Rimini 1944

Liberazione della città, 21 settembre 1944

Un soldato tedesco «ha scritto un libro» sulla guerra a cui ha partecipato, ed è andato «personalmente, mezzo secolo dopo, nei paesi dove» era stato a combattere con i commilitoni. Lì, «voleva essere festeggiato»; e lì «mostra con la mano destra un foglio scritto a macchina, timbrato e firmato: è il certificato di buona condotta rilasciatogli dalle autorità italiane». Questo soldato è il piccolo, quasi impercettibile protagonista in cui Ferdinando Camon riassume il significato polemico del suo romanzo «Mai visti sole e luna» (Garzanti, lire 18.000).

Quel soldato «ride benignamente come uno che è in pace con tutti e a tutti vuol bene». «Ha qualcosa che splende in bocca quando ride, una specie di stella, che manda lampetti […]: ma non è una stella, guardando bene si può vedere che in basso a sinistra gli luccica un dente d'oro». Così si conclude il libro, a pag. 140. Il lettore, a questo punto, rammentandosi di aver incontrato (molto prima) un soldato che rimanda a questo della conclusione, si rimette a sfogliare all'indietro il volume fino a che, a pag. 64, trova il passo con cui termina il cap. 7: «Uno dei due era più contento dell'altro, e sorridendo apriva così larga la bocca da fare vedere che in basso a sinistra gli mancava un dente». Il particolare del dente mancante, rimpiazzato dalla capsula d'oro, conferma: è lui, il soldato che chiude il romanzo. Ride oggi, sorrideva allora. Ma perché sorrideva allora?

Il lettore allora ricorda le scene strazianti che precedono quel sorriso, riassunte da Camon in queste parole: «Da quel momento ognuno ha capito che l'urlo della bestia sta strozzato nella gola di ogni uomo, ma che ci vuole un'altra bestia per tirarlo fuori». In mezzo al dolore delle madri, il capo tedesco appariva soddisfatto e «lanciava verso i due scherani uno sguardo di degnazione come per dire: Noi siamo uomini, questi mah. I due soldati rispondevano con un sorrisino di soddisfazione per approvare». E uno dei due mostrava (appunto) quello spazio vuoto tra i denti, in basso a sinistra.

Commentando l'assegnazione del Premio Pen Club al suo romanzo, ha spiegato Camon, ad Ottavio Rossani del «Corriere della Sera» (11. 9. 94): «Questa storia del nazista che torna in Italia convinto di essere stato un soldato buono, mi è caduta proprio addosso. Ha uno spunto vero. Il libro è nato dalla mia irosa reazione al fatto che egli si era presentato convinto di una sua biografia onesta. Invece ne aveva combinate di tutti i colori. Come lui, in Germania ce ne sono centinaia di migliaia e occupano posti di potere reale, cioè economico. Sono loro che guidano l'Europa verso l'unione. In fondo l'Italia sta vivendo proprio per opera loro un'altra sconfitta. E questo mi fa arrabbiare due volte».
Il primo risvolto di copertina del libro spiega: «La comunità dei buoni e dei deboli, decimata e dispersa dal passaggio degli invasori, attende mezzo secolo per avere giustizia, e oggi si accorge che delle colpe che ha patito si è persa anche la memoria. È su questo oblio che nasce la nuova Europa : la storia, lavorando in segreto, ha reso i colpevoli più innocenti delle vittime».

La visione di Camon traspare anche da alcune righe delle «Precisazioni finali»: «…alla solita domanda che il lettore si pone dopo aver letto un romanzo d'avventure: vero o falso?, bisogna rispondere: falso, naturalmente. Perché la verità non è credibile».

Apriamo questo numero speciale di «Riminilibri» dedicato alle pubblicazioni locali (nuove ma anche passate) sulla guerra, nel 50° della Liberazione della città, con un accenno al libro di Camon perché esso pare un testo esemplare sotto molti aspetti. Trattandosi di un'opera narrativa, ci preme di sottolineare che in quelle pagine il racconto si alimenta della realtà della storia in un modo che sembra fondamentale, ritraendo cioè la coralità di un dramma. Lì si vede con precisione di tratto e con focalizzazione del contenuto, che la guerra non è soltanto una questione di tecnica militare da manuale di Scuola per aspiranti ufficiali. È tutto il brutto del mondo che impietosamente cancella ogni regola: e le persone vi sono immerse, in quel brutto, e c'è chi affoga e chi sopravvive, ma sempre straziando nel ricordo dolente la meraviglia di poter raccontare un passato terribile.


«Rimini in guerra, Sette storie a futura memoria» (a cura di Stefano Pivato edito per iniziativa del Circondario di Rimini da Maggioli, lire 20.000), raccoglie scritti di Liliano Faenza, Federico Fellini, Tonino Guerra, Flavio Nicolini, Luigi Pasquini, Maria Pascucci e Sergio Zavoli. L'epigrafe sotto cui si potrebbe inserire tutto il materiale selezionato, è nelle semplici parole di Tonino Guerra che Pivato cita nell'Introduzione: «A chi non ha memoria del proprio passato si prepara un futuro incerto».

Guerra è presente nel libro con due testi: il primo è la ricostruzione parodistica del fascismo cittadino, scritta con Federico Fellini, e poi confluita in quel magico film che ha il titolo di «Amarcord». Il secondo è un'intervista (finora inedita) concessa da Guerra a Maurizio Casadei dieci anni fa. Soggetto dell'intervista, più che lo stesso Guerra, è Rino Molari, l'insegnante santarcangiolese ucciso dai tedeschi nel campo di Fossoli di Carpi. Guerra spiega come, nel '44, ha cercato di apprendere e di tradurre in realtà la lezione politica e morale di Rino Molari. Presi in consegna dei manifestini che erano stati lasciati ad un fabbro da Molari, nel frattempo ucciso, Guerra viene fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli («e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19»), infine in prigionia in Germania per un anno.
Sulla prigionia, Guerra ha scritto alcuni anni fa questa poesia: «Cuntént, ma pròpri cuntént/ a sò stè una masa ad volti tla vòita/ mò piò di tòtt quant ch'i m'a liberè/ in Germania/ ch'am sò mèss a guardè una farfàla/ sénza la vòia ad magnèla».

Il «Ritratto del fascismo di provincia» di Fellini-Guerra descrive la visita del federale a Rimini: «in chiave paradossale e comica», scrive Pivato, «costituisce uno dei ritratti più fedeli della provincia italiana alla vigilia della seconda guerra mondiale». La scena culmina nei tre bicchieri di olio di ricino fatti bere al babbo del protagonista Bobo (poi Titta), per una spiata del Pataca, il cognato. «La provincia di Amarcord», sono parole di Fellini, «è quella dove tutti siamo riconoscibili, autore in testa, nell'ignoranza che ci confondeva».

Se Fellini e Guerra ridicolizzano il consenso al fascio, Flavio Nicolini testimonia il dissenso dell'antifascismo con le pagine del romanzo inedito «Il trenino rosso». Maria Pascucci narra la vita partigiana nel Riminese, raccontando, tra l'altro, di come venne vissuta l'uccisione dei Tre Martiri. Luigi Pasquini racconta la vita sotto le bombe in un podere sulla Linea Gotica. Di Pascucci e Pasquini presentiamo a parte alcune pagine.
Liliano Faenza, con un racconto-diario di vita militare nei giorni cruciali della guerra, presenta il momento delle scelte di un giovane soldato, classe 1922, ed il suo ritorno a casa. Convinto che la guerra dovesse finire, e con esso il fascismo, egli rifiuta però la lotta della resistenza. Le pagine di Faenza, commenta Pivato, spiegano «attitudini mentali e comportamenti largamente presenti in quei mesi di guerra».

Infine, Sergio Zavoli, con un brano del suo noto «Romanza», chiude il volume descrivendo i bombardamenti e l'immediato dopoguerra.

Ci auguriamo che «Rimini in guerra, Sette storie a futura memoria» abbia circolazione soprattutto tra i giovani, per far loro conoscere, nella molteplicità di un'antologia azzeccata e centrata, i vari volti ed aspetti di quella Storia che nei libri di scuola finisce freddamente descritta in brevi frasi che non possono far risuonare le varie tonalità del dramma e del dolore di un'epoca e della gente che in essa visse.

Il Circondario, per il 50° della Liberazione, si è fatto promotore di numerose iniziative svoltesi a Rimini, Coriano, Riccione Santarcangelo, Gemmano, Montecolombo e Verucchio, all'insegna del motto «Il principio della libertà». (Bellaria ha organizzato una Veglia con memorie scritte e interpretate da protagonisti ed attori.) Il 19 e 20 settembre a Rimini c'è stato l'«Incontro internazionale della gioventù», intitolato «La libertà della pace», al termine del quale i partecipanti israeliani e palestinesi hanno firmato un appello a rispettare i diritti di entrambi i popoli, superando le barriere del passato. È stato anche firmato da tutti i presenti un appello alla pace, ispirato al principio della non violenza come strumento per la risoluzione dei conflitti.



I Tre Martiri

«C'è un sentimento comune nei riminesi, profondo, doloroso, di umana pietà; è quello legato alla tragica fine dei Tre Martiri, impiccati la mattina del 16 agosto 1944 sulla piazza fino ad allora dedicata a Giulio Cesare. Ed è un sentimento comune ai riminesi perché quelle tre giovani vite recise rappresentano in qualche modo la fine della lenta e tragica agonia della città e affidano i loro ideali di libertà e giustizia a coloro che, di lì a un mese, ritorneranno per riprendere a vivere, lavorare, cancellare le immani ferite della guerra. Rimini ha molto sofferto per la sventura dell'ultima guerra. Il sacrificio di questi tre giovani, come quello di molti altri, l'ha riscattata dal buio della dittatura e del suo tragico epilogo. Questo volume di Amedeo Montemaggi, vuole ricordare quei giovani, la loro vita, le ragioni e le idee che li portarono a ribellarsi e combattere. Non dobbiamo dimenticarli». Con queste parole, Giuseppe Chicchi introduce «16 agosto 44: Tre Martiri», edito dal Centro Internazionale Documentazione Linea Gotica (presieduto da Montemaggi stesso), Anpi e Comune di Rimini. A sua volta, il presidente dell'Anpi cittadina, Vittorio Vitali, scrive tra l'altro: «Noi partigiani siamo stati l'anima e la forza della Resistenza, abbiamo combattuto in pochi e male armati contro un nemico addestrato militarmente in misura senza eguali, animati solo dalla nostra passione e dalla nostra volontà».

Come si svolse la tragica vicenda che ha per protagonisti Mario Capelli (23 anni), Luigi Nicolò (22 anni) e Adelio Pagliarani (19 anni), i Tre Martiri di Rimini?

Anzitutto, essi quando furono arrestati? Il 13 agosto, verso le 17.30, secondo un articolo di Montemaggi («Carlino», Cronaca di Rimini, 15. 8. 1964), in cui si riportava una testimonianza dell'ex capo del fascio repubblichino di Rimini, Paolo Tacchi. Stessa data anche in uno scritto di Piero Meldini («storie e storia», 4/1980, p. 90).

Ora Montemaggi («Tre Martiri», pp. 44-47) sposta l'evento al giorno 14 in base al «Rapporto riservato» (stilato il 30 agosto), del 471° Gruppo germanico. Nel «Diario di guerra» del Comando Supremo della 10. Armata tedesca (ibid., p. 47), la notizia è registrata il 15 agosto: lì si trova anche scritto che la cattura dei tre «banditen» avvenne «nell'ospizio Marino (poco a sud-est di Rimini)» in località Comasco: è un errore. I tre giovani erano stati infatti catturati nell'Ospedalino Infantile (Aiuto Materno, via Ducale).

In altre fonti si parla di quanto tempo i tre giovani restarono nelle mani dei nazi-fascisti. Secondo Maria Pascucci, si tratta di «tre giorni» («Rimini in guerra», 1994, p. 64). Essendo stata eseguita l'esecuzione capitale il 16 mattina, la cattura sarebbe dunque avvenuta il 13 pomeriggio. Per Guido Nozzoli (in Ghigi, «La guerra a Rimini», 1980, p. 218), tra l'arresto e l'esecuzione non passarono che 36 ore. Quindi la cattura sarebbe del 14. Ma perché Tacchi aveva parlato con Montemaggi del giorno 13, sul «Carlino» di trent'anni fa?

A proposito di Tacchi, quale fu il suo ruolo nell'intera vicenda? Tacchi spiegò a Montemaggi nel '64 si essere andato «casualmente» in via Ducale con i tedeschi. Nel '46 un giornale locale, «Città nuova» aveva pubblicato il rapporto inviato dalla polizia di Rimini al federale fascista di Forlì in cui si diceva: «La cattura, nella caserma di via Ducale, di tre ribelli è stata opera personale della intelligente ricerca del Segretario Politico della città di Rimini, coadiuvato da elementi della Feld-Gendarmeria tedesca». Quel Segretario Politico era appunto Tacchi. Il suo vice Mario Mosca, per difenderlo, ne rovesciò il racconto. Non fu Tacchi a seguire casualmente i nazisti, ma «un maresciallo tedesco si mise alle costole di Tacchi» per quella ricerca in via Ducale. Una volta scoperti i tre ragazzi armati, il nazista «si fece avanti: voi non c'entrate più, ora è affar nostro» (in O. Cavallari, «Bandiera rossa…», 1979, p. 86).

Tacchi, per l'uccisione dei Tre Martiri, è prima condannato a morte ('46), poi assolto ('49) dalla Cassazione (cfr. in Antonio Montanari, «Rimini ieri», 1989 , cap. 26. I conti con il passato).

La coscienza di chi visse quei giorni reca incise immagini di terrore. Diamo ancora la parola a Maria Pascucci: «Tre partigiani sono stati condannati a morte dai fascisti e dai tedeschi. Saranno impiccati domani se un miracolo non viene a salvarli. Il ras di Rimini [Tacchi, ndr] li tortura per far loro confessare i nomi. Essi tacciono e resistono…» (p. 63).

Chi era presente alla cattura dei Tre? Secondo una testimonianza riportata nel nuovo testo di Montemaggi (p. 48), c'era Alfredo Cecchetti [Cicchetti, ndr]. Per Nozzoli (p. 218, Ghigi cit.), Cicchetti non era nella base di via Ducale al momento dell'irruzione.

Infine, chi era quel Leone Celli (barbiere, originario di Forlimpopoli), che aveva permesso la cattura dei tre giovani? Un «infame» come scrissero i partigiani nella relazione sul fatto? O anche lui una vittima degli eventi? «Celli si sarebbe trovato coinvolto casualmente nella vicenda. Assieme ad altre persone […] verso l'8 agosto, aveva assistito alle minacce rivolte da un contadino ad una vecchietta che raccoglieva frutta da un albero del podere. Celli ne prese le difese, minacciando il contadino per il tono violento usato contro la donna, eccessivo rispetto all'entità del furto subito. Qualche giorno dopo quell'episodio, è incendiata la trebbiatrice, il 12 agosto. Celli viene sospettato di essere l'autore del sabotaggio. Fermato dai repubblichini, forse perché picchiato o forse per evitare guai peggiori, scambiò la propria salvezza con la delazione: So dove ci sono dei partigiani, avrebbe detto. Lui, come barbiere, in via Ducale, c'era stato qualche volta» (cfr. «Rimini ieri», cit., p. 57).




L'immagine della morte accompagna la repubblica di Salò sin dal suo nascere. Il 5 novembre, il segretario del pfr, Alessandro Pavolini, incita i suoi uomini ad applicare i metodi di repressione usati dai tedeschi: «Di fronte al ripetersi di atti proditori nei riguardi dei fascisti repubblicani per parte di elementi antinazionali al soldo del nemico», Pavolini «ordina alle squadre del partito di procedere all'immediato arresto degli esecutori materiali o dei mandanti morali degli assassinii», e di passarli per le armi «previo giudizio dei Tribunali speciali». «Praticamente», osserva lo storico Arrigo Petacco, «le squadre hanno carta bianca di arrestare chi meglio credono. È l'inizio di una spirale di violenza che insanguinerà il paese e della quale Pavolini sarà il principale responsabile». Intanto, i tedeschi deportano seicentomila soldati italiani.
Il nuovo fascio è appena nato a Rimini, che subito appaiono per le strade i simboli di una violenza che terrorizza la gente. Dopo la riunione di dicembre al Cinema Impero, durante la quale viene scelto come segretario Paolo Tacchi, «si vide subito di che pasta erano fatti i nuovi militi. Non avevano ancora dato il nero agli scarponi e messo in ordine le divise grigio-verdi, prelevate da chissà quale fondo di magazzino, ma avevano già il moschetto a tracolla e un piglio piuttosto truculento», racconta lo scrittore Guido Nozzoli: quei militi inscenarono subito «alcune bravate. Quelli che mi trovai di fronte davanti al Palazzo Gioia, alla fine della loro adunanza, pur essendo dei ragazzini, con un'arma a portata di mano dovevano sentirsi importantissimi».

Giulio Mancini, classe 1927, ricostruiva così quei giorni: «Una mattina mi trovai in centro a Rimini, per fare delle spese; ci fu un rastrellamento; quei fascisti avevano fatto dei posti di blocco per la città, negli incroci avevano rastrellato tutti i ragazzi che lavoravano per i tedeschi, in stazione, a chiudere le buche delle bombe, e ci portarono tutti alla Colonia nel fiume». I bombardamenti su Rimini erano cominciati il 1° novembre 1943. La Colonia solare Montalti sul Marecchia, alle Celle, era diventata la sede del fascio repubblichino.

Proseguiva Mancini: «Loro ci hanno preso, ci hanno messi in fila, con violenza, e poi ci hanno chiusi in una camera, ne facevano uscire due alla volta e cominciavano a menare… Cominciavano col farci mettere in ginocchio, con le mani per terra, su con la testa; partivano con una piccola rincorsa, e calci nel sedere e via; poi ricominciavano sempre da capo, sette, otto, dieci volte…». […]

I tedeschi vanno a protestare con Tacchi, perché così sottrae manodopera alla Todt, l'organizzazione germanica del lavoro, «e Tacchi ha avuto delle grane», concludeva Mancini. Quelli che venivano catturati, i repubblichini li picchiavano e torturavano, e poi li fucilavano come «traditori della patria»: ad Augusto Signoretti di Tavullia (Pesaro), tagliarono «i capelli a mo' di croce», prima dell'esecuzione capitale. Con lui furono uccisi altri quattro giovani del posto: Giuseppe Benelli, Nino Balducci, Ivo D'Angeli e Celestino Gerboni. «Dopo la fucilazione i loro corpi vennero abbandonati, e soltanto la pietà dei cittadini di Tavullia provvide a raccogliere i corpi straziati dei poveri giovani barbaramente assassinati». […]

Di quei giorni, la gente ricorda i rastrellamenti operati dai militi di Salò, assieme ai tedeschi. Un episodio accaduto in Valmarecchia, a Ponte di Casteldeci: «I rastrellatori tedeschi… oltre il bestiame razziato avevano nove ragazzi che consegnarono ai repubblichini… Per evitare che durante la notte i prigionieri fuggissero, li avevano messi sul ponte, e all'entrata e all'uscita del ponte s'erano accampati centinaia di militi». Nonostante questo imponente servizio di sorveglianza, un rastrellato di origine slava riesce a fuggire. «Al mattino presto i militi prendono gli altri otto prigionieri, ad uno ad uno gli tagliano i capelli con la baionetta, asportando anche diverse parti della pelle della testa, poi li conducono nel fiume e gli chiedono qual era il loro ultimo desiderio…». Uno di quei ragazzi vuole una sigaretta, un altro va a lavarsi il viso nell'acqua del fiume, altri bevono: «Poi li fecero mettere tre per tre, con le braccia incatenate l'uno all'altro, e quando erano a posto un milite dalla strada li ha falciati con un mitra». Era il sabato santo 8 aprile 1944.

I repubblichini spogliarono di scarpe, portafogli e documenti quei giovani, e stavano per andarsene quando si accorsero che uno di loro era ancora vivo: un grosso busto di gesso che indossava, aveva ridotto l'effetto delle pallottole. Si era alzato dal mucchio dei cadaveri, chiedendo perdono: «Sono figlio di mamma anch'io, lasciatemi vivere». Una seconda raffica lo fulmina. Poi «il brigatista boia, prende delle bombe a mano e le lancia sui cadaveri, riducendoli in uno stato pietoso».

A Tavullia le bombe a mano i repubblichini le tirano contro la popolazione inerme che attende un'assegnazione di grano. È un ricordo di Carlo Tonti che dopo l'8 settembre fu costretto dai Carabinieri di Cattolica a presentarsi al Distretto militare di Forlì, dove assistette alla fucilazione di un gruppo di reclute (che rifiutavano di indossare la divisa di Salò), e di altri soldati che avevano tentato un'evasione : «Le fucilazioni furono eseguite alla presenza delle reclute in modo da intimorirle a non tentare altre fughe». A Gabicce c'era il Comando dei bersaglieri di Salò: due militari che avevano tentato di scappare, Rasi e Spinelli, vengono ripresi e giustiziati entro le mura del cimitero di Cattolica.
Una pensionata comunale di Tavullia, Luigia Benelli, così ritraeva la situazione della primavera 44 nel suo paese: con l'arrivo di molti militi della Legione Tagliamento, comandati dal cap. Antonio Fabbri, quella popolazione «visse giorni tristi, difficili e tragici». Anche qui, cinque giovani fucilati accanto alle mura del cimitero per non aver risposto alla chiamata alle armi. Tra i fascisti, ricordava la Benelli, «oltre ai fanatici, vi erano anche dei buoni ragazzi, ingannati, costretti a dover prestar servizio militare perché presi in rastrellamenti». Ne ricorda uno, con la testa rapata a zero per punizione: aveva rifiutato di partecipare al plotone di esecuzione. Un altro era stato incarcerato, e raccontava: «Vede, per non fare del male agli altri, mi hanno messo in prigione».

Nella settimana santa del 44, tedeschi e repubblichini danno la caccia ai partigiani tra i monti della Valmarecchia. Siamo a Fragheto, frazione di Casteldeci. Candido Gabrielli, classe 1921, vede arrivare i partigiani che portano con loro un soldato germanico. «Lo scontro tra partigiani e tedeschi… durò tre o quattro ore», e si risolse con la fuga dei partigiani sopraffatti dalle truppe hitleriane. Il tedesco prigioniero riesce a scappare, raggiunge il suo Comando che decide un'azione di rappresaglia contro la popolazione di Fragheto, rea di aver ospitato i partigiani. I nazisti passano casa per casa, «uccidendo vecchi, donne, bambini». Trentatré vittime, tra cui una creatura di diciotto mesi. Le case vengono incendiate. È il venerdì santo.

La domenica di Pasqua, mons. Luigi Donati si unisce a Ponte Messa ad un gruppo di persone che stavano andando a Fragheto: «Ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo terribile, raccapricciante. (…) La maggior parte delle case bruciate aveva il tetto di lastre che era crollato seppellendo persone e cose, lì sotto il fuoco ardeva ancora». A chi gli chiedeva notizie, nei giorni successivi, sulla ferocia di tedeschi e repubblichini, abbattutasi a Fragheto, mons. Donati rispondeva: «Mi vergogno di essere uomo».

Antonio Montanari

(Dal cap. 17, Dopo il 25 luglio 1943 della biografia di don Giovanni Montali, intitolata «Una cara vecchia quercia», Il Ponte 1993.)



«Fronte di sangue sulla collina» racconta «la piccola e grande storia della gente di un paese, San Lorenzo in Correggiano, che fu teatro di una delle più terribili battaglie della Linea Gotica». Il parroco del paese, don Giovanni Tonelli, che è pure direttore responsabile de «Il Ponte» e di «Riminilibri», così sintetizza il significato del piccolo volume uscito nella collana «La memoria», edizioni «Il Ponte». Don Tonelli assieme a Marco Colonna ha raccolto una serie di testimonianze che sono intitolate «La guerra della povera gente». Esse propongono una lettura 'dal basso' di un evento storico così terribile come l'ultima guerra mondiale, per offrirci spunti nella riflessione su quel flagello contro cui si pregava e si prega ancora: «Libera nos a peste, fame et bello». E su cui, quelle testimonianze, offrono una chiave di lettura complementare e diversa rispetto al saggio introduttivo di Amedeo Montemaggi che spiega invece la dinamica degli eventi sotto il profilo rigorosamente militare: «La settimana dal 13 al 20 settembre 1944 fu, forse, la più tragica che la nostra regione -e l'Italia tutta- abbia mai sperimentato nella sua storia millenaria».

Le «piccole storie» raccolte da Tonelli e Colonna, «vengono offerte per non dimenticare e per spingerci ogni giorno all'impegno di costruire la pace. Mai più la guerra. War never again. Nie wieder Krieg: idealmente gridiamo con quei giovani e quella gente morta sulla collina».

Ecco in sintesi alcune testimonianze presentate nel libro. Don Ferdinando Zamagni: «Il 3 settembre fu l'ultima domenica in cui si poté celebrare la messa a San Lorenzo. […] Il parroco tentò ancora di rimanere per qualche altro giorno, poi fu costretto a lasciare, con sommo dolore, la sua chiesa. Caricata la vecchia madre su una carriola, con l'aiuto di mia madre, lentamente si mise in viaggio verso San Marino. Lassù ci ritrovammo tutti al sicuro, alloggiati in uno scantinato sotto la sacrestia della basilica. Al convento di Valdragone ebbi occasione di vedere don Giovanni Montali, in incognito, perché era stata decretata la sua eliminazione dai fascisti, che non trovandolo si vendicarono uccidendogli il fratello e la sorella, scaraventandoli nel pozzo della chiesa di San Lorenzino a Riccione», della quale don Giovanni Montali era parroco. [Sull'episodio di San Lorenzino, «Riminilibri» ha pubblicato nel numero 4, febbraio '94, pag. 10, uno scritto dello stesso don Montali, intitolato «I miei poveri fratelli uccisi», tratto dal volume «Una cara vecchia quercia» di A. Montanari, Il Ponte, 1993.]

Giuseppe Fantini»: «Fra i soldati tedeschi c'erano ragazzi di 16 anni. Erano talmente sporchi che si erano fatti lavare i panni dalle nostre donne e stavano lì ad aspettarli. Poveretti, alcuni venivano dal fronte russo. […] I tedeschi avevano perso tutto, erano ridotti a niente come mezzi. Anche gli inglesi fecero cose che non dovevano essere fatte. […] Naturalmente c'era anche del buono. Ricordo degli inglesi che erano di origine italiana (erano di Verucchio) che ci aiutarono, perché eravamo messi davvero male. Dopo è venuto il vandalismo da una casa all'altra».

Pasquale Franchini: «Nel mese di giugno 1944 i tedeschi fecero un rastrellamento. Ero appena tornato a casa dalla vita militare […]. Alcuni furono presi ma poi scapparono buttandosi dal camion, alla curva della chiesa alla Colonnella. Gli altri li portarono alla Corderia di Viserba». Franchini, classe 1919, informato dalla sorella di don Enrico Mazzocchi, si era nascosto con altri quattro in una botte seppellita «che avevamo preparato perché sapevamo di questi rastrellamenti». «I tedeschi erano buoni e cattivi. Noi possiamo ringraziare un maresciallo tedesco». Gli disse di andar via: «Qui sarà come a Montecassino». «Tornando abbiamo trovato tutto bruciato».
Aldo Bianchi, classe 1927: «Poco prima del passaggio del fronte arrivarono le SS che erano il terrore. Un po' ci hanno preso, un po' sono scappati. Un tedesco era stato ucciso dai partigiani vicino al campo di aviazione e loro ci cercavano per portarci via. In quell'occasione restammo su di un albero per tutto un giorno. Se ti prendevano ti portavano in Germania. Eravamo una quindicina di ragazzi della zona, uno per pianta e lì zitti e fermi. Vedevamo i tedeschi camminare con i mitra avanti e indietro. Erano piante con un gran fogliame in alto. C'era un garbino che ci bruciò tutto il giorno. Se ne scoprivano uno era fatta, avrebbero sparato sulle piante. Poi a notte si allontanarono, allora scendemmo».

Luigi Giannini, invece, fu fatto prigioniero a metà settembre '44. Aveva 19 anni. Ritornò a casa il 28 ottobre '45. Pesava 26 chili, era «quasi irriconoscibile».

Guerrino e Quinto Foschi (nati nel '19 e '23): «C'erano i canadesi. […] ci spararono dietro perché a casa mia avevano trovato delle fotografie dove noi nove fratelli eravamo vestiti da balilla». Un altro ricordo: «gli indiani volevano le donne».

Giuseppe Bologna, classe 1926: «Quando siamo tornati da San Marino, il 18 settembre, la casa da lontano sembrava intatta. Quando l'abbiamo vista di fronte vi era uno squarcio immenso, sembrava un enorme finestrone, si vedeva il mare. […] I primi rapporti con gli Alleati non furono molto buoni. […] Abbiamo seppellito i soldati tedeschi nella nostra aia. […]

Era un continuo girare di automobili e di mezzi, tanto che il cappellano che seppelliva con noi i morti doveva bloccare il traffico per farci attraversare la strada con i cadaveri».
Don Luigi Lonfernini: «Siamo tornati a casa [da San Marino] il 19 settembre, un sabato, all'alba. Fu un viaggio disastroso. Non c'erano più ponti. Per quattro volte dovemmo scendere la sponda e traghettare. Arrivando a San Lorenzo la prima cosa che feci fu di andare alla chiesa. Un ammasso di macerie. L'unica parete in piedi quella alla quale era appesa l'immagine della Madonna Addolorata». Un simbolo della tragedia. «Mi colpiva molto la cattiveria della gente, la non lezione della guerra. Ci si litigava per un coppo, c'erano stati molti furti…». «I rapporti con gli inglesi era duplice. A loro rivolsi la prima protesta […]: Vi abbiamo aspettato come liberatori e venite nelle nostre case a rubare e ad importunare le donne. Non è un bell'esempio». Una sera «due ragazzi inglesi vennero a casa nostra, pregarono con noi e ci lasciarono anche un pacco di biscotti e della carne in scatola. Forse cercavano delle ragazze, ma c'erano solo bambine, così si accontentarono di un bel rosario ed una preghiera biblica».


«Coriano. Il fascismo e la guerra» di Maurizio Casadei (edizione a cura del Comune di Coriano e della Cassa Rurale Artigiana di Ospedaletto), è una ricerca per molti aspetti esemplare. Oltre alla ricca documentazione che raccoglie ed organizza in chiari capitoli, va sottolineato il taglio che ispira l'intero lavoro: la prima parte copre gli anni dal 1919 al 1938, esaminando la crisi politica successiva alla prima guerra mondiale, la nascita del fascismo e della dittatura sino ai cosiddetti anni del consenso.
La seconda parte, prima di esaminare i momenti della guerra, prende in considerazione il passaggio dal consenso alla crisi del regime nell'opinione pubblica e nella realtà sociale: «Non si riusciva a tenere nulla sotto controllo, né prezzi né produzioni […]. Il malcontento tornava a manifestarsi spontaneo in tutto il Riminese, anche se non assumeva un significato di aperto dissenso politico» (p. 39). «Segnali di malessere provenivano anche dall'interno del fascismo, dai fasci locali […] e dai podestà che si manifestavano sempre più riluttanti a svolgere il loro ingrato compito» (p. 40).

Il quadro che emerge da queste pagine aiuta a comprendere il mosaico della Storia, attraverso le vicende particolareggiate delle piccole realtà sociali e politiche, in cui si calano le ombre dei grandi eventi nazionali, le direttive del governo, le notizie dei fatti che accadono al di là del perimetro cittadino. «L'unico soggetto che avrebbe potuto dare un impulso alle innovazioni e alle iniziative di espansione economica, il Comune», spiega Casadei, «si dibatteva continuamente nella crisi finanziaria senza riuscire ad uscirne» (p. 42).

Alla realtà amara della vita quotidiana, si contrappone la retorica di regime: in un pomeriggio «pieno di sole», come si legge nell'archivio comunale, il «Capo del Governo e Duce del Fascismo» visita improvvisamente Coriano. C'è «una impetuosa e commovente manifestazione di giubilo e di gratitudine verso il Grande Magnate» per l'elargizione di 350 mila lire allo scopo di completare gli edifici scolastici di Cerasolo e Mulazzano. A fine '39 il Ministero dei Lavori pubblici riduce la cifra a 286 mila lire, che non bastavano a realizzare il progetto, per l'inflazione che cresceva di continuo. E non si fa più nulla.

L'economia di guerra incombe dopo il 10 giugno '40: «Nel '41 proteste e disordini scoppiarono in tutta la zona: in marzo si manifestò nelle piazze di Rimini per gli aumenti dei prezzi dei viveri, in ottobre ci furono tumulti a Riccione, in luglio addirittura si ebbero alcuni scioperi nella fabbrica Arrigoni di Cattolica» (p. 50).
Le autorità parlano di sobillazione politica. Ma le cose sono diverse. Il malcontento, scrive Casadei, nasce dal fallimento militare ed economico del regime, da inflazione e mercato nero, dalla progressiva militarizzazione di alcuni settori di lavoro (p. 53). Casadei ha scoperto in una richiesta di sovvenzione straordinaria, avanzata dal podestà Ferrante Ferri al governo, la cancellazione di una frase che accennava all'inflazione: era una censura per nascondere la verità della situazione.

Caduto Mussolini, nata la repubblichina di Salò, al Comune arriva come Commissario straordinario il riminese Perindo Buratti. Tutto cambia, «anche lo stile amministrativo». Come testimonia don Michele Bertozzi, i preti erano considerati antifascisti «da controllare per le prediche e le preghiere in chiesa contro la guerra che venivano considerate come manifestazioni di disfattismo» (pp. 57-58). Qualcuno, più di una volta, gli ha detto: «Faremo i conti alla fine della guerra, quando avremo vinto».

Il 31 luglio Buratti, scrive Casadei, «prendeva le ultime decisioni prima di fuggire», mentre i tedeschi rastrellavano casa per casa, bruciavano, distruggevano, uccidevano. Al loro fianco i fascisti. Già prima che arrivassero le giornate cruciali del fronte, il dramma della guerra diventava pratica quotidiana che corrompeva gli animi. È don Bertozzi che parla: «La miseria, la fame abbrutivano la nostra popolazione. Per una scatoletta, una saponetta… ci si giocava l'anima. Erano i più deboli a pagare, i giovani, le donne. La mia divenne una battaglia quotidiana per la salvezza della morale e dello spirito cristiano» (p. 66).

Lo sguardo ampio che Casadei vuole fornirci sull'argomento affrontato, non limitandosi alla sola cronologia dei fatti militari, si allarga in conclusione anche alla ricostruzione post-bellica: «Nell'inverno, un duro inverno di carestia e di lavoro, si diedero altri incarichi per piccoli lavori di sgomberi e ricostruzioni…». C'era il problema dell'ordine pubblico, per evitare atti di sciacallaggio e vendette private; quello della inumazione dei morti, soprattutto militari tedeschi, sepolti a fior di terra nei primi giorni dopo il passaggio del fronte; quello di far ritornare la normalità, assistere, curare, dar da mangiare. Estate '45. La prima fiera agricola si tiene a Ospedaletto. La corriera per Rimini è bisettimanale. Manca la corrente elettrica.

Nel '64 don Bertozzi scriverà: «Venti anni sono trascorsi da quel tragico settembre '44… ma sono ancora vivi i ricordi nelle persone e nelle cose… Basta guardare alle tante vedove e ai tanti orfani e ai tanti invalidi e pensionati per farsi un'idea della immane tragedia che ha colpito tutte le famiglie corianesi» (p. 82).

Per saperne di più. Ecco un breve elenco di opere su cui approfondire gli argomenti trattati in questo numero speciale, senza la pretesa di esaurire l'argomento. Il lettore, in alcuni dei libri qui sotto elencati, troverà altre informazioni e sollecitazioni.
Di don Mario Molari (Chiesa della pace di Trarivi, Montescudo), è apparso nel '91 «La guerra mai più» (ed. Il Ponte), pregevole antologia di scritti e di immagini.

Di Amedeo Montemaggi ricordiamo che presso la Civica Biblioteca Gambalunga di Rimini si trovano raccolti i suoi articoli apparsi tra 1963 e '65 sul «Carlino» di Rimini. Lo stesso autore ha curato anche le dispense allegate al «Ponte» (1977-78) su «Rimini 1943-44», ed i volumi: «Offensiva della Linea Gotica» (1980), «Rimini-San Marino '44» (1983), «San Marino nella bufera» (1984), «Savignano '44» (1985), «Linea gotica, avamposto dei Balcani» (1993). Ha redatto pure il catalogo della mostra «L'offensiva della Linea Gotica, autunno 1944» (del 1979). Sul «Ponte», tra 1988 e 1990, ha pubblicato una serie di pagine su «La Chiesa riminese per la pace».

Di Bruno Ghigi editore è notissimo il volume «La guerra a Rimini e sulla Linea Gotica», 1980. È sua anche (novità '94) «La tragedia della guerra a Rimini».

Tra le testimonianze autobiografiche, va citato il testo di don Serafino Tamagnini, «La mia guerra sulla linea gotica», Maggioli 1987. Flavio Lombardini ha lasciato in Gambalunghiana un dattiloscritto inedito del '75, «Fra due fuochi 25 luglio 1943-25 agosto 1945». Di Lombardini ricordiamo alcune pagine del suo «Rimini secolo XX» del '68. Guglielmo Marconi ha scritto «Vita e ricordi sull'8. brigata romagnola» (1984). Pagine sul dramma della guerra sono in «Vita da prete» di don Lino Grossi (1991). Il «Diario di guerra» del '44 di mons. Amedeo Polverelli è in «Ricordi di un Cinquantennio» (1977).

L'Istituto Storico della Resistenza di Rimini ha pubblicato nel '92 «La Resistenza nel Riminese, una cronologia ragionata» di grande interesse ed utilità per il suo apparato di note bibliografiche, a cura di Maurizio Casadei; e quest'anno «Guerra e Resistenza a Rimini, la memoria ufficiale» a cura di Liliano Faenza.

Stefano Pivato ha presentato «Rimini in guerra, Sette storie a futura memoria» (edito per iniziativa del Circondario di Rimini da Maggioli), dopo aver curato nell'85 «In attesa di giorni più migliori, antifascismo e affetti familiari nelle lettere dei sovversivi riminesi» (Maggioli ed., per conto del Comune di Rimini e del locale Istituto Storico della Resistenza).

Oreste Cavallari nel 1979 pubblicò «Bandiera rossa la trionferà», come ultima parte della sua trilogia su Rimini nel '900.
Rimandiamo anche alla serie della rivista «storie e storia», soprattutto al n. 4/1980 su «Antifascismo e Resistenza nel Riminese».

Vicende locali sono trattate in «Coriano. Il fascismo e la guerra» di Maurizio Casadei; e in «Fronte di sangue sulla collina, San Lorenzo in Correggiano-Settembre 1944» a cura di Marco Colonna e Giovanni Tonelli, e con una Introduzione di Amedeo Montemaggi.

Di Rodolfo Francesconi citiamo «Conservazione di una storia» (1991).
Le edizioni «Il Ponte» hanno pubblicato di Antonio Montanari nell'89 «Rimini ieri, 1943-1946» e nel '93 la biografia di don Giovanni Montali («Una cara vecchia quercia»), i cui capitoli 17, 18 e 19 riassumono parte di una ricostruzione storica sul periodo settembre 1943-settembre 1944, apparsa sul settimanale «Il Ponte» in 19 puntate (di cui forniamo l'elenco), con il titolo «I giorni dell'ira»: 1. «Papà mio, dove lo portate?» (3. 12. 1989), 2. La caccia all'uomo (17. 12. 1989), 3. L'agosto di passione (7. 1. 1990), 4 . 28 luglio 1943, San Marino volta pagina (4. 3. 1990), 5. Chi minaccia San Marino (18. 3. 1990), 6. L'attentato a Casali (1. 4. 1990), 7. La prof. che faceva la spia (29. 4. 1990), 8. Tra saluti romani e bombe alleate (20. 5. 1990), 9. Fascisti alla sbarra (10. 6. 1990), 10. La pacificazione impossibile (29. 7. 1990), 11. Foto di gruppo in camicia nera (30. 9.1990), 12. "Sbandati " al muro (21. 10. 1990), 13. Il Venerdì Santo di Fragheto (4. 11. 1990), 14. Scampoli di retorica sopra le macerie (15. 11. 1990), 15. Giovani senza più «Giovinezza» (9. 12. 1990), 16. L'ora delle scelte (6. 1. 1991), 17. Un ducetto di provincia (3. 2. 1991), 18. La carovana repubblichina in fuga (24. 2. 1991), 19. I misteri del Dopoguerra (10. 3. 1991). Di tutta la serie de «I giorni dell'ira» è disponibile alla Gambalunghiana una raccolta in volume.



«La tragedia della guerra a Rimini», curato ed edito da Bruno Ghigi (lire 20.000), si divide in quattro parti. La prima comprende i documenti della Segreteria Comunale di Rimini diretti al Prefetto di Forlì, relativi ai bombardamenti cittadini dal 1° novembre al 30 dicembre '43, e le relazioni della Prefettura e del Comitato provinciale Protezione Antiaerea di Forlì sui bombardamenti della provincia (21 gennaio -28 agosto '44). La seconda raccoglie atti relativi al «Piano di demolizione di fabbricati lungo la costa romagnola» (febbraio-aprile '44). La terza, il «Piano di evacuazione» della zona costiera con relativa carta (primavera '44) e un elenco della Prefettura dei decreti di confisca nei riguardi degli ebrei. Infine, l'ultima sezione ripropone le immagini fotografiche impressionate tra le macerie di Rimini da Luigi Severi. I resti di palazzo Garampi aprono la serie che si chiude con i corpi dei Tre Martiri appesi alla forca in una piazza Giulio Cesare del tutto deserta, il 16 agosto '44.

Ghigi si è reso benemerito con altre pubblicazioni sull'argomento: ricordiamo soprattutto la più celebre, e la più utilizzata da tutti i ricercatori (anche da quanti ne hanno ripreso intere pagine senza citare la fonte), «La guerra a Rimini», 1980. Con «La tragedia della guerra a Rimini», Ghigi ci offre l'occasione di approfondire gli aspetti relativi al dramma umano del secondo conflitto mondiale, attraverso il 'racconto' rilevabile dai documenti ufficiali.

Da quanto scrive in premessa e nelle considerazioni conclusive, e da quanto si ricava dalle parole che lo stesso Ghigi ci dice, il volume mostra tra l'altro che i nazi-fascisti avevano messo in atto un preciso piano di spoliazione per lasciare agli italiani ed ai loro alleati soltanto «terra bruciata». I documenti non sono numerosi, aggiunge Ghigi, ma appaiono sufficientemente eloquenti per dimostrare «quali altri terribili rischi, oltre ai continui bombardamenti» avrebbe corso Rimini, se i tedeschi avessero potuto portare a termine i loro piani di demolizione di 600 tra case e ville. Il Commissario straordinario Ughi il 4 aprile '44 scriveva al Prefetto un'allarmata relazione su Bellaria, parlando di un'«eccitazione, ora allo stato di ebollizione» capace di esplodere «al verificarsi delle demolizioni»: «il dolore e l'ira e l'angoscia dell'attesa fanno velo e impediscono il giudizio sereno e la rassegnazione». Mentre per Rimini «è palese una maggior compostezza nel racchiuso dolore», perché «parte dei proprietari degli edifici in demolizione appartiene al ceto medio in possesso di qualche altra risorsa economica».
Questi documenti del volume di Ghigi sono tutti da studiare: anche per meglio capire l'atteggiamento dei politici repubblichini. Il linguaggio del Commissario straordinario oscilla in un'ambiguità disarmante. Per i bellariesi s'invoca «un intervento di più alta autorità», capace «forse» di «abbinare l'azione di convincimento alla sia pur vaga eventualità di misure di energie» per «sedare gli animi». Il Commissario Ughi non poteva ignorare che le misure energiche venivano prese, se necessario, e non studiate come «vaga eventualità».

Il «Piano di evacuazione» avrebbe costretto i riminesi ad una deportazione a tappe forzate in sette giorni fino a Tebano (Ravenna), nella zona all'incirca di Riolo Terme. Erano 114 chilometri da percorre a piedi con questa scansione: 20 (Rimini- Montalbano attraverso Canonica), 13 (Montalbano-Longiano-Calisese), 18 (Calisese-San Carlo), 16 (San Carlo- Fratta), 15 (Fratta-Vecchiazzano), 12 (Vecchiazzano-Villagrappa) e 20 (Villagrappa-Tebano).

«Gli sfollandi potranno trasportare con loro indumenti ed oggetti strettamente necessari», diceva il «Pro memoria» della Prefettura di Forlì (13 aprile '44), che citava «ordini pervenuti dal Comando germanico». Il piano interessava una profondità dalla costa di circa 10 chilometri.

Il 30 aprile il Commissario Ughi rende noto che «per ordine delle autorità militari germaniche è fatto obbligo alla popolazione di evacuare, entro il giorno 15 maggio» le zone costiere, mentre il Comune si riservava «di trattare colle autorità militari germaniche circa la possibilità di permanere o accedere ai poderi, orti e terreni […] ai fini della coltivazione e della custodia e raccolta del bestiame e dei prodotti». Secondo gli ordini tedeschi, non erano state concesse eccezioni: lo sgombero era «assolutamente obbligatorio per tutti, e perciò anche per la popolazione colonica e per la massa del bestiame».

Perché il piano non venne attuato? Ha scritto Maurizio Casadei («La Resistenza nel Riminese», 1992) che la causa va rintracciata nella «ferma opposizione in massa della gente e delle amministrazioni locali».

Mutava anche la situazione militare al Sud d'Italia. La sera dell'11 maggio inizia l'offensiva alleata contro la «linea Gustav» che seguiva il corso del fiume Garigliano dalla foce a Montecassino e poi, attraverso l'Appennino molisano, arrivava all'Adriatico. Il 18 maggio il corpo polacco inserito nell'VIII armata britannica riesce, dopo durissimi combattimenti, a impossessarsi di Montecassino dove i Tedeschi avevano installato artigliere che tenevano sotto controllo la parte decisiva del fronte. La «linea Gustav» era spezzata. E il 4 giugno Roma veniva liberata.

Per la costa riminese non si parla più della deportazione dei civili.

Antonio Montanari (1994)

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