Pascoli riminese. Soggiorni, incontri ed amori

Antonio Montanari
Pascoli riminese
Soggiorni, incontri ed amori del poeta di San Mauro

Quaderni di Storia n. 3. Edizione il Ponte Rimini 1995

 

Una sera di fine settembre 1897, in piazza Cavour a Rimini, verso le 19 arriva Giovanni Pascoli, guidando un barroccino trainato dall'«irrequieta Violetta». Ha un appuntamento con Rico Tognacci ed altri amici sammauresi al Caffè Commercio, in una saletta riservata, dove li attende un cameriere che, per festeggiare l'incontro, stapperà una bottiglia di «Champagne La Tour», cioè vino della fattoria La Torre. (1)

Dopo il brindisi la compagnia esce e s'incammina verso il teatro Vittorio Emanuele II. Giunto davanti alla pescheria, Zvanì si ferma un attimo e, commosso, comincia a parlare dei suoi ricordi legati alla nostra città. Rimini per Pascoli significa tante cose. Qui si è trasferito nel 1871, a quattro anni dalla misteriosa uccisione del padre Ruggero (in quel 10 agosto 1867, reso celebre da una sua lirica); e a tre dalla scomparsa della sorella Margherita (13.11.1868) e della madre Caterina Vincenzi (18.12.1868).

In quel doloroso trasloco, i sette fratelli Pascoli sono guidati da Giacomo (19 anni): Luigi ne ha 17, Giovanni 16, Raffaele 14, Giuseppe (cioè Alessandro) 12, Ida 8, Mariù 6. Luigi muore il 19 ottobre dello stesso 1871, per meningite. Giacomo deve far pratica da perito agrimensore nello studio dell'ing. Giovanni Fiorani. Per quella tribù di ragazzi e bambini «cominciò a regnare la povertà», come scriverà Maria, la più piccola che diventerà, per volere dello stesso Zvanì, la biografa ufficiale del poeta. (2)

«L'appartamento, già scelto da Giacomo ed arredato con lettini di ferro e di legno, e con mobili di casa nostra, era in uno stabile interno di via San Simone, e si componeva del pianterreno e del primo piano», continua Mariù: «La vita che si conduceva a Rimini… era di una economia che appena consentiva il puro necessario». (3)

Giovannino frequenta la seconda liceo: «povero, solitario e un pò scontroso egli viveva allora tutto assorto in un suo mondo astratto tanto che qualche volta fu perfino canzonato dai compagni della sua classe». (4)





Ricorda Mariù che Zvanì doveva spesso assentarsi dalle lezioni a causa di un piede malato fin dalla nascita: per quel difetto nell'ultima falange del mignolo destro, la madre, vista la creatura appena partorita, si era messa a piangere. Quel difetto farà soffrire il poeta per tutta la vita, costringendolo ad «un'andatura ineguale e incerta come se camminasse sugli spini». (5)

Giovanni si segnala subito per la sua cultura. Un suo insegnante, Carlo Tonini (storico della città, figlio di Luigi), «comprese quel ragazzo ramingo e disperso», come racconterà Alfredo Panzini, e gli profetizzò un avvenire sicuro: «Vedrete, vedrete, questo figliuolo farà onore alla patria». (6) La pagella finale reca (il primo voto è relativo agli scritti): italiano 109, latino 109, greco 108, matematica 1010, filosofia 9, storia e geografia 7.





Nell'ottobre 1872, presso il tipografo riminese Malvolti, per le nozze principesche di Maria Torlonia e Giulio Borghese, esce un'ode di Pascoli che ha venature rivoluzionarie: «…Per fredda ambizione / si succia ognor al povero le vene / sotto l'onesto vel del comun bene…».

Nel ’75, quando muore lo zio riminese Alessandro Morri, Zvanì gli dedica una lirica. Morri era stato suo padrino al battesimo ed aveva sposato Luigia Vincenzi, sorella di Caterina, la «dolce madre» del poeta. (9)

Le sorelle Vincenzi erano tre: Rita, Caterina e Luigia. Erano nate da Paolo Vincenzi e da Olimpia Alloccatelli, ricca figlia unica di un nobile di Sogliano. Rita sposa un possidente di Sogliano. Luigia, il Morri che fu segretario comunale prima a Sogliano e poi a Rimini.

Nei versi per lo zio, Giovanni inserisce dubbi teologici («Ditemi, i morti infradician sotterra / o qualche cosa n'evapora al ciel?… / ovver, mio forte amico, ora è destino / che putre fango e cenere sii tu?»), che mettono in sospetto la zia Luigia, «religiosissima e forse bigotta» (8) la quale, timorosa di un oltraggio alla fede, fa esaminare il testo «da una vecchietta, forse una specie di fattucchiera, tenuta dai riminesi di allora in concetto di santità». «Brusèla, brusèla! la è contra Crest!», è la sentenza, sùbito eseguita. L'altra zia, la «Rita di Sogliano», ne salva una copia. (9)

Nel ’76, alla morte di Giacomo per un'emorragia intestinale conseguente a tifo, Giovannino resta il capofamiglia: «andato in isfacelo il piccolo patrimonio famigliare, perduta la borsa di studio per partecipazioni a disordini politici, […] dovette interrompere gli studi e fino al 1880 visse miseramente aderendo al movimento rivoluzionario socialista, amico specialmente di Andrea Costa». (10)





Nel settembre ’77, per una notte ed un giorno, Pascoli soggiorna a Rimini, come racconta Antonio Baldini (11), «in bolletta dura», nella cameretta n. 6 della locanda di Matteo Barbiani, posta sopra il caffè dell'Unione, nella "piazzetta delle poveracce" (allora via Pescheria n. 111, ed oggi piazzetta Gregorio da Rimini). A Barbiani, Pascoli lascia in pegno del debito non saldato, alcuni capi di biancheria: tre camicie, un paio di mutande ed un fazzoletto, come dichiara lo stesso oste bussando cassa (lire 41,50) al signor Domenico Francolini (18501926), politicamente affine a Zvanì di cui era amico, e poeta rivoluzionario lui stesso.

Giovanni era venuto a Rimini per chiedere un sussidio all'amministratore degli eredi Pascoli, Ercole Ruffi, nella cui villa al Covignano, il 2 agosto 1874, erano stati arrestati 28 dirigenti repubblicani riunitisi con l'intenzione di discutere un'insurrezione nazionale. (12) Se ne andò con pochi soldi e molta rabbia per una frase del Ruffi, riportata da Mariù: «Turnè a Bulogna, mittiv a duzzena da una veccia recca e fasiv mantné». (13)

Pascoli povero in canna, nel ’78 scrive una poesia, «La morte del ricco», che Francolini pubblica a sua insaputa nel periodico riminese che dirige, «Il Nettuno», nella speranza che essa possa «concorrere alla nostra propaganda rivoluzionaria».





Tra gli amici riminesi di Pascoli c'è anche Raffaello Marcovigi, che Zvanì chiama il Biondino ed anche l' «avvocatino tirchino». A lui, Pascoli scrive il 14 novembre 1883 i propri progetti: «…Poi prenderò moglie. Fammi il piacere di trovarmela, tu che hai molto tempo e molte conoscenze…». (14)

Nel ’91, il 22 luglio, Marcovigi si sposa con la signorina Gelmi: Giovannino regala all'antico amico un libretto di 22 poesie, sotto il titolo di Myricæ. Nel 1896, Pascoli pensa di prender moglie pure lui: e scrive al segretario comunale di San Mauro, Pietro Guidi: «Caro Pirozz, ti rinfresco la memoria. Cava in gran segreto le mie fedi e rintraccia quelle di mio padre e di mia madre e manda il tutto a Girolamo Perilli, via Garibaldi, 33, Rimini. In gran segreto… segreto di stato!…». (15)

Momo Perilli (18531930), ha sposato una figlia di Alessandro Morri, Anna. Zvanì (41 anni) è innamorato di Imelde (30), sorella di Anna (35). Pascoli spera che, accasatasi Ida nel ’95 con Salvatore Berti di Santa Giustina, anche Mariù trovi una sistemazione. Mariù, gelosa della sorella, desidera di morire. (16) E descrive Giovanni in preda ad una «tremenda crisi di nervi e di cuore». Pascoli scrive lettere piene di lacrime, mentre pensa segretamente al proprio progetto matrimoniale: di nascosto di Maria, aveva già regalato ad Imelde un anello. (17)

Maria non sopporta Imelde ed Anna, nei cui confronti si sente mortificata: «Erano buone e care ragazze […] ma assai diverse da noi per fortuna, perché esse erano ricche e vestivano con molto lusso, e noi eravamo povere e vestivamo molto dimessamente». (18)

Maria trama contro quelle nozze di Zvanì, e vorrebbe anche frugare nel portafoglio del fratello, gonfio non di soldi (precisa lei stessa), alla ricerca di qualche lettera d'amore. (19)

Contro Zvanì pare mettersi anche la zia Rita di Sogliano, che spettegola su quel piede malato del nipote, che non sarebbe piaciuto all'Imelde. La quale scrivendo alla medesima zia Rita smentisce, dichiarando che, a dire quelle parole, era stata la propria sorella Anna, moglie del Perilli a cui Pascoli aveva scritto per i certificati di matrimonio.

Mariù assolve la zia Rita, infatti dice che, se le nozze sono andate a monte, è per merito proprio: «Fui dunque io, non lei, a produrre quell'effetto»: la zia Rita aveva riferito a Mariù la frase udita «in casa delle cugine», non pensando che la sorella del poeta andasse «a soffiare» all'interessato «quelle parole». (20)





Zvanì offeso tronca ogni rapporto con l'Imelde, le restituisce le lettere ricevute. All’inizio del ’97 Imelde si sposa con il riminese conte Giuseppe Baldini. «Una novità», commenta Giovanni Pascoli, ammettendo di aver fatto «un pianzutin» per la miseria e la solitudine di «Mariuccina». Ad Imelde, egli dedicherà poi dei versi, senza farne il nome: «E dunque tornai… tu non c'eri. / Per casa era un'eco dell'ieri, / d'un lungo promettere. E meco / di te portai sola quell'eco: / PER SEMPRE!». (21)

Sono passati pochi mesi da quella delusione, quando alla fine di settembre dello stesso ’97, Zvanì torna in Romagna a trovare le sorelle, per il battesimo di Myriam appena nata ad Ida. Il sorriso della famiglia sembra rincuorarlo in giorni molto tristi, testimonianti in una lettera ad Ugo Brilli: «Io sono solo solo […] sarà neurastenia, sarà autosuggestione, sarà effetto della vita forzatamente casta e orribilmente mesta, ma io passo certe ore, meglio certi giorni in cui mi pare di dover morire […]». (22) Anche la carriera scolastica gli dà pensiero. Pirandello qualifica le Myricæ, a dire dello stesso Pascoli, come «opera di stitico, di uomo che si tormenta e tormenta». (23)

Quella scappatina a Rimini, è un momento di serenità o di triste pensiero rivolto ai tanti dolori di una vita infelice? Giulio Tognacci, presente a quell'incontro tra amici sammauresi assieme al padre Rico, ha scritto: «Lessi negli occhi accesi che qualcosa cercava».

«Uomini, se in voi guardo, il mio spavento / cresce nel cuore…». (24)





Quando pubblica Myricæ, nel 1891, Pascoli ha 36 anni: da nove si è laureato ed è insegnante. Dopo Matera e Massa, è finito in cattedra a Livorno. La nostra terra gli sembra lontana, ma il ricordo pulsa doloroso nel cuore, e detta pensieri alla penna.

Una delle più antiche liriche della raccolta, Romagna («è dell'80 o giù di lì», scrive lo stesso Pascoli), rappresenta questo legame con i luoghi d'origine. Sono i celebri versi dedicati all'amico poeta Ferrari: «Sempre un villaggio, sempre una campagna / mi ride al cuore (o piange), o Severino: / il paese ove, andando, ci accompagna / l'azzurra visïon di San Marino…».

Nel ’94, presentando la terza edizione di Myricæ, Pascoli definisce i suoi versi come «frulli d'uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto». Dove riposa suo padre "Ruggiero" che era stato ucciso il 10 agosto 1867, e che per il figlio poeta resta il simbolo del male universale: «La vita […] è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e a gli altri. […] Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima […]».

In una recensione, apparsa nel marzo ’92 sulla «Nuova Antologia», si parla di Myricæ come di «poesie fresche, pure, originali», dove si indovina una nota «di dolore rassegnato e calmo, di dolore umano, che acquista le nostre simpatie, e nel poeta ci fa amare anche l'uomo […]». Si sottolinea la novità della raccolta: «Son dei quadretti semplici e freschi […]».

La semplicità era già espressa nel sottotitolo di Myricæ, che la dichiarava attraverso una citazione (…rovesciata) di Virgilio. Il poeta latino aveva scritto (nell'Ecloga IV): «Non omnis arbusta iuvant humilesque myricæ», non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici.

Scrive invece Pascoli nel frontespizio del suo libro: «Arbusta iuvant humilesque myricæ». La scomparsa della negazione sottolinea un intendimento, quello di esprimere attraverso la poesia il canto della quotidianità. Pascoli traccia come un confine rispetto agli altri autori contemporanei che dominavano la scena letteraria. E' anche il superamento di un modo tradizionale di far poesia che durava da circa un secolo.

Quella di Pascoli, scrive L. Anceschi nel suo fondamentale testo critico sulle Poetiche del Novecento in Italia, è una «posizione distinta sia da quella del Carducci sia da quella del D'Annunzio». Che volesse differenziarsi dagli indirizzi dominanti, lo aveva confidato lo stesso Pascoli in una lettera dell’83 a Severino Ferrari: «Studio Orazio. Vorrei distinguermi da codesti poeti cromolitografici incipriati alla D'Annunzio».

Lentamente, edizione dopo edizione (la sesta ed ultima è del 1903), Myricæ diventano un libro noto che rappresenta una concezione poetica nuova, quella degli «oggetti»: ogni elemento diventa un simbolo, come «l'aratro in mezzo alla maggese» di Lavandare, che raffigura la solitudine umana.

È questa «la poesia delle piccole cose», secondo la formula classica di Renato Serra. Essa apre una linea che, attraverso i Crepuscolari, come ha insegnato Anceschi, giunge fino ad Eugenio Montale.









Scheda 1. «Giovanni Pascoli è un Romagnolo: e non si può capir nulla della sua vita e della sua arte se non si sente in lui la "pasta" di questa tipica razza italiana, d'una vitalità concentrata e esuberante, piena di contraddizioni e di lotte intime e aperte […]», scriveva nel 1937 Ettore Cozzani, in un'ampia analisi critica della vita e delle opere del poeta di San Mauro.

«E non si può capir nulla» di questa citazione, se non andiamo a leggere qualche riga dopo: «la razza che in pochi decenni ha potuto dare tempre […] di precursori e anticipatori come Alfredo Oriani, di sintetizzatori e realizzatori come Mussolini, di poetiveggenti come il Pascoli stesso».

Povero Pascoli, in quale triste compagnia lo poneva la retorica di Cozzani che addirittura trasformava gli abitanti d'una terra in una «razza» a sé.



Scheda 2. Il 10 agosto 1991 a San Mauro, nella Chiesa della Madonna dell'Acqua, mons. Luigi Pascoli ha celebrato l'anniversario della morte del nonno Ruggero Pascoli (avvenuta nel 1867), ed il 60° della propria Prima Messa.

Mons. Luigi Pascoli è figlio di Giuseppe, nato nel 1859 e morto nel 1917, ultimo dei maschi di Ruggero.

I rapporti tra Peppino e gli altri fratelli non furono sempre felici. Fanciullo «discolo», lo descrivono gli storici, perché scacciato per una qualche mancanza da tutte le scuole del Regno, nel 1873. Crebbe con un carattere «piuttosto cupo» e taciturno, racconta Mariù nella biografia del poeta.

Fallito un concorso nelle ferrovie, Peppino bussava spesso a soldi in casa di Zvanì che, nell’83, non ha notizie precise del fratello, ma scrive a Severino Ferrari: «Pare che debba essere impiegato da Torlonia».

Peppino sposa poi la vedova di un barbiere che aveva due figli grandicelli. Commenta la terribile Mariù: «Egli aveva disgustato tutti…». Nel ’94, «in miserevole stato», Giuseppe porta a Giovannino la notizia della morte della moglie. Ma è «tutta una commedia per far compassione».

Peppino si stabilisce a Bologna, impiegato in una fabbrica di biciclette. «Quasi due anni dopo il falso annunzio […] la moglie gli morì davvero», precisa Mariù. Successivamente, egli va in Veneto e si sposa di nuovo, con una maestra.

Don Luigi Pascoli, il 10 agosto 1931, celebra la Prima Messa nella Chiesa della Madonna dell'Acqua, annessa alla vecchia casa Pascoli.

Al ’39, a Santa Giustina di Rimini, risale il suo primo incontro con la zia Ida che lo accolse con simpatia, perché finalmente poteva conoscere uno dei sei figli di Peppino. Ida viveva in povertà, dimenticata da Mariù: morirà a Bologna, nel ’57, assistita con i Sacramenti proprio dal nipote don Luigi. Mariù era scomparsa nel 1953.





NOTE

1Cfr. GIULIO TOGNACCI, Ricordi pascoliani, Garattoni, Rimini 1939, p. 39.

2 Cfr. MARIA PASCOLI, Lungo la vita di G. P., Mondadori, Verona 1961, p. 34.

3 Ibidem. La via San Simone è l'attuale via A. Serpieri. L'abitazione di Pascoli dovrebbe corrispondere all'attuale civico 17.

4 Cfr. LUIGI FERRI, G. P. e la città di Rimini, in Monografia n. 2 (1959) della collana edita dall'I.T.C.S. «R. Valturio», Rimini, a cura del preside Remigio Pian, p. 17.

5 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 10.

6 Cfr. L. FERRI, ibidem. Sul soggiorno riminese, cfr. pure GIULIO CESARE MENGOZZI, Noterelle su P. studente a Rimini, «Studi Romagnoli», VII (1956), pp. 171174; Alessandro Tonini, G. P. e Carlo Tonini, «La Piê», nn. 34, 1955; e A. MONTANARI, Il genio di Zvanì sbocciò a Rimini, «Il Ponte», 21. 12. 1986.

7 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 7.

8 Cfr. L. FERRI, Il P.e la città di Rimini (II), in Monografia n. 5 (1962), collana cit. I.T.C.S. «R. Valturio», p. 101.

9 Cfr. L. FERRI, ibidem.

10 Cfr. L. FERRI, G. P. e la città di Rimini, p. 18.

11 Cfr. ANTONIO BALDINI, G. P. in bolletta dura, «Corriere della Sera», 12.10.1928. Sull'edificio di piazzetta Gregorio da Rimini, nel 1962, l'amministrazione comunale fece apporre una lapide in cui, erroneamente, si dice che «negli anni 1871 e 1872 G. P. abitò studente questa casa…». Cfr. il cit. articolo de «Il Ponte», 21. 12. 1986.

12 Cfr. A. MONTANARI, L'«Orologio guasto» di Carlo Marx, «Il Ponte», 27.1.1991.

13 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 67.

14 Cfr. L. FERRI, G. P. e la città di Rimini, p. 19.

15 Cfr. L. FERRI, ibidem, p. 20.

16 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 430.

17 Cfr. L. FERRI, Il P. e la città di Rimini (II), cit., p. 109.

18 Cfr. M. PASCOLI, cit., p. 188.

19Cfr. ibidem, p. 482.

20Cfr. ibidem, p. 526.

21 Cfr. ibidem, p. 525. La poesia s'intitola Per sempre.

22 Cfr. ibidem, p. 573.

23 Cfr. ibidem, p. 572, nota 2.

24 Cfr. G. P., La vertigine, dai Nuovi poemetti.

Antonio Montanari


 

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