Gli Agli, esuli da Firenze, a Rimini e Meleto

1. INTRODUZIONE.
TRE FAMIGLIE DI ESULI FIORENTINI


Alla storia di Rimini sono strettamente legate le vicende di tre famiglie di esuli fiorentini, Adimari, Agli, Agolanti.
Gli Adimari sono presenti a Rimini dal XIV al XVI secolo. Cesare Clementini [1] li indica fra i nobili portati in salvo alla fine di settembre del 1300 [2] dal cardinal Matteo Bentivegna d'Acquasparta (1240-1302), legato papale per la Toscana, la Romagna ed altre parti d'Italia [3], quando se ne va da Firenze dopo il fallimento della sua missione voluta da papa Bonifacio VIII il 23 maggio dello stesso anno.
Clementini anticipa la venuta del legato a Rimini dalla fine di settembre al «principio d'agosto» del 1300, cioè durante il priorato di Dante (15 giugno-15 agosto). Il poeta non aveva molta simpatia per Matteo d'Acquasparta: lo considerava uno degli interpreti scorretti ed infedeli della «regola» francescana. Se il salvataggio degli Adimari fosse avvenuto proprio mentre era priore, Dante avrebbe avuto un motivo in più per avversare il cardinale.
Clementini elenca sette famiglie nobili fiorentine «della fattione bianca» condotte dal legato a Rimini (Agolanti, Benci, Arnolfi, Adimari, Miniati, Sacchi e Caposacchi), precisando che ai suoi tempi (egli vive dal 1561 al 1624) soltanto le prime tre (Agolanti, Benci, Arnolfi) non si erano estinte [4].
La notizia non è esatta. Contemporaneo di Clementini è un altro storico di Rimini, proprio un Adimari, Raffaele. Nel suo Sito riminese (prima storia cittadina, apparsa Brescia nel 1616, cioè un anno prima del Raccolto istorico di Clementini), egli racconta di discendere dalla famiglia fiorentina «della quale hanno fatta piena, et onoratissima mentione molti degni scrittori» [5].

Un appartenente alla famiglia dell'arcivescovo di Pisa Alammano Adimari, il 20 gennaio 1498 guida a Rimini la sommossa nobiliare contro Pandolfo IV Malatesti (Pandolfaccio, figlio di Roberto) nella chiesa di Sant'Agostino, al vespro: è Adimario Adimari, giustiziato il successivo 13 febbraio. Nella sedizione è affiancato dal figlio Nicola (+1526). La crisi degli Adimari a Rimini comincia dopo questi eventi, anche se ottengono giustizia contro le confische dei loro beni.
La madre di Nicola è Elisabetta degli Atti, figlia di Antonio fratello di Isotta, la moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesti. Elisabetta degli Atti ha sposato Adimario in seconde nozze.
Suo primo marito è stato Nicola Agolanti, morto in circostante misteriose il 9 novembre 1468. Quella mattina Nicola va in cerca della moglie per le strade della città, ed incontratala la saluta commosso con un enigmatico addio. La mattina dopo Elisabetta trova Nicola impiccato nella cappellina domestica dove è solita recarsi a pregare [6]. Questa, la sua versione dei fatti. Elisabetta vuole allontanare da Roberto Malatesti, che era il proprio amante, ogni sospetto sulla responsabilità nella morte del marito, e smentire così la tesi di un omicidio passionale.

La famiglia degli Agolanti è attestata nel 1256 a Saludecio con un «Johannes Agolante». Il loro arrivo si collocherebbe quindi tra quello degli Agli (1246) e quello degli Adimari (1260 o settembre 1300, secondo le diverse fonti). Questo «Johannes Agolante» si trova a Saludecio, in luogo cioè vicinissimo al castello di Meleto di cui leggeremo nella storia degli Agli. Gli Agolanti, fra gli esuli fiorentini in Romagna, sono gli unici conosciuti a fondo grazie agli studi loro dedicati lungo un ampio arco di tempo. Gli Agolanti, «legati ai Malatesti, si inseriscono nel tessuto urbano, sottentrando nelle zone d'influenza della vecchia nobiltà; ne acquistano case e possessi, si espandono largamente in tutto il territorio circostante: la disponibilità di denaro, che investono come banchieri e uomini d'affari, e il loro prestigio, soprattutto di militari e di giureconsulti, li colloca rapidamente in primo piano» [7].


2. GLI AGLI IN ARMI CON I MALATESTI

Alle vicende malatestiane è legata anche la sorte degli Agli [8] o Lagli. Come si legge in una lapide del 1620 [9], essi giungono a Rimini nel 1246 durante la lotta dell'impero con Federico II per il dominio sull'Italia e contro il papato [10]. Quando a Firenze imperversa la caccia ai guelfi di cui parla Machiavelli nelle Istorie fiorentine [11]. Proprio in questo anno papa Innocenzo IV esorta gli abitanti della città a stare in pace, dando ad essa l'epiteto di «Flos Italiae famosa» [12].
Ben presto gli Agli si trasferiscono nel castello di Meleto di Saludecio [13]. Qui tornano più tardi, dopo essere stati come uomini d'arme al servizio di Pandolfo III a Brescia, quando la sua signoria termina il 24 febbraio 1421.
Nel settembre 1443 il castello di Meleto è assaltato. Gli Agli sono sconfitti dalle truppe pontificie che compiono devastazioni, saccheggi ed uccisioni nei possedimenti malatestiani. A Monteluro di Tavullia l'8 novembre 1443 Francesco Sforza e Sigismondo Pandolfo Malatesti con le truppe di veneziani, fiorentini e milanesi battono rovinosamente Nicolò Piccinino, Federico di Montefeltro, Malatesta Novello e le milizie pontificie. Francesco Sforza non riesce invece a sconfiggere gli Agli a Castel San Pietro di San Severino Marche [14], con un assedio iniziato il 24 dicembre dello stesso 1443 e durato ventiquattro giorni.
Meleto è ripresa dai Malatesti nel 1469 con Roberto (figlio di Sigismondo Pandolfo e padre di Pandolfaccio), mentre una serie di azioni militari coinvolge pure Rimini [15]cancellando letteralmente il Borgo Nuovo di San Giuliano [16]. Le truppe pontificie appostate lungo il Marecchia [17] prima bombardano Rimini con 1.122 colpi [18], poi appiccano il fuoco al Borgo Nuovo. Il quale sorgeva dalla cinta malatestiana dietro la chiesa omonima lungo un chilometro e mezzo sino alle Celle, «ove le strade per Bologna e per Ravenna fanno trivio» [19].
Attestato dal 1248, il Borgo Nuovo era sede della fiera che prendeva nome dal luogo. Ne derivò un irrimediabile sconvolgimento sotto il profilo urbanistico e per lo sviluppo economico della città. Per favorire il quale il 3 novembre 1468 (dopo la scomparsa di Sigismondo avvenuta il 9 ottobre), il governo di Isotta, Roberto e Sallustio Malatesti pubblica un editto sul libero commercio. Che ricalca l'analogo provvedimento di Sigismondo stesso del 1437, e che (come scrive Augusto Vasina) è frutto di uno stato di necessità, quale «inevitabile contropartita dell'appoggio militare assicurato ai Malatesti» da Firenze e Venezia [20].
Anche alla corte di Pandolfaccio gli Agli sono presenti, in contrapposizione ai congiurati di Adimaro Adimari. Sia gli Agli sia gli Adimari furono di parte guelfa, come ricorda Nicolò Machiavelli nelle Istorie fiorentine[21].
Le prime notizie raccolte in sede locale [22] sono relative ad un Giannone (d'inizio 1400) il cui figlio Giovanni, di professione condottiero, si stabilisce a Meleto ante 1493. Un figlio di Giovanni, che rinnova il nome del nonno Giannone, è ucciso nel 1559 proprio a Meleto dal genero Lorenzo Peli, marito di Lucrezia.

Da questo secondo Giannone si dipartono due rami. Il primo con Gianandrea (morto ad 82 anni nel 1604), continua sino al secolo scorso a Rimini. Il secondo ramo parte da Cesare e si estingue nella seconda metà del 1700 con il canonico Paolo e con Anna, figli di Flaminio.
Il nonno di Flaminio, Girolamo, fu inquisito a Roma per omicidio, ebbe i beni confiscati, poi recuperati dal fratello Cesare capitano d'armati, e generò da Maddalena Moretti due figli: Diotallevo e Paolo Ottavio (padre dello stesso Flaminio).
Girolamo ebbe «non lievi differenze» con il figlio Diotallevo, «sopite» tramite il «memorabile» vescovo Angelo Cesi [23] nel 1638. La moglie di Diotallevo fu Cassandra del nobile Gentile Melzi, «dottor Fisico».

Ritorniamo al Gianandrea defunto nel 1604. Da Maddalena Corradini figlia del notaio Cristofaro (attivo fra 1510 e 1548), ha cinque figli, due maschi e tre femmine. Tra loro citiamo soltanto Alessandro [24] che sposa Elisabetta Ippoliti; e Giulia e Cassandra che vanno in moglie rispettivamente ai fratelli Francesco e Giovanni Vanzi [25] (dottore in Medicina), figli di Lodovico (+1584) fratello del celebre mons. Sebastiano [26].
Francesco Vanzi è padre di due maschi (Lodovico ed Ottaviano) e di Maria Giulia, futura monaca (1615). Giovanni da Cassandra Agli ha Vanzio (fattosi monaco nel 1609 nella potente congregazione dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga di Venezia, presso la loro abbazia riminese di San Giuliano [27] nell'omonimo Borgo Vecchio) e Giulia, suora nel 1612.
Da Alessandro Agli ed Elisabetta Ippoliti discende il ramo più longevo. Suo figlio Carlo Amato [28] sposa Francesca di Alessandro Diotallevi che genera un Gianandrea (+1731) il quale dapprima (1676) vuole vestire l'abito dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga (come Vanzio Vanzi, cugino di suo padre), ma poi sposa nel 1714 [29] Domenica di Francesco Garampi, l'architetto che progetta la seconda edificazione del palazzo pubblico di Rimini, tuttora chiamato con il suo nome e sede della Municipalità [30].
Il loro figlio Arrigone sposa Maria Barbara di Battista Pignatta nobile di Ravenna che gli dà tre figli. La prosecuzione della famiglia è garantita da Gianandrea [31] (nato nel 1737) che ha due mogli: Anna Catterina di Ubaldo Antonio Marchi notaio, ed Adelaide Almieri di Rimini (figlia del fu patrizio Francesco).
A Meleto, post 1774, sono registrate nel Catasto Calindri[32] le numerose proprietà di Gianandrea, tra cui le più consistenti risultano al centro del paese. Da Adelaide nascono tre eredi: Anna, Arrigone (che nel 1833 sposa Anna di Gaetano Vanzi [33] la quale gli dà Adelaide, Barbara, Michele ed Alessandro [34]), e Carlo che sposa Amalia di Carlo Sotta [35] da cui nasce un altro Gianandrea (o Giovanni Andrea) il quale sposa Edvige Perazzini (+1860). Costei gli genera Amalia Agli (1851-1933) che nel 1871 va in sposa ad un medico chirurgo originario di Savignano ed attivo a Rimini, Luigi Lazzari (1835-1921) del fu Arcangelo e di Geltrude Faccini.
Amalia è l'ultima discendente dal ramo originario degli Agli, il cui cognome è poi associato a quello dei Lazzari nel figlio Arcangelo (detto Angelo) Lazzari Agli (1872-1947), pure egli medico [36], che sposa Iole Masi [37] (1876-1960): il loro erede Sergio Falco Lazzari Agli (1913-2007) continua nella tradizione della professione medica [38] come due suoi figli, Antonella [38a] e Luigi che la esercitano presentemente.

Il momento di maggior prestigio sociale per gli Agli dei secoli passati, è quando s'imparentano con la famiglia Garampi. Il suocero di Gianadrea Agli, marito di Domenica Garampi, l'architetto Francesco nel 1712 è annoverato fra i nobili [39]. Un altro figlio di Francesco è Lorenzo che nel 1708 sposa Diamante Belmonti.
Da loro nascono Francesco (1715-1797) ed il futuro cardinale Giuseppe (1725-1792), destinato ad una brillante carriera non soltanto come ecclesiastico ma pure da studioso. Questo Francesco dalla prima moglie Maria Angela Valentini dalla Penna (sposata nel 1741), ha Diamante, protagonista di un femminismo ante litteram con la sua ribellione al matrimonio combinato dalla famiglia [40]. Nel 1764 Diamante a 19 anni sposa un raffinato intellettuale, Nicola Martinelli, che avrà un ruolo importante nelle inquiete vicende della fine del suo secolo [41]. Nel 1769 Francesco Garampi prende in moglie Geltrude Martinelli, legata da parentela con Nicola: il nonno di Nicola (Giulio) era un fratello del nonno di Geltrude (Ignazio) divenuta matrigna di Diamante.

L'importanza del legame fra Agli e Garampi è confermata da un inedito «attestato» municipale [42] del 23 novembre 1750, in cui si sottolinea come la nobiltà dei Garampi fosse «palese» per i legami con altre ragguardevoli «nobili Famiglie», e per le cariche ricoperte. Da ricordare infine che nel 1797, nei turbolenti giorni successivi all'arrivo delle truppe napoleoniche e dopo la fuga del governatore di Rimini Luigi Brosi e del vescovo Vincenzo Ferretti, il ricordato «gentiluomo Gian Andrea» Agli (nato nel 1737) è nominato giudice provvisorio in materia civile [43]. Nel 1798 gli è poi affidato l'incarico di agente dipartimentale dei beni nazionali [44].

Fra i personaggi del ramo fiorentino va menzionato Antonio degli Agli (1400 c.-1477), umanista, buon letterato [45] e poeta in volgare come si legge nel Mazzuchelli [46] (il quale ricalca il giudizio di Vespasiano da Bisticci [47] che lo faceva «dottissimo in greco e in latino»), maestro di papa Paolo II, vescovo di Fiesole e di Volterra, autore di quattro opere conservate nella Biblioteca vaticana, fra cui il De immortalitate animae ed il De vitis sanctorum in dieci libri [48] scritti per ordine di papa Nicolò V. Il suo ricordo è stato tramandato anche da Marsilio Ficino, nel Commentarium in Convivium Platonis de Amore[49] (1484), come uno dei nove partecipanti al convito dei parentali di Platone del 7 novembre 1474, voluto da Lorenzo de' Medici [50].


3. MELETO, LA VOCE DI UNA LAPIDE

La lapide del 1620 racconta non soltanto la storia di una famiglia. Gli Agli giungono a Meleto nel 1246, all'epoca di un «Malaspina amministratore preposto alla prospera fabbrica tessile del luogo» [51]. La curtis di San Pietro in Meleto era allora gestita dal monastero riminese di San Giuliano. Il possesso della curtis «cum Ecclesia et olivetis atque vineis, et cum omnibus rebus et pertinentiis suis» era stato confermato nel 1059 al monastero [52] che allora era detto «Beatorum Apostolorum Petri et Pauli juxte pontem marmoreum Ariminensis Civitatis siti», ed era tenuto dai monaci benedettini [53]. Soltanto «verso il 1164» [54] il monastero è intitolato a San Giuliano.
Nel corso del XIV sec. la «metà del monte di Castel di Meleto» figura concessa da parte della stessa abbazia di San Giuliano ad uomini di Meleto [55], mentre l'altra metà spetta al monastero di San Gregorio in Conca di Morciano [56], anch'esso retto dai benedettini. Nel 1371 a «Castrum Melleti» il censimento del cardinal Angelico registra 24 focolari [57].

L'accenno della lapide al «Malaspina amministratore» della fabbrica tessile di Meleto, rimanda ad un atto rogato in Piacenza nel 1251, e riguardante l'investitura «Conradi Malaspina Marchionis pro Gerardo et Bonifacio, Rainaldo et Gerardo de Meleto» [58].
La lapide e l'atto notarile, pur sovrapponendosi grazie al cognome Malaspina, non permettono di addivenire a certezze anagrafiche, ma suggeriscono itinerari sinora inesplorati e soprattutto da collegare alla strada percorsa dallo stesso Dante, ospite dei Malaspina durante l'esilio (Pg. 8, 118-139). Lungo questi itinerari esistono i punti fermi delle realtà commerciali e politico-religiose del tempo, che potrebbero avere un caposaldo significativo nella curtis di Meleto gestita dai benedettini. Di cui è ben nota l'organizzazione, con gli influssi socio-economici da essa derivanti nei territori interessati dalle loro attività.
Il monastero riminese di San Giuliano per concessione papale controllava tutto l'omonimo Borgo Vecchio e quello Nuovo già ricordato (sino alle «Celle dei Crociferi»), zona con traffici e commerci che sorgeva «a poca distanza» dal nuovo porto realizzato nell'XI secolo [59]. Ed i suoi monaci [60], risultano sia piuttosto indipendenti rispetto al potere vescovile [61], sia utilizzati in sede civile dalla burocrazia pontificia [62].
A partire dal 1351 nel Borgo Vecchio di San Giuliano si tiene la fiera [63] intitolata al protettore del luogo e della chiesa affidata ai benedettini. Dal 1500 si aggiunge la fiera delle pelli (12-20 giugno), estesa dal ponte di Tiberio o della Marecchia (dove erano allestite botteghe di legno) a tutto il Borgo Nuovo sino al torrione del monastero del Monte della Croce alle Celle, posto lungo la strada per Cesena (lato a monte) poco dopo il bivio con la via per Ravenna.

Il caso di Meleto richiama quanto Augusto Vasina [64] ha scritto a proposito dei «produttori-mercanti tessili» toscani che si radicano nei centri romagnoli, e dell'«elemento borghese toscano» infiltratosi nelle strutture statali dello Stato papale delle nostre terre, dopo che era stato raggiunto l'accordo tra papa Nicolò III e l'imperatore Rodolfo d'Asburgo [65] il 4 maggio 1278.
Infine, va ricordato che nelle nostre zone al tempo della venuta degli Agli, la manifattura tessile produceva in prevalenza un umile panno usato dai contadini e detto «romagnolo», come tramandano Boccaccio (Decameron, VI, 5; X, 10) e Sacchetti (Centonovelle, L). Con il tempo a Prato si chiameranno «romagnoli» altri tipi di «pannicelli colorati di varii colori» che non erano né romagnoli d'origine né lavorati alla romagnola [66].


Queste pagine fanno parte di un progetto editoriale per il web. A breve seguiranno le parti su Adimari ed Agolanti.

NOTE
[1] C. CLEMENTINI, Raccolto istorico, I, Simbeni, Rimini 1617, p. 522; L. TONINI, Rimini nel secolo XIII, Storia civile e sacra,III, Rimini 1862 (ed. an. Rimini 1971), p. 191.
[2] G. PETROCCHI, Vita di Dante, Bari 1983, p. 82. In C. GHIRARDACCI, Istoria di Bologna, I, Bologna, Rossi, 1596, p. 416 si parla di ottobre. M. A. ZANOTTI, Genealogie di famiglie riminesi, I, SC-Ms. 187, Biblioteca A. Gambalunga di Rimini [BGR], c. 2, colloca nel 1260 (anno della sconfitta fiorentina a Montaperti), la venuta di questa famiglia, seguendo G. VILLANI, Cronica, VI, LXXIX.
[3] Il legato in Romagna è aiutato da Malatestino Malatesti, podestà di Rimini, la cui famiglia offre appoggio al cardinale sperando di averne in cambio il controllo di Cesena. Dove Malatestino è stato podestà nel 1292, 1294 e 1295. Suo fratello Paolo nel 1282 era stato inviato a Firenze da papa Martino IV come nuovo capitano del popolo e conservatore della pace. Il primo febbraio 1283 Paolo aveva però rinunciato all'incarico. Malatesta da Verucchio, padre di Malatestino e di Paolo, si è impadronito di Rimini il 13 dicembre 1295, cacciando i Parcitadi che erano funzionari imperiali.
[4] CLEMENTINI, Raccolto istorico, II, Simbeni, Rimini 1617, p. 75.
[5] R. ADIMARI, Sito riminese, Bozzòli, Brescia 1616, II, p. 75.
[6] CLEMENTINI, Raccolto istorico, II cit., p. 495.
[7] R. COPIOLI, Gli Agolanti e i Malatesti, e la Tomba Bianca di Riccione, ne Gli Agolanti e il Castello di Riccione a cura di R. COPIOLI, Rimini 2003, p. 36.
[8] Essi a Firenze gestivano fiorenti attività economiche. Le loro case e torri dettero il nome alla via ed alla piazza che poi fu chiamata «de' Ricci». Nel corso del 1300, gli Agli rimasti o tornati in Firenze cambiarono cognome, divenendo «Scalogni». Questa famiglia, «per più titoli benemerita della patria, si ridusse di Popolo nel 1378», come era successo agli Adimari nel 1349: cfr. l'Appendice (con testi settecenteschi di G. LAMI) al Discorso intorno al modo di far gli alberi delle famiglie nobili fiorentine (1576) di V. BORGHINI (1515-1580), II ed. Firenze 1821, p. 31 (I ed. Modesto Giunti, Firenze 1602). Come si legge in A. ADEMOLLO, Marietta de' Ricci, Firenze 1841, p. 108, gli Agli edificarono in Firenze il convento e la chiesa di San Domenico sul colle di Fiesole.
[9] Questa lapide del 1620 (per il testo integrale cfr. infra) è trascritta in D. PAOLUCCI, Famiglie riminesi, SC-Ms. 189, BGR, ad vocem. Era apposta in una domus costruita a Meleto dai fratelli Agli, che ricorderemo infra. La lapide è in minima parte trascritta in C. CURRADI, Ricerca sui rapporti fra Malatesti e Agolanti nel secolo XIII, «Studi Romagnoli XLII» (1991), Cesena 1995, p. 157 (e ne Gli Agolanti e il Castello di Riccione cit., p. 214) con la precisazione che fu «poi trasferita dagli Agli nel loro palazzo di Via Soardi» a Rimini e recuperata «cinque anni or sono dal conte Giorgio Bianchini». La collocazione a Rimini è del 1801, come risulta da altra lapide anch'essa un tempo collocata nel palazzo di via Soardi, distrutto dagli eventi bellici del secondo conflitto mondiale (agosto 1944: cfr. B. GHIGI, La tragedia della guerra a Rimini, Rimini 1994, passim; L. SILVESTRINI, Dalla eroica resistenza del popolo riminese al conferimento della medaglia d'oro al valor civile al gonfalone della città, Rimini 1965, p. 21). Il palazzo Soardi sorgeva fra il corso d'Augusto ed il vicolo Levizzani, a sinistra della omonima strada procedendo dal corso stesso verso la chiesa di Sant'Agostino, come risulta da una pianta di Rimini pubblicata nel 1769: cfr. G. GOBBI-P. SICA, Rimini, Bari 1982, pp. 108-109.
[10] In VILLANI, Cronica cit., VI, LXXIX, anche per gli Agli si parla di 1260.
[11] N. MACHIAVELLI, Istorie fiorentine, II, 4, Milano 1962, pp. 143-144.
[12] Cfr. G. BENCIVENNI, Epoche di storia fiorentina fino al 1292, in Memorie due lette nella Società degli amatori della storia patria, Firenze 1803, p. 158.
[13] Nel XIV sec., cfr. PAOLUCCI, Famiglie riminesi cit., c. 71r.
[14] Cronaca riminese cit., in L. A. MURATORI, Rerum italicarum scriptores, tomo XV, Società Palatina, Milano 1729, col. 946 E.
[15] L. TONINI, Rimini nella Signoria de' Malatesti, V, 1, Rimini 1980 (ed. an. Rimini 1971), pp. 144-145, 335-336, 341.
[16] L. TONINI, Rimini dopo il Mille, a cura di P. G. PASINI, Rimini 1975, p. 152.
[17] J. AMMANNATI, Commentari, Minuziano, Milano 1506, pp. 409-411.
[18] Dal ms. «di Claudio Paci in Gambalunga» in TONINI, Rimini nella Signoria de' Malatesti, V, 1 cit., pp. 334-335.
[19] L. TONINI, Rimini nella Signoria de' Malatesti, IV, 1, Rimini 1880 (ed. an. Rimini 1971), p. 443.
[20] A. VASINA, Romagna medievale, Ravenna 1970, pp. 276-277: sia Sigismondo sia Isotta «si rifacevano ad una vecchia disposizione degli statuti» cittadini.
[21] MACHIAVELLI, Istorie fiorentine cit., II, 4, p. 144.
[22] Dove non diversamente indicato, la fonte è ZANOTTI, Genealogie di famiglie riminesi cit.
[23] Al nome della famiglia romana di Angelo Cesi, fratello di Federico fondatore dell'Accademia dei Lincei, è legata la sorte della biblioteca malatestiana di San Francesco a Rimini, secondo Federico Sartoni (1730-1786) il quale sostenne che i frati vendettero la loro libreria a quella famiglia, come riferisce TONINI, Rimini dopo il Mille cit, p. 94: cfr. il ms. gambalunghiano SC-Ms.1136, F. C. SARTONI, Copia di uno zibaldone mss. che era in Casa Sartoni ed ora posseduto dal N. U. Signor Domenico Mattioli, contenente memorie ed avvertimenti per la storia di Rimini, cc. 49-50.
[24] Il nome di Alessandro appare nella cit. lapide del 1620 che data al 1246 l'arrivo degli Agli a Meleto: «IN DEPR[AEDATIO]NE GUELF[OR]UM EXP[UL]SA E FLOR[ENTI]A NOBILIS FAM[ILI]A DE ALLYS A. D. MCCXLVI. MALASP[IN]A VIL[IC]US HIS[STON]I FLO[RENT]I. PROF[U]GA MELETU[M] SESE RECEPIT. UBI SUAD[ENT]E COELI SALUB[RITATE] BONIS SIBI E[M]PTIS GE[S]TIS PROPAG[A]TA I[N]DE IN PATRIC[I]OS ARIM[INENS]ES ADS[E]RTA ALE[XANDE]R IO[ANNI]S AND[RE]AE F[ILIUS] GENIO SIBI ET AMIC[I]S DOMUM HA[N]C A FUND[AMENT]IS EREX[I]T A[NNO] D[OMINI] MDCXX».
[25] In una genealogia dei Vanzi (cfr. AP 731, Diplomi, patenti, certificati, Archivio storico comunale, Archivio di Stato di Rimini [ASRn]), Giovanni Vanzi risulta sposato con Ottavia Marchesi. In ZANOTTI, Genealogie di famiglie riminesi cit., la moglie risulta invece Cassandra Agli. Sull'ascendenza di Giovanni e Francesco Vanzi, cfr. infra.
[26] La sesta arca del Tempio malatestiano è onoraria in ricordo del vescovo Sebastiano Vanzi, sepolto ad Orvieto, dove morì nel 1571.
[27] La congregazione, fondata nel 1404 da Lorenzo Giustiniani (1381-1455), poi patriarca di Venezia, è sciolta da Clemente IX nel 1668. Tra questa data ed il 1625 si pone una «lite» intercorsa fra la Municipalità di Rimini ed il monastero di San Giuliano (affidato alla congregazione nel 1496) circa la fiera che si svolgeva nell'omonimo borgo. In occasione di essa i monaci volevano affittare alcune stanze di loro proprietà. La Municipalità si oppone, non ritenendole «opportune ad abitazione di onorati mercatanti», in quanto ridotte dal monastero «a stalle d'animali, et a postriboli di femmine di mondo»: cfr. Informationi sopra le giurisdizioni della Fiera, e del Capitano del Porto della Città di Rimino, AP 626, ASCRn, c. 1v.
[28] Nel secondo nome si richiama una gloria locale, il beato Amato Ronconi, francescano del terzo ordine, vissuto nel XIII secolo.
[29] ZANOTTI, Genealogie di famiglie riminesi, II, cit., sub Garampi.
[30] TONINI, Rimini dal 1500 al 1800, VI, 1 cit., p. 517.
[31] Notizie da Registro di Stato Civile Comune di Rimini, 5797, Pubblicazioni di Matrimonio, ASRn, n. 31, cc. 14v/15v.
[32] Cfr. Contado 2, Meleto, ASRn.
[33] Gaetano discende da uno dei due rami della famiglia Vanzi generati da Francesco di Ottaviano, e che fanno capo rispettivamente a Giuliano (+1566) ed a Lodovico (+1584). Da Giuliano derivano in successione Giambattista, Nicola, Sebastiano, Niccola ed il Gaetano padre di Anna che sposa nel 1833 Arrigone Agli. Un fratello di Anna Vanzi è Luigi. Da Lodovico Vanzi (+1584) sono generati Francesco (che sposa Giulia Agli), Giovanni (marito di Cassandra Agli) ed Alessandro. Il ramo di Alessandro comprende suo figlio Vincenzo ed il figlio di costui, Ignazio Vanzi (1667-1715), bibliotecario gambalunghiana dal 1711 alla scomparsa. Da un figlio di Ignazio, Giovanni Antonio (+1760), nasce Giuseppe che genera Giorgio (nato nel 1760). Giorgio ha dal figlio Pietro e dalla di lui moglie Colomba Mazzocchi la nipote Maddalena la quale sposa Gaetano Nozzoli a cui dà Romolo (1876-1966). Il quale da Lucia Meldini (1881-1966) genera lo scrittore Guido Nozzoli (1918-2000) e Maddalena Nozzoli (1904-1998) andata in moglie a Valfredo Montanari (1901-1974), dai quali nel 1942 è nato chi scrive. I dati della genealogia Vanzi sono elaborati su documenti dell'ASR, appartenenti ad atti pubblici e fondi notarili che, per questioni di spazio, non possiamo citare analiticamente.
[34] Cfr. Notaio Ricci, 1860, vol. 5000, ASRn, ad indicem. Alessandro Agli «possidente e patrizio riminese» figlio di Arrigone e di Anna Vanzi, nel 1860 entra in rapporto d'affari con il medico e possidente Francesco Bianchini fu Carlo, che gli affida per quattro anni un capitale di mille scudi da far fruttare: cfr. Notaio Ricci, 1860, vol. 5000, ASRn, cit. cc. 133-134. Nello stesso 1860 un altro Bianchini, Eugenio fu Gaetano, sposa il 2 febbraio 1860 Lavinia Facchinetti. Eugenio è detto cugino di Luigi Lazzari nelle Schede Gambetti. In realtà è un nipote, essendo figlio di Gaetano Bianchini e di Francesca Lazzari sorella di Luigi. Questo Luigi nel 1850 ha adottato Eugenio Bianchini che così ha assunto il cognome Lazzari. Questo ramo dei Lazzari però non è quello riminese di cui si parla nelle nostre pagine. Infatti l'omonimo Luigi (cfr. infra nel testo) che sposa Amalia Agli, nasce nel 1835. In tale data il Luigi Lazzari che adotta Eugenio Bianchini è già adulto; infatti nel 1841 risulta fra i fondatori della Cassa di Risparmio di Rimini: cfr. S. CECCARELLI, La villa dei cavalli a Vergiano di Rimini, Rimini 1997, p. 46 nota 33. Nelle Schede Gambetti è registrato anche un Sebastiano Bianchini medico dentista (sub 1855).
[35] Attraverso questo matrimonio gli Agli s'imparentano con la famiglia Pani. Infatti Luigi Pani sposa Francesca sorella di Amalia Sotta moglie di Carlo Agli. Una figlia di Luigi Pani, Marianna, prende come marito un Francolini. Cfr. P. G. PASINI, Vicende del patrimonio artistico riminese nell'Ottocento e Novecento, in Storia di Rimini, III, Rimini 1978, p. 150. Sul ruolo politico svolto nel XIX sec. da Luigi Pani, cfr. G. C. MENGOZZI, Figure e vicende del Risorgimento, in Storia di Rimini, I, Rimini 1978, passim. Nel 1812 ben otto sacerdoti, arrestati assieme ad altre sei persone, organizzarono contro di lui una fallita congiura (ibidem, p. 67).
[36] Nato a Rimini in via Vescovado 973, attuale via Al Tempio malatestiano, si laurea all'Università di Bologna il 3 luglio 1895 con una tesi intitolata Cura degli ascessi tubercolari (<www.archiviostorico.unibo.it>).
[37] Nata a Rimini in via Zavaglia 1229.
[38] Interessanti notizie al proposito sono in Immagini. Cent'anni di medicina nel Riminese, «Bollettino» dell'ordine dei medici della provincia di Rimini, VI, 2, 2005, passim. Altre informazioni si trovano in MONTANARI, Scienza e Carità, L'istituto San Giuseppe per l'Aiuto Materno e Infantile e l'ospedalino dei bambini di Rimini. Dalle origini al 1944, Rimini 1998, ad indicem.
[38a] Ringrazio la dottoressa Antonella Lazzari Agli per la collaborazione a queste ricerche.
[39] Cfr. AP 872, Atti del Consiglio Generale, 1703-1724, c. 174, ASRn.
[40] Diamante, come scrive il cronista Ernesto Capobelli «per isfuggir anche la soggezione del padre, che se gli era resa stucchevole a maggior segno, per consiglio del Conte Nicola Martinelli suo amante, s'appigliò» alla «risoluzione» di nascondersi in convento (16 ottobre 1763). Cfr. E. CAPOBELLI, Commentarj, tomo IV, SC-Ms. 306, BGR, pp. 27-30. La vicenda di Diamante Garampi e Nicola Martinelli è ignorata da M. A. Zanotti. Sul tema, cfr. A. MONTANARI, «Contro il volere del padre». Diamante Garampi, il suo matrimonio, ed altre vicende riguardanti la condizione femminile nel secolo XVIII, «Studi Romagnoli» LII (2001), Stilgraf, Cesena 2004, pp. 905-966.
[41] La biografia intellettuale di Nicola Martinelli è in MONTANARI, L'«opulenza superflua degli Ecclesiastici». Nobili, borghesi e clero in lotta per il «sopravanzo» della contribuzione del 1796. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, per una storia sociale cittadina del XVIII secolo, «Studi Romagnoli» LI (2000), Cesena 2003, pp. 941-986.
[42] Si trova in AP 731, Diplomi, patenti, certificati, ASRn.
[43] C. TONINI, Rimini dal 1500 al 1800, VI, 2, Rimini 1888 (ed. an. Rimini 1995), p. 97.
[44] TONINI, Rimini dal 1500 al 1800, VI, 1 cit., p. 801.
[45] Il suo Capitolo sopra all'amicizia è ora leggibile in Wikipedia (<it.wikisource.org>).
[46] G. M. MAZZUCHELLI, Scrittori d'Italia, I, Bossini, Brescia 1753, pp. 185-186.
[47] Vespasiano di Bisticci (1421-1498), libraio e trascrittore di testi, compose 103 biografie «dei grandi uomini che aveva incontrato durante la vita», Le vite, a c. di A. GRECO, Firenze 1970: cfr. Gli autori. Dizionario bio-bigliografico, II, in Letteratura italiana, Torino 1991, p. 1808.
[48] I mss. sono conservati nella Biblioteca apostolica vaticana: cfr. P. O. KRISTELLER, Iter italicum, accedunt alia itinera…, London 1988, p. 323.
[49] Cfr. il testo edito a cura di R. MARCEL, Paris 1956, in <bibliotecaitaliana.it>.
[50] VESPASIANO DA BISTICCI, Vite di uomini illustri del secolo XV, Firenze 1859, pp. 207-208; A. D'ADDARIO, Agli, Antonio, DBI, I cit., pp. 400-401; C. L. STINGER, The Reinaissance in Roma, Roma 1998, pp. 171-173.
[51] «MALASP[IN]A VIL[IC]US HIS[STON]I FLO[RENT]I»
[52] L. TONINI, Rimini dal principio dell'era volgare al MCC, II, Rimini 1856 (ed. an. Rimini 1971), p. 527. doc. LII.
[53]Ibidem, p. 530, bolla di Nicolò II.
[54]Ibidem, p. 295. Come si è visto, ai benedettini subentra nel 1496 la congregazione di San Giorgio in Alga sino al 1668. Il nuovo titolare «diventa molto importante per la città, caricandosi di valenze politiche […] perché il monastero, attraverso concessioni papali, poteva sottrarsi al dominio vescovile, e il Comune, che voleva rendersi indipendente dal potere del vescovo, si affianca a questo santo facendone il protettore della città, in contrapposizione a San Gaudenzio, più legato al clero secolare» (O. PIOLANTI, Gli scavi archeologici nel complesso monastico di San Giuliano,Rimini 1998, p. 20).
[55] Per il 1351, cfr. TONINI, Rimini nella Signoria de' Malatesti, IV, 1 cit., p. 135; e IV, 2, pp. 175-176: qui, per la rinnovazione del 1399, cfr. pp. 429-432.
[56] TONINI, Rimini nella Signoria de' Malatesti, IV, 1 cit., p. 135.
[57]Ibidem, p. 290.
[58] Cfr. <www.valdaveto.net/documento_294.html>.
[59] TONINI, Rimini dal principio dell'era volgare al MCC, II cit., pp. 308-309, 528; ID, Rimini nel secolo XIII, III cit., p. 111.
[60] I documenti esaminati da Giuseppe Garampi sono riassunti in TONINI, Rimini nel secolo XIII,III cit., p. 294.
[61] TONINI, Rimini nel secolo XIII, III cit., p. 289.
[62]Ibidem, pp. 178, 190-191.
[63] Vedi Statuto del 1351, TONINI, Rimini nella Signoria de' Malatesti, IV, 1 cit., p. 135. La fiera precedente, dedicata a San Gaudenzio, è attestata dal 1111 (ID., Rimini dal principio dell'era volgare al MCC, II cit., p. 347).
[64] VASINA, Il mondo economico emiliano-romagnolo nel periodo delle signorie (secoli XIII-XVI), in Storia della Emilia Romagna, I, Bologna 1975, p. 695.
[65] Sull'importanza dell'evento, cfr. G. FASOLI, Profilo storico dall'VIII al XV secolo, in Storia della Emilia Romagna, I, cit., p. 388.
[66] Cfr. G. GIANI, Per la storia dell'arte della lana in Prato, in Archivio Storico Pratese, VIII, 3, pp. 97-113, Prato 1928, p. 110. Ringrazio per l'informazione bibliografica il dottor Gianluigi Galeotti della Biblioteca comunale A. Lazzerini di Prato.

Antonio Montanari

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