Quante storie. 3. Nel Tempio i ricordi dell’età romana

Nella parte alta dell’Arco d’Augusto «son figurate in alto rilievo le teste e parte del busto delle quattro divinità tutelari della colonia, caratterizzate dagli attributi a ciascuna spettanti. Nella fronte verso Roma appaiono Giove, il nume supremo […] e Apollo, il dio protettore della casa d’Augusto; nella fronte verso Rimini sono scolpiti Nettuno, il dio dell’elemento marino donde Rimini traeva in parte, col suo porto, la sua prosperità, e Minerva galeata [con elmo di pelle, n.d.r.] (non Marte, come taluni han ritenuto), la dea che aveva giustamente in tutela una città di funzioni e di tradizioni così eminentemente militari» (Aurigemma, p. 11). Per ogni divinità c’è un emblema che la caratterizza: «per Giove il fulmine, per Apollo il corvo e la cetra, per Nettuno il tridente e il delfino, per Minerva il gladio con balteo [cintura di cuoio dei militari] e un trofeo con lorica [leggera corazza dei soldati] e paludamento». Mansuelli suggeriva nel 1960 la dea Roma al posto di Minerva.

Sul corvo di Apollo, Ovidio racconta nei Fasti della sua punizione da parte del dio per avergli mentito: fu posto in cielo vicino alla coppa (con cui era stato mandato a raccogliere acqua), ma non abbastanza da poterne bere. Nel fronte orientale, «la testa di bue che si vede nel serraglione testimonia che Rimini era diventata colonia romana» (Matteini, p. 122).

Nettuno rappresenta «un legame ineludibile fra il centro e la periferia, in piena comunione fra storia nazionale del presente e storia municipale del passato»: nell’età di Augusto Rimini ha «un porto certo fiorente per le attività cantieristiche di marinai e di carpentieri e di artigiani» (Braccesi, p. 51-52). «La posizione della città è tra le più favorevoli. Appennino alle spalle, con boschi da legname e ampie distese per il pascolo, che digradano in colline disegnate da filari di vite. Pianura fertile tutt’intorno, dove la vite si alterna a frutta, ortaggi e cereali. Boschi di querce un po’ ovunque, colme di ghiande per i maiali. E di fronte il mare pescosissimo. Rimini insomma è ricca, non le manca nulla» (Dal Maso, p. 133). E dal mare il vino riminese «giunse in ogni porto del Mediterraneo» (ib., p. 215).

L’Arco, ha scritto Braccesi, offrì a Sigismondo «il grande modello, sia ideologico sia monumentale» per il Tempio, le cui misure nella facciata (è scoperta recente) sono quelle stesse che in altezza ha la colonna Traiana (ib., pp. 65-66). Fra «i materiali epigrafici romani di reimpiego, utilizzati all’interno del Tempio», figurano tre iscrizioni: una dedica imperatoria a Settimio Severo ritrovata sotto l’Arco di Augusto, una dedica onoraria al patrono della colonia Marco Vettio Valente in cui è ricordato l’imperatore Traiano (da Porta Montanara), ed un frammento che ha la sigla «v(ivus) f(ecit)». Sigismondo con esse inserisce nel Tempio un richiamo alla storia romana (l’Arco), ed una duplice sottolineatura autobiografica con il «vivus fecit», e con la dedica al «patronus civitatis» (come è lo stesso Sigismondo) che menziona un imperatore «che per il Signore di Rimini è un secondo modello in quanto come lui, egli è un optimus nonché cristianissmo princeps».

Il bassorilievo che all’interno del Tempio raffigura Rimini con la barca in primo piano e l’antica strada verso l’Appennino sullo sfondo, perpetua il segno di una città «antica e aperta».

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