Delitto Ruggero Pascoli

Era un sabato, quel 10 agosto 1867 in cui Ruggero Pascoli fu ucciso sulla strada che lo riportava a casa da Cesena: "Sulla via Emilia, tra la villa Gualdo e la chiesa di S. Giovanni in Compito, all'altezza della località detta della Madonna del Pietrone, a circa due chilometri dal paese di Savignano", è assassinato "da un solo colpo di fucile alla testa fatto esplodere da due sicari appostati dietro una siepe di biancospino lungo la strada". Uno dei pochi testimoni del delitto è l'onorevole savignanese Gino Vendemini, combattente garibaldino e fervente repubblicano. La sua memoria scritta sul fatto ha un'annotazione particolare: l'assassino rimane "ignoto, almeno alle autorità". Ovvero, la gente conosceva il mandante del delitto.

La ricostruzione dei fatti sin qui sintetizzata, è in un pregevole volume del 2009, "Giovanni Pascoli. Una biografia critica", composto da Alice Cencetti che dedica la prima parte dell'opera al delitto del quale Ruggero Pascoli fu vittima, con una ricca documentazione in cui si presenta, come dice il titolo del capitolo, il volto oscuro della "Romagna solatìa". La vera causale del delitto, osserva l'autrice, è quella già individuata dai congiunti: "il desiderio di subentrare" nell'amministrazione della tenuta Torlonia, retta allora appunto dal babbo di Zvanì.
Le altre ipotesi investigative esposte, sono l'occasione per raccontare i risvolti segreti di una terra in cui le tensioni politiche furono molto forti prima e dopo l'Unità d'Italia. Come ben riassume questo punto: "La causa reale dell'omicidio di Ruggero Pascoli non fu politica. Tuttavia è innegabile che il piano dell'agguato nacque e maturò in ambienti politici o parapolitici, quali quello repubblicano, in Romagna in quegli anni una delle forze preponderanti, che accoglieva nelle sue file e si appoggiava per le sue azioni anche a piccoli delinquenti", senz'arte né parte ma pronti a compiere privati regolamenti di conti.
Lo scorso anno su queste colonne avemmo occasione di narrare, per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la serie dei dodici delitti politici avvenuti a Rimini tra 1847 e 1864 (Ponte, 17 aprile), con altrettante vittime, citando poi (Ponte, 8 maggio) gli "antefatti criminali" di chi nel 1831 violò i cadaveri degli avversari politici, strappando persino gli occhi alle vittime.
La conferma della pista politica è in un documento scovato dal prof. Angelo Varni nell'Archivio di Stato di Forlì e pubblicato il 14 ottobre 1997 da Marco Marozzi su "Repubblica". È un rapporto "riservato" con cui il Prefetto il 16 agosto 1867 mandava a Roma le sue considerazioni. Varni disse: quel rapporto è "la fotografia di una Romagna dove ci si uccideva a tutto spiano, la tensione sociale era fortissima contro il nuovo ordine sabaudo e l'autorità regia sapeva reagire solo con la repressione. Così il prefetto di Forlì attribuì l'assassinio di Ruggero Pascoli a terroristi definiti mazziniani, ne fece arrestare un paio, usò il delitto per scatenare la caccia agli agitatori. Ma in realtà non mosse nessuna indagine. Tutto poi finì in niente, gli arrestati furono più tardi liberati senza clamori. Ma a tutti il meccanismo fece comodo. Alle società segrete perchè comunque dimostrarono la loro forza, al potere per colpire i dissidenti e compattare la gente impaurita".
Gli arrestati erano Raffaele Dellamotta e Michele Sacchini, entrambi di San Mauro ed agenti di casa Torlonia. Il Prefetto scrisse pure del "timore che hanno tutti i proprietari di grano di essere trucidati come lo sventurato Pascoli".
Cencetti sottolinea che le “sette” romagnole dell'800 richiamano le vicende dei briganti del Sud, con un particolare inquietante: gli “accoltellatori” avevano una solidarietà sincera e sentita della popolazione. Soltanto l'arrivo del solito delatore permise alla giustizia di smantellarli. Per il delitto Pascoli, conclude Cencetti, incompetenza o premeditata indolenza impedirono di fare luce.
Antonio Montanari

Alle pagine di Riministoria su Giovanni Pascoli.

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