Novello Malatesti, scolaro a corte. Educazione umanistica e progetto della Biblioteca Malatestiana

Brescia, ottobre 1418. Verso il giorno 20 papa Martino V arriva da Milano presso Pandolfo III Malatesti signore della città. Rientra da Costanza dove il 22 aprile ha chiuso il concilio che ha posto fine allo scisma occidentale. Pandolfo ha due fanciulli: Domenico (che si farà chiamare Malatesta Novello) di sei mesi e mezzo, e Sigismondo Pandolfo nato sedici mesi prima. La loro madre è una concubina, Antonia da Barignano. Martino V conosce bene i Malatesti. Sua nipote Vittoria Colonna nel 1416 ha sposato Carlo, figlio del signore di Pesaro, Malatesta I. Li apprezza per quello che hanno fatto prima e durante il concilio di Costanza. Ai cui lavori è intervenuto un altro Carlo Malatesti (1368-1429), signore di Rimini e rettore vicario della Romagna dal 1385, di due anni più vecchio del fratello Pandolfo III (1370-1427) che governa pure Fano. Carlo era procuratore speciale di Gregorio XII «ad sacram unionem perficendam». Fu mediatore sapiente e fermo ma pure aperto alle altrui ragioni. Pandolfo III aveva incontrato Gregorio XII a Cesena nel febbraio 1409, prima di recarsi a Bologna assieme a Malatesta I (pronipote di Pandolfo I, nonno dei Malatesti riminesi), per far da paciere fra il riminese Carlo, governatore a Milano, ed il cardinale Baldassarre Cossa, futuro antipapa Giovanni XXIII.
A Giovanni XXIII, Carlo e Pandolfo III hanno poi mosso guerra per volere di Gregorio XII, al fine di «reperire pacem et unionem Sactae Matris Ecclesiae». Nel novembre 1413 Pandolfo III si è recato a Cremona a rendere omaggio a Giovanni XXIII ed al re d'Ungheria che aveva sottratto alla Serenissima alcuni importanti territori. Trattative con lui erano state intavolate da Malatesta I. Al quale si era rivolto Giovanni XXIII per attirare dalla propria parte Carlo Malatesti. Il 4 luglio 1415 a Costanza Carlo ha letto la bolla di rinuncia di Gregorio XII (scritta a Rimini il 10 marzo), stando seduto al fianco dell'imperatore Sigismondo che presiedeva i lavori.
L'amministratore loco episcopi della diocesi di Brescia nel 1418 è da cinque anni un altro Malatesti pesarese, l'arcidiacono Pandolfo, fratello di Carlo marito di Vittoria Colonna. L'arcidiacono è stato a Costanza nel 1415 e nel 1417 al conclave da cui l'otto novembre è uscito eletto Martino V. A Costanza c'era pure Manuele II imperatore d'Oriente, che nel 1420 diventa suocero di Cleofe, sorella dell'arcidiacono. Cleofe, presente spesso da giovane alla corte di Rimini, muore nel 1433 forse vittima consapevole di un omicidio provocato da fanatismo religioso.
A Pandolfo III, papa Martino V non spiega le proprie fosche previsioni sul suo vicariato. Le confida nella tappa successiva di Mantova al riminese Carlo, preannunciandogli la fine della signoria di Brescia (che avverrà il 24 febbraio 1421). Il papa riparte il 25 ottobre, diretto a Mantova assieme allo stesso Pandolfo III. Carlo è accompagnato dalla moglie Elisabetta Gonzaga, donna colta e coraggiosa, ben conosciuta da Martino V. Il 12 luglio 1416 Braccio di Montone ha catturato Galeazzo (1385-1452) figlio del signore di Pesaro e lo stesso Carlo di Rimini. Per ottenere la loro liberazione (avvenuta nella primavera del 1417), Elisabetta si è appellata ai padri conciliari. Ed è stata aiutata a pagare il riscatto dal nipote Gian Francesco Gonzaga, figlio di Margherita Malatesti (+1399) sorella di Carlo di Rimini, e marito di Paola Malatesti sorella di Galeazzo di Pesaro.
Elisabetta dopo il 1421 ha cura dell'educazione di Sigismondo e Novello, lasciati a Rimini dal padre Pandolfo III che fa base a Fano e diventa capitano generale della Chiesa (1422) e di Firenze (1423), prima di morire a 57 anni il 4 ottobre 1427, durante un pellegrinaggio a piedi da Rimini a Loreto. Invocava un po' di salute, dopo le fresche nozze (12 giugno) con una fanciulla, Margherita Anna dei conti Guidi di Poppi. Defunto Carlo di Rimini (14.9.1429), il ruolo di Elisabetta nella vita di Sigismondo e Novello diventa ancor più fondamentale. Carlo nel 1428 li ha fatti legittimare da Martino V, assieme al loro fratellastro Galeotto Roberto (1411-1432, nato da Allegra dei Mori). Nello stesso 1428 Galeotto ha sposato Margherita d'Este, figlia di Nicolò III signore di Ferrara. Il 19 dicembre 1429 scompare Malatesta I di Pesaro.

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Elisabetta Gonzaga riversa su Galeotto Roberto, Sigismondo e Novello i frutti di una formazione intellettuale e politica di stampo umanistico, maturata nella famiglia d'origine e presso la corte riminese. Sa che la vita non è frutto del caso, ma dell'operare individuale, secondo il pensiero di Leonardo Bruni: il perfezionamento delle persone avviene «ex civili societate», sotto la guida della filosofia. Nella parte che tratta della politica e del bene comune, la filosofia «è quasi uguale nei filosofi pagani e nei nostri», scriverà Bruni a papa Eugenio IV. Bruni nel 1409 era giunto presso Carlo Malatesti, quale segretario pontificio per incontrare papa Gregorio ospite del signore di Rimini. Nel De studiis et litteris (1422-25), Bruni progetta l'incontro fra la tradizione cristiana e la filosofia greco-romana, offrendo un modello per la linea seguìta da Sigismondo nell'ideare il suo tempio [1]. Nel 1436 Bruni dedica la propria Vita dell'Alighieri a Battista di Montefeltro, moglie di Galeazzo di Pesaro.
Di Antonia da Barignano possiamo ipotizzare una silenziosa presenza accanto ai figli sino alla scomparsa di Elisabetta Gonzaga (1432). Se tollerata ed accettata, oppure soltanto ignorata, le cronache tacciono. Forse Elisabetta non volle privare Sigismondo e Novello della vicinanza della madre, che non considerava in contrasto con il proprio ruolo. Ad Antonia la cura degli affetti più intimi, a lei quella degli affari pubblici. Non un compromesso, ma un equilibrato progetto politico. Alle due dame non dovettero far velo né gelosie né egoismi. Lo scopo era eguale per entrambe, far grandi i due fanciulli sbalestrati da Brescia a Rimini in quella corte che si offriva quale «magistra vitae», con le disavventure presenti ed i successi passati. In essa i due giovani eredi maturano tramite le conversazioni con i dotti di passaggio, ed i libri letti e commentati assieme ai famigliari. Con una naturalezza nata dal desiderio di affinare gli intelletti alle prove future.
La prima delle quali viene nel 1430 dallo stesso Martino V che dichiara devoluti alla Chiesa i territori di Carlo, offrendo però il diritto di rivalsa. Il papa vuole alzare il prezzo della concessione, vedere saldati i debiti e ridurre l'estensione del vicariato. L'11 marzo 1430 la controversia è chiusa con accordi preliminari raggiunti anche grazie ad Elisabetta. L'investitura dell'8 settembre riguarda soltanto Cesena, Fano e Rimini. La somma da pagare alla Camera apostolica è prestata ai Malatesti da Niccolò d'Este, suocero di Galeotto Roberto, e da banchieri ebraici. Ai quali nel 1432 Galeotto Roberto non ricambierà il favore ricevuto. Da Eugenio IV ottiene il permesso di introdurre per gli israeliti il «segno» di distinzione, già obbligatorio dal 1215… Nello stesso 1430 il vicariato di Pesaro è concesso a Pandolfo (dal 1424 archiepiscopo di Patrasso, poi fuggito in Italia), ed ai fratelli Galeazzo e Carlo. Nel giugno 1432, dopo la morte di Martino V e la successione di Eugenio IV (1431), essi sono cacciati da armati al soldo della Chiesa. La quale ha nel frattempo manovrato per allontanare i Malatesti da Rimini, Cesena e Fano, fomentando tumulti mascherati come azioni del ramo pesarese (1431). Nel 1432, il 10 ottobre scompare Galeotto. L'anno dopo Sigismondo tiene per sé Rimini e Fano, e lascia Cesena a Novello.

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Prima di diventare personaggi pubblici, Sigismondo e Novello hanno compreso che il potere non è frutto soltanto di abilità nell'esercizio delle armi e nella scelta delle alleanze politiche. Due progetti illustri come il tempio di Rimini e la biblioteca di Cesena, possono nascere soltanto dalle suggestioni raccolte e maturate nell'ambiente umanistico fiorito alla corte di Carlo. È vero che nel 1397 a Mantova, quale capitano della lega antiviscontea, Carlo aveva fatto rimuovere un'antica statua di Virgilio, con un gesto ritenuto da Coluccio Salutati oltraggioso verso la poesia, e da Pier Paolo Vergerio indegno d'un principe che pretenda di amare gli studi e la storia. Ma è stato soltanto un atto politico per segnalarsi al potere ecclesiastico, «credendo un delitto che i cristiani venerassero un uomo non cristiano», come si legge nella biografia di Vittorino da Feltre scritta (1474 ca.) dal suo allievo mantovano Francesco Prendilacqua.
Dei legami esistenti fra i vari rami dei Malatesti e gli intellettuali del tempo, restano poche tracce sopravvissute alle fiamme che il 15 dicembre 1514 distruggono la loro biblioteca di Pesaro, ed al saccheggio di quella riminese (testimoniata da un inventario del 1560 con 273 codici). La biblioteca malatestiana di Rimini non è quindi andata dispersa per opera di Giulio II nel 1511, secondo la tesi settecentesca di padre Francesco Antonio Righini. Stando invece a Federico Sartoni (1730-1786), essa fu venduta dai frati alla famiglia romana dei Cesi, la stessa di Angelo vescovo di Rimini dal 1627 al 1646, e di Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603.
Anche della produzione libraria presso le corti malatestiane di Fano (dove finirono i testi della libreria bresciana di Pandolfo III), Pesaro e Rimini negli anni della formazione di Sigismondo e Pandolfo, sono giunte scarse testimonianze. Esse documentano l'interesse e la passione per la cultura che ebbero i signori delle tre città. Non permettono di ricostruire mappe con precisi riferimenti. Suggeriscono piste di cui non conosciamo i singoli passaggi (li possiamo immaginare, pensando ai contesti nazionali). Indicano una direzione di marcia grazie alla quale la corte si affaccia al mondo della filosofia e della letteratura. In esse si rilegge il passato per scrivere il futuro.
La Malatestiana di Rimini, già ideata da Carlo, progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad comunem usum pauperum et aliorum studentium», e poi arricchita da Sigismondo, è la prima biblioteca pubblica italiana. Rappresenta un progetto culturale che anticipa quello di Novello che ad essa s'ispira. Exemplum degli ideali umanistici, s'affianca alla magnificenza del tempio di Rimini, ed alla «libraria» di Cesena che ancor oggi risplende della sua grandezza originaria. La biblioteca riminese è pure essa posta presso i francescani, nel cui convento i primi lavori allo scopo sono del 1432. Essa nel 1455 possiede «plurima denique sacrorum ethnicorumque librorum ac omium optimarum artium volumina», donati da Sigismondo e procurati dai suoi uomini di corte, fra cui Roberto Valturio (da cui è presa la citazione). Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del De rerum natura, da Seneca a sant'Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue Vitae degli antichi filosofi.
Tra Novello (+1465) e Sigismondo (+1468) c'è un continuo scambio di idee e di materiali, così come fra Rimini e Cesena. Nel 1446 Jacopo della Pergola completa a Rimini un'edizione della Naturalis Historia di Plinio su ordinazione di Sigismondo che poi la dona a Novello (Malatestiana, S. XI. I). Nel 1451 Francesco da Figline prepara a Rimini un'altra edizione dello stesso testo per Giovanni Di Marco che nel 1474 la lascerà con tutta la sua biblioteca alla Malatestiana (S. XXIV. 5), dopo esser stato medico personale di Novello. Francesco da Figline passerà infine da Rimini a Cesena, come primo bibliotecario di quella «libraria».

Nota
[1] Cfr. A. Montanari, Sigismondo, filosofo umanista, «La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, II. 2, La politica e le imprese militari», Ghigi, Rimini 2006, pp. 319-339.

Biblioteca Malatestiana di San Francesco a Rimini
Novello Malatesti, un principe per la cultura
Studi sui Malatesti
Riministoria, indice "Quante storie"

Antonio Montanari

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