Quante storie. 2. Da Cesare a Sigismondo sogni di gloria

Il nostro ideale viaggio nella storia di Rimini e del suo territorio comincia dal Tempio malatestiano, voluto a metà del XV secolo da Sigismondo Pandolfo Malatesti e disegnato da Leon Battista Alberti. «La città che Sigismondo aveva ereditato non richiedeva immediati interventi funzionali né alla cinta muraria, né al porto da poco definitivamente sistemato (1417), né al sistema viario» (Pasini, p. 52). I suoi maggiori interventi, «quelli più appariscenti e celebri e fortunatamente ancora esistenti, sono il Castello ed il Tempio». Il primo è costruito fra 1437 e 1446, «come palazzo-fortezza splendido e potente ad esaltazione e difesa della Signoria». Il secondo, è «eretto per un voto, a gloria di Dio e della sua famiglia» fra il 1447 ed il 1460 (ib., p. 51). Su entrambi i monumenti, precisa Pasini, «Sigismondo volle che prima di tutto fosse specificato che essi erano stati fatti ‘per la città’».

«Ma ciò non doveva bastare a far sì che i due edifici fossero circondati dall’affetto popolare», per Grazia Gobbi e Paolo Sica: nel Castello «si leggevano i segni inequivocabili di un dominio dinastico assoluto», ed il Tempio era «il simbolo di una cultura non tanto e non solo estranea alla città, quanto calata dal vertice e incapace di allargarsi e di comunicare» (p. 64). Era la cultura modellata sull’esempio delle principali corti italiane, improntata al mecenatismo a cui s’accompagnava lo smantellamento «del sistema clientelare dei notabili locali»: presso Sigismondo a Rimini «sostano o gravitano più o meno a lungo Brunelleschi, Agostino di Duccio, Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, oltre a una serie di artisti minori…» (ib., pp. 55-56).

Alberti disegnò «la grande e severa facciata» del Tempio, «scandita nella parte inferiore da quattro semicolonne ispirate al vicino Arco di Augusto» (Grafton, pp. 417-418). Si stabilisce così una specie di consanguineità, «non certo estranea alla suggestione dei simboli della potenza e del potere», con uno dei due monumenti romani che già erano stati simboli del libero Comune nel Medioevo.

Prima di arrivare a Rimini, Alberti vive a Firenze e Roma. Nella capitale medicea raggiunge «una posizione importante e autorevole» (Grafton, p. 225) come intellettuale che sapeva destreggiarsi abilmente nelle dispute letterarie e nelle questioni filosofiche. Nella città del papa, l’archeologia pagana gli permette d’esprimersi come studioso d’Antiquaria, alla ricerca di una perfezione che ai suoi occhi soltanto le opere classiche potevano rappresentare e suggerire. Il suo progetto per il Tempio riminese concilia la sapienza del letterato e la tecnica dell’architetto il quale proietta nel presente la lezione del passato. Il richiamo all’Arco di Augusto è una specie di manifesto, una dichiarazione di principio in cui lo stesso Sigismondo non poteva non riconoscersi.

Nella politica interna Sigismondo proietta la sua «spregiudicatezza prepotente» ed un «opportunismo scoperto ma a volte accattivante, fatto di intuizioni penetranti e di disinvolta improvvisazione» (Gobbi, p. 55). Alla vita di corte imprime un svolta, «facendole spazio nella città»: all’austera gestione dello zio Carlo, marito di Elisabetta Gonzaga (morto nel 1429) e del fratello Galeotto Roberto «il beato» (scomparso nel 1432 a 21 anni), subentra una vivacità alimentata da tornei, cacce, cortei e festeggiamenti (ib.).

All’inizio dell’ideale viaggio nella storia cittadina, siamo come illuminati da un gioco di specchi che si rinviano a vicenda immagini singolarmente decifrabili, ma pronte a confondersi fra loro nelle prospettive cangianti secondo lo spostarsi del nostro occhio. L’età di Sigismondo richiama quella di Roma. Davanti al Tempio scorre immutato nei secoli il lungo cammino che dall’Appennino conduce al porto, attraversando il foro, «dove Cexero inperadore se fermò e fece la decieria alli suoi capitanii» il 12 gennaio del 49 d. C., manifestando l’intenzione di «volere el triumpho romano per forza», come annota Gaspare Broglio nel descrivere le nozze di Roberto Malatesti con Elisabetta di Montefeltro (1475).

Simmetrici rispetto al foro sono l’Arco di Augusto ed il Ponte di Tiberio, che assurgono a effigi della gloria latina e delle gesta di quegli eroi e condottieri. Termini della città, i due monumenti nel contempo si offrono quasi come presagi della sfida politica che Sigismondo tenta senza fortuna con i potenti del suo tempo, prima di raccogliersi sconfitto nella fama più eterna, quella tutta ideale del Tempio.

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