Rimini ieri, 1936

1936, non solo canzonette

A/mare Rimini. Controstoria del nostro turismo
1936. Non eran solo canzonette
"il Ponte", Rimini, 26.03.1989
1936, tra melodie canore e marce imperiali. Rileggiamo le cronache del Regime sul famoso festival riminese della canzone: i richiami al pubblico «degenerato nel gusto» e l’immenso orgoglio di essere «italiani e fascisiti».
[Dedicato alla memoria di mio padre, Valfredo Montanari, che fu oscuro protagonista di quel turismo negli enti pubblici ad esso preposti, per una lunga serie di anni a partire dal 1930. E che organizzò, tra le altre cose, anche quel Concorso nazionale della canzone italiana del 1936 di cui si parla in queste righe.]

La vicenda del Concorso della canzone italiana del 1936 è esemplare, sotto diversi profili. Per la storia del nostro turismo rappresenta una manifestazione riuscitissima che entusiasmò gli spettatori, tra cui si trovavano numerosi turisti, in una Rimini più che mai al centro dell’attenzione nazionale ed internazionale.
Per la storia politica, si presenta un’occasione italianissima, in cui le idee del tempo traspaiono dai commenti e dalle polemiche.
Per la storia del costume, è l’occasione di alcune osservazioni, a proposito dello scenario in cui vengono a contrapporsi le tendenze musicali di quel momento e la cultura ufficiale, in una fase cruciale della vicenda europea.

È l’anno dell’Impero, della guerra di Spagna, dell’Asse Roma-Berlino.
Lo stesso giorno in cui si svolge il festival riminese, 15 agosto 1936, il Duce arriva a Rimini con donna Rachele per il primo colpo di piccone per i lavori di isolamento dell’Arco di Augusto: «Si volle liberare l’arco dalla modesta edilizia popolare che l’attorniava e dalla quotidiana vita popolare che vi si svolgeva: isolandolo come un arco di trionfo s’intendeva naturalmente esaltare l’antico Augusto e l’ideologia imperiale romana, messi in rapporto col ‘novello Augusto’ e con l’ideologia imperiale fascista. Così l’arco veniva esaltato come simbolo del ‘risorto’ impero romano…» (P. G. Pasini, «Nel bimillenario…», 1974).
La maschia romanità doveva trionfare dappertutto, dall’urbanistica alla musica: in ogni atto della vita quotidiana, si doveva esaltare il clima dell’uomo nuovo che era un miscuglio di antichità latina e di futurismo marinettiano: muscoli da schiavo che ha spezzato le catene e sguardo severo, oltre il radioso orizzonte.
Nello stesso anno, Charlie Chaplin presenta «Tempi moderni»: è una marionetta fragile, ridicola, niente passi marziali, ma gli occhi fulminano le angosce comuni.
Al festival riminese partecipano 291 concorrenti: ne sono selezionati 14.
Testi e musica non piacciono alla pregiata commissione composta dal poeta Libero Bovio e dai Maestri Luigi Colacicchi e Giacinto Sallustio (designati dal Minulpop): quindi salta il primo premio dal tremila lire, sono assegnati solo quelli di consolazione da due e mille lire, perché nessuno dei lavori presentati «è degno della più alta considerazione».
Sul «Corriere Padano», alla vigilia del festival, Michele Campana scrive da Rimini: «Mi dicono che purtroppo il concorso ha rivelato una estrema miseria, tanto nella concezione come nella forma, tanto nel gusto, quanto nella tecnica».
Campana sembra avere questa idea della musica, che si ricava leggendo il suo articolo: nell’Italia del Duce figlio del fabbro, deve trionfare la «purissima e perenne fonte del popolo». Quindi, bando a sentimentalismi e banalità, e largo a quella «disposizione spirituale per il bel canto, che è una dote preclara del popolo italiano».
Niente motivi stranieri o malinconia napoletana, ma prodotti autarchici ed austeri da legionario romano, che sappiano contrastare quella parte di pubblico «degenerato nel gusto» che purtroppo si lascia avvincere da melodie carezzevoli, a cui si debbono virilmente contrapporre, secondo la politica militaristica di quegli anni, marce e marcette.

Il cronista del 1936 non aveva ancora ascoltato l’esecuzione dei motivi, ma parlava per sentito dire («Mi dicono che…»), e si sofferma sulla fragilità di certi versi non sufficientemente fascisti, in apparenza: «Vorrei toccar le tue cosciette fresche…».
La preoccupazione che tutto sia in sintonia con il sentire patriottico, con quello che dice Lui al Suo Popolo, emerge dall’articolo di presentazione (che per ovvi motivi non è chiamato festival): «Se un richiamo della radio, oppure una pagina di giornale vi porteranno nella Francia inquieta, oppure nell’Inghilterra delusa, voi proverete un senso di pietà per questi popoli, che non hanno trovato ancora la loro vita; ma sentirete un immenso orgoglio di essere italiani e fascisti».
Era la conclusione dell’articolo, dopo un accenno al positivo andamento della stagione turistica: «Quei piagnoni, che scioccamente parlano di crisi e di altre calamità inesistenti, dovrebbero esser trasportati al centro della marina… Queste stazioni balneari diventano un po’ il termometro della situazione economica e spirituale del popolo. […] il termometro quest’anno è elevatissimo».

La cronaca della sera è presentata dal «Corriere Padano» del 18 agosto con questo titolo inequivocabile: «Dopo il successo della Festa della Canzone. Possibilità di sviluppi negli anni venturi».
Riportiamo la citazione centrale del ‘pezzo’: «la visione dell’enorme pubblico […] deve aver persuaso un po’ tutti della bontà dell’iniziativa e delle sue possibilità future. Lasciamo stare le canzoni. Se l’ecatombe è stata generale, ciò non vuol duire che l’iniziativa del concorso per la canzone italiana debba essere abbandonata, Anzi…».

L’immagine che resta da queste cronache del 1936, è quella di una festa originale e ben riuscita, come anche si legge nel libro di Luigi Silvestrini «Un secolo di vita balneare al Lido di Rimini, 1843-1943», edito nel 1945, unica ricostruzione documentata, ancor oggi, sull’argomento turismo: «Una folla immensa occupava tutto il piazzale a monte del Casino Municipale per ascoltare a mezzo degli altoparlanti la voce degli artisti che cantavano le canzoni prescelte, mentre un’orchestra seguiva e commentava il canto. Serata indimenticabile: il parco illuminato a rosso bengala, colla fontana iridescente, intermezzi di cori di ragazzi» che avevano eseguito «L’inno a Mussolini» di Giacinto Sallustio e «L’inno a Roma» di Giacomo Puccini. Poi, «minuetti e valzer della signora Sparks del balletto viennese. Terminata l’audizione e proclamati i vincitori, emozionante fase finale di bombardamento pirotecnico fra gli alberi. Spettacolo identico nel ’37. Nella serata delle Canzoni del ’38 furono eseguito con grande successo le più note canzoni antiche e moderne».
La parte del libro di Silvestrini da cui è tratta la citazione, fu scritta prima dell’estate del 1943: si sente il clima del Fascismo, ad esempio quando chiama Casino Municipale il Kursaal. Lo stesso Silvestrini spiega altrove: «Kursaal: vocabolo come tanti altri, preso a prestito d’oltr’Alpe, per mascherare una pretesa manchevolezza linguistica: era quindi naturale che simile terminologia dovesse cedere il posto ad una più genuina ed altrettanto espressiva».
Ma a Silvestrini sfugge un «festival» che era altrettanto «preso a prestito»: piccola fronda o lapsus?

Nel libro di Silvestrini c’è una annotazione sulla musica estiva a Rimini: «Il ballo costituisce sempre pei giovani la maggiore attrattiva: dovunque si balla e le danze si susseguono in una perenne ed irrequieta evoluzione. Grandi favoriti il ‘fox’ ed il ‘tango’, qualche valzer di consolazione pei più adulti, poi le nuove danze dai nomi esotici e gutturali, fatte di sussulti, di battute di mano, di grotteschi contorcimenti della persona che la musica esalta ed accompagna con strepiti, acute dissonanze e squilli assordanti. Negli anni seguenti però subentra una certa moderazione: la musica, pur conservando il caratteristico ritmo sincopato, viene acquistando presso di noi un tono più calmo, una espressione più semplice e melodica, ed il ballo si fa più composto, serbando tuttavia l’originale nota di movenza, di brio e di giovialità».
Silvestrini si riferiva proprio alla metà degli anni Trenta, quando accanto alla musica melodica dei buoni sentimenti del popolo, doveva essere ascoltata quella marziale imposta dalla retorica del regime.
Ma le nubi della guerra s’addensano sull’Europa. Altro che «certa moderazione» nei ritmi sincopati. Aktre note sarebbero state eseguite, i tamburi avrebbero abbandonato di lì a poco le allegre orchestre estive, per andare a cadenzare il triste passo della truppa.

Scriveva Silvestrini: «L’Italia aveva appena concluso il conflitto etiopico quando fu trascinata nella guerra mondiale: lotta gigantesca di popoli, cozzo violento di civiltà attraverso competizioni sanguinose di armi e con una distruzione incalcolabile di beni».
Caduto il Fascismo, i bombardamenti: «Si viveva in uno stato continuo di trepidazione, sostenuto soltanto da un’intima fiducia in Dio e da una fede incrollabile nelle sorti della Patria».
Era la fine del 1945, quando Silvestrini concludeva la sua fatica. C’erano gli Alleati, con la loro musica ‘strana’. Il jazz finalmente era soltanto jazz e non quello strano ‘giazzo’ che il «Carlino» del 1942 aveva suggerito, alla ricerca di un vocabolo (ottocentesco italiano) «alieno da impurità oltreoceaniche».
Il regime fascista aveva condotto l’Italia nella tragica avventura della guerra. Dalle canzonette si era passati alle marce. Ora occorreva altra musica che, con il suo sublime, abbracciasse il dolore di vincitori e vinti. La radio trasmetteva il «Dies Irae» diretto da Arturo Toscanini.

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