior parte di esse vi fossero le ceneri dei ‘titolari’. Altri invece sostenevano che fossero vuote. Righini, secondo Battarra, si era mosso «per decidere chi dei due partiti avesse ragione».

Il silenzio di Battarra sul progetto del frate (di scrivere qualcosa sulla vicenda secolare del Tempio), s’accompagna a quello sullo stesso padre Righini mai citato nella «Lettera» milanese. Battarra riferisce vagamente di «alcuni Galantuomini» che la sera del 15 agosto «si portarono a que’ Monumenti di Marmo che sono nella facciata laterale del Tempio dalla parte di mezzodì». Resta un mistero perché non indichi il nome del frate come ideatore di tutta l’impresa. Neppure nelle note alla «Lettera», curate da un suo allievo (Epifanio Brunelli), si parla di padre Righini, ma si cita vagamente un «Promotore» dell’iniziativa.

Battarra (come lo stesso Righini) inizia la «Lettera» dal 15 agosto, ‘dimenticando’ l’anteprima del 22 luglio nell’Arca degli Antenati. L’ha ricordata invece in una «Relazione» manoscritta inviata nell’estate del 1756 ad alcuni amici, tra cui lo stesso Garampi che la conservò a noi posteri. Può essere stato lo stesso Righini a suggerire a Battarra di tacere sul 22 luglio.

Righini, il 19 agosto, con Garampi osserva che restava da aprire soltanto un altro sepolcro, quello di Sigismondo: «se la curiosità mi trasporterà a farlo voglio farlo con tutta la pulizia possibile», cercando di avere presenti il vicario generale della diocesi, il notaio «ed altre persone graduate per testimonj». Il desiderio di agire, per così dire, alla luce del sole e «con tutta la pulizia possibile», nasce dalla volontà di mettere a tacere le malelingue che lo hanno «tacciato per troppo audace». Padre Righini confida a Garampi di non curarsi però dei «latrati» insussistenti e vani indirizzati alla propria persona. E precisa d’aver agito «colla licenza» del vicario generale della Diocesi e del «Religioso superiore» dell’Ordine a cui appartiene.

Finalmente il 21 agosto c’è la ricognizione alla tomba di Sigismondo, a cui concorrono più di trenta amici di padre Righini. Il vicario non interviene, ma si presenta il Capoconsole pro tempore Lodovico Battaglini. L’assenza del vicario, il canonico Francesco Maria Pasini (futuro vescovo di Todi ed educatore, un po’ sfortunato, di Aurelio Bertòla), è interpretata come un modo elegante per non approvare un’azione sulla quale gli avversari di padre Righini avanzavano dubbi circa il rispetto di alcune norme del Diritto canonico.

Garampi conosce dunque tutti i particolari della vicenda malatestiana soltanto dalla «Relazione» manoscritta di Battarra, contenente il racconto completo delle esplorazioni, a partire proprio dal 22 luglio e dall’Arca degli Antenati. Dal confronto tra questa «Relazione» di Battarra (senza data) e la lettera del francescano, Garampi poteva dedurre che padre Righini aveva voluto nascondere l’atto iniziale della sua impresa per non apparire quello sprovveduto che apertamente si confessava con il suo silenzio. Il 5 settembre Battarra (provetto disegnatore ed incisore) invia a Garampi un abbozzo del cadavere di Sigismondo.

Quando padre Righini scrive a Garampi dei «latrati insussistenti e vani» rivolti contro la sua persona, sa con certezza chi poteva accusare: Giovanni Bianchi, medico, naturalista, docente di Anatomia umana a Siena dal 1741 al ’44, e rifondatore dell’Accademia dei Lincei nel ’45. Secondo Battarra, il suo maestro Bianchi era fra quanti militavano nel partito dei cenotafi, cioè delle tombe vuote. Bianchi se l’è presa a male perché è stato tenuto fuori dall’impresa. In effetti, in città egli era l’unico che per dottrina ed esperienza fosse in grado di esprimere consapevolmente un parere scientifico e storico sull’esplorazione agli avelli del Tempio. Alla quale fu presente un suo ex allievo, il medico Giambattista Brunelli, fratello di Epifanio, assieme al collega Girolamo Grassi.

Quando pubblica sulle «Novelle letterarie» di Firenze una recensione delle «Notizie intorno ad Isotta da Rimino» di Giammaria Mazzuchelli [vedi «Passioni malatestiane del 1718», «Ponte», 5.10.2003], Bianchi sottolinea con studiata malizia d’aver appreso che il sepolcro della donna di Sigismondo era stato da poco aperto «privatamente».

A Bianchi scrivono lo stesso Mazzuchelli ed alcuni redattori editoriali di Venezia, per saperne qualcosa di più. Lui risponde a tutti, ma prima di avviare le missive al corriere, le legge pubblicamente in città. Ce lo fa sapere Battarra in una lettera del 7 maggio 1757 ad un suo corrispondente, Ferdinando Bassi: Bianchi sostiene che quei «sepolcri sono stati aperti privatamente da un Fraticello ignorante che si è unito con alcuni di poca mente e che nottetempo sono andati a frugacciare» nelle tombe. Alla lettura di queste missive, Bianchi accompagna commenti cordialmente osceni in faccia allo stesso Battarra ed agli altri della compagnia di Righini.


Battarra protesta con Giovanni Lami, direttore delle «Novelle» per la recensione di Bianchi dove si parla dell’esplorazione della tomba di Isotta fatta «privatamente», e gli invia una «relazione di dette aperture», che è pubblicata il 29 aprile 1757, e che provoca la furia del dottor Bianchi.
Questa lettera di Battarra a Lami portò Alessandro Tosi (1927) ad attribuire a Battarra medesimo la paternità del testo apparso sulle «Novelle».


Lo stile di questo scritto non è però quello di Battarra. Fra le espressioni usate, e che Bianchi critica (per lui sono «parole da villani del nostro contado»), ve n’è una che si riferisce all’Arca degli Antenati: in mano ad un cadavere giudicato di donna, fu trovata «una rama d’ulivo». Battarra nel testo inviato manoscritto a Garampi ha scritto correttamente: «in mano un ramo d’Ulivo». Proprio nelle note di Epifanio Brunelli alla «Lettera» milanese di Battarra, appare la stessa espressione censurata da Bianchi, «una rama d’ulivo in una mano». Può essere questa la prova (stilistica) per attribuire lo scritto fiorentino non a Battarra ma ad Epifanio Brunelli.

Dal fatto che la «Relazione d’apertura d’Avelli» sia stata inviata a Firenze da Battarra, non deriva nulla circa la sua paternità letteraria. Battarra conosceva Lami, delle cui «Novelle» Epifanio diventerà collaboratore soltanto successivamente. Nel 1759 Epifanio vi pubblica la recensione proprio alla «Lettera» milanese di Battarra, senza avvisare quest’ultimo (il quale, nel frattempo, ne aveva inviata a Lami una di suo pugno).

Il dottor Bianchi reagisce duramente alla «Relazione». Con Mazzuchelli dichiarerà che l’ha elaborata Battarra, dopo aver letto nella seconda edizione delle Notizie su Isotta dello stesso Mazzuchelli (1759), che essa era «d’altra penna» da quella di Battarra. Bianchi invia varie lettere a Lami, sostenendo che quello scritto portava disonore alle «Novelle», e che esso era stato composto «male e scioccamente» soltanto per combattere la sua affermazione fatta sull’apertura della tomba d’Isotta compiuta «privatamente». Questi signori, scrive Bianchi, hanno commesso il reato di violazione di sepolcro, «cose infami che hanno in oltre con sé la pena della forca».

Battarra con il suo corrispondente Bassi, il 21 giugno 1757 osserva che Bianchi lo ha colpito «con un esercito d’impertinenze», ed è «diventato sì fanatico» da farsi compatire dappertutto, e da divenire inavvicinabile. Ma il 29 settembre Battarra ricorre a lui, per chiedergli una visita urgente al padre «aggravato dal mal d’orina». Pace fatta.

Secondo Battarra, il dottor Bianchi aveva giudicato il mancato invito alle esplorazioni nel Tempio al pari d’un delitto di lesa maestà. Al nipote di Bianchi, Girolamo (anch’egli medico), Battarra confida: suo zio se l’è presa con me, «ed il maggior mio dispiacere è di vederlo rendersi pressocché ridicolo e puerile». Giovanni Bianchi interpreta la vicenda in modo diverso. Rammenta che cinque anni prima, proprio dagli ecclesiastici riminesi, è stato montato lo scandalo per la sua lettura ai Lincei del discorso sull’«Arte comica», messo poi all’Indice con una procedura che Giuseppe Garampi giudicò rapida ed «improvvisa». Per non dire quasi irregolare.

NOTA (fonte)
Bernardino Brunelli e suo figlio Epifanio

Nelle Novelle del 1761 appare una lettera scritta da Lami al riminese canonico Epifanio Brunelli, di argomento religioso. Da un’epistola del 1759 di Lami a Giovanni Antonio Battarra, apprendiamo che Epifanio Brunelli era un collaboratore abituale della rivista fiorentina.

Epifanio era figlio di Bernardino, bibliotecario gambalunghiano dal 1748 al 1767. Durante questo periodo, assieme ai due fratelli dottor Giovanni Battista e canonico don Giulio Cesare, Epifanio aveva collaborato  con il padre, a cui (dal 1767 al 1796) subentra nell’incarico . Anche Epifanio è stato allievo di Bianchi, un cui scritto, con parere favorevole a che il figlio prenda il posto del padre alla Gambalunghiana, attesta: entrambi, padre e figlio, hanno lavorato bene in quella pubblica «Libraria», facendo provviste di volumi all’estero, «specialmente dalla Germania, e dall’Olanda».

Nel 1755 Bernardino Brunelli chiede a Bianchi di procurargli dodici dei sedici tomi usciti sino ad allora delle Novelle, con la speranza di «averne il corpo intero», cioè tutta la raccolta da procurare «in Firenze, o in Rimino che sarebbe minor spesa».

Nel 1758 Bernardino Brunelli comunica a Planco che il canonico Garampi «è sulle mosse di fare un giro nello Stato Veneto», dove potrebbe acquistare il Giornale romano dei Pagliarini.

Nel 1765 Epifanio Brunelli si trova a Todi, e qui ha l’incarico di «esigere alcune associazioni per le «Novelle letterarie» del dottor Lami», come scrive suo padre a Bianchi, citando quale abbonato un don Brighi cesenate.

© by Antonio Montanari. Riproduzione riservata

Fonte, "Riministoria":
1. Tempio, il segreto delle tombe
2. Eruditi e maldicenti. 1756, contestata la riapertura degli avelli nel Tempio
3. La nota è tolta da "Lettori di provincia" ["Lettori di provincia nel Settecento romagnolo. Giovanni Bianchi (Iano Planco) e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti.]
Sul tema, vedere anche:
4. ERUDIZIONE ‘MALATESTIANA’ NEL SETTECENTO RIMINESE. IANO PLANCO E LE TOMBE DEL TEMPIO
5. La sintesi del saggio precedente
All'indice di "Riministoria" per le pagine sui Malatesti


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