I giorni dell'ira, 2

La caccia all'uomo

5. Cosa dicono le SS.
Galliano Severi che ha assistito alle torture inflitte dai repubblichini al sarto di Montelicciano, diffonde subito in paese la notizia che Duilio Paolini è stato assassinato. La gente aggiunge altri particolari mai verificati, come quello del cadavere gettato sotto il ponte di Ornaccia, sulla strada per Combarbio.
Per tutti è un delitto politico delle brigate nere. Una diversa versione dei fatti viene fornita però dalle SS, il 25 agosto, ad una delegazione sammarinese. I nazisti dicono che Paolini è stato arrestato «da un mese circa» e fucilato «pochi giorni fa».
La delegazione sammarinese è a colloquio con il comandante delle SS a Forlì, capitano Kurt Schutze, per una vicenda a cui il povero Paolini è estraneo. Il 12 agosto, sul Titano, brigatisti neri italiani ed un gruppo di SS, hanno arrestato se sammarinesi.
Le autorità della Repubblica riescono a non far deportare quei loro concittadini. Dopo una lunga trattativa, conclusasi appunto il 25 agosto, gli arrestati possono tornare liberi.
Per capire il clima in cui maturò l'omicidio di Paolini ed avvenne la retata dei brigatisti neri sul Titano, bisogna dare uno sguardo d'assieme alla situazione generale della guerra, ed al quadro locale nella zona di Rimini e della stessa San Marino.

6. Il cerchio si stringe.
Tra giugno ed agosto 1944 sono i mesi decisivi del conflitto nell'Italia centrale. Il 5 giugno gli Alleati entrano a Roma. I tedeschi ripiegano dietro la Linea Gotica. 
Un fatto europeo, il giorno 6 avviene lo sbarco in Normandia. L'avanzata alleata in Italia procede lungo varie direttrici. Il primo luglio è liberata Cecina, il 12 comincia il bombardamento Usa dei ponti sul Po. Il 14 è liberata Poggibonsi. Il 15 c'è l'attacco verso Arezzo, il 18 i polacchi sono ad Ancona.
Il 20 luglio, nella Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler in una foresta della Prussia Orientale, avviene l'attentato al führer. Fallisce. Hitler si vendica, facendo uccidere migliaia di militari e di civili 'sospetti'.
Dal 15 luglio, il governo italiano ha riconosciuto i partigiani «come parti integranti dello sforzo bellico della nazione». Nella notte tra 25 e 26 agosto, inizia l'attacco alla Linea Gotica.
La fine del nazismo è ancora lontana, ma ormai certa. Non è la propaganda alleata a sostenerlo. Lo pensano ormai anche i fascisti.
Al Comando tedesco di Rimini, a Villa Danesi, nel giugno 1944 c'è un pranzo di ringraziamento ai medici del nostro ospedale per le cure prestate ai militari germanici. Ricorda il dottor Marino Righi che, alla fine del banchetto, il capo repubblichino di Rimini, Paolo Tacchi, dichiara: «Non capisco come l'asse possa vincere questa guerra. Anzi penso che per noi sia già perduta».
La lotta partigiana si fa generale in pianura, con azioni rapide di guerriglia. In montagna ed in collina, con operazioni militari.
Già dal novembre 1943, il partito fascista repubblichino ha ordinato di «passare per le armi» gli «elementi antinazionali al soldo del nemico» che compiano «atti proditori nei riguardi dei fascisti repubblicani». È la politica del pugno duro, dopo il tentativo (deriso dagli oppositori interni come «abbraccio universale»), di una pacificazione nazionale.
Lo compiono «fascisti troppo ingenui o troppo furbi» che (secondo lo storico Arrigo Petacco) andavano «predicando qua e là per l'Italia la necessità "di una assoluta fratellanza fra gli italiani, senza distinzione di partito"».
Anche a Rimini, il 12 settembre 1943, Paolo Tacchi aveva chiamato a raccolta gli antifascisti del Cln, per un patto di non aggressione che non venne stipulato.
Dal primo luglio 1944, «tutti gli iscritti regolarmente al PFR di età fra i 18 e i 60 anni e non appartenenti alle Forze Armate repubblicane, costituiscono il corpo ausiliario delle Camicie Nere composto dalle squadre di azione».
Scrive Petacco: «Le Brigate nere si riveleranno nella loro stragrande maggioranza delle bande di canaglie e di torturatori...», mentre la "carta bianca" del novembre 1943 di passare per le armi gli antifascisti, costituì «l'inizio di una spirale di violenza che insanguinerà il Paese».
Sono cose che accadono anche a Rimini.

7. Tra Rimini e San Marino.
Alle brigate nere danno manforte i nazisti. E viceversa. Il 26 ottobre 1943, il Commissario prefettizio Bianchini aveva avvisato: «In caso di nuovi atti di sabotaggio comunque compiuti il Comando militare germanico procederà alla deportazione dei cittadini in ostaggio.
Poi aveva aggiunto che da parte italiana i colpevoli sarebbero stati punti con la pena di morte. Gli italiani, dunque, peggio dei tedeschi. Ai nazisti però non piacerà per nulla lo zelo dei repubblichini riminesi.
Comunque, tra fascisti di Salò e tedeschi, c'è scambio di favori, in vista di un fine comune, ed in nome di una causa altrettanto comune. Essi sconfinano assieme nella neutrale San Marino, alla ricerca di oppositori politici e partigiani. Le spie sono italiane. La protezione armata è quella germanica.
Il 18 marzo 1944 a Serravalle, i fascisti riminesi arrestano Giuseppe Babbi, un dc, e lo consegnano alle SS dalle quali sarà portato a Bologna.
Il 4 giugno, al cimitero di Montalbo, sono catturati dai repubblichini quattro riminesi (Decio Mercanti, Giuseppe Polazzi, Leo Casalboni ed Elio Ferrari), ed un sammarinese, Gildo Gasperoni.
Li interroga Paolo Tacchi assieme a Marino Fattori. I quattro riminesi sono tradotti a Forlì, dove incontrano anche Luigi Nicolò e Mario Capelli che il 16 agosto, assieme ad Adelio Pagliarani, saranno impiccati a Rimini.
Mercanti riesce a fuggire verso il 15 giugno durante un allarme per strada, mentre veniva condotto al palazzo di Giustizia.
Ferrari e Casalboni dovevano essere fucilati il 29 giugno. Si erano già scavati la fossa, quando un bombardamento mise in fuga il plotone di esecuzione. Il frate che li aveva assistiti, li aiutò a fuggire.
Nell'aprile 1944, è stato arrestato a Riccione un antifascista di Santarcangelo, Rino Molari. Lo uccideranno a Fossoli tra il 12 ed il 13 luglio 1944, assieme ad un riminese, Walter Ghelfi, ed a Edo Bertaccini (detto Fulmine) di Coriano.
In questi mesi, la rabbia nazista e repubblichina, è al suo culmine. Come belve infuriate per il cerchio della guerra alleata che si stringe attorno a loro, tedeschi e brigatisti neri spargono terrore. Il 12 agosto, un bando di Kesselring prevede rappresaglie contro le popolazioni residenti dove agiscono i partigiani.

8. Uno strano attentato.
Francesco Balsimelli rievoca quei giorni dell'estate 1944, quando era Capitano Reggente della Repubblica di San Marino, in un articolo del 18.8.1956 («La fermezza dei governanti sammarinesi», ne «il Resto del Carlino»): «Numerosi e gravi atti di sabotaggio si verificarono nei paesi vicini e nella stessa Rimini, senza che la polizia germanica e fascista riuscissero ad evitarli e a scoprirli, onde le repressioni e le rappresaglie di infame memoria».
A San Marino, invece, «le cose procedettero con abbastanza calma, nonostante alcune intemperanze da parte di elementi forestieri e nostrani».
Dietro la formula, fredda e diplomatica, delle «intemperanze», si nasconde la realtà dei partigiani che da Rimini salivano a San Marino per trovare rifugio o per organizzarsi. Senza però ricevere mai un aiuto concreto, come ad esempio un lasciapassare diplomatico.
Ai primi di luglio, a Serravalle accade uno strano episodio: il «presunto attentato ad un'auto repubblichina entrata in San Marino», racconta Giordano Bruno Reffi che allora era caporale della Milizia Confinaria sul Titano e che nel dopoguerra rivestirà alti incarichi nel governo della Repubblica. La vettura, di proprietà di Paolo Tacchi, aveva a bordo il repubblichino Raffaellini, considerato la spia che aveva fatto arrestare Babbi a Serravalle.
Reffi racconta di una «scenata» di Tacchi a Raffaellini, perché il federale riminese «sospettava che i colpi che avevano perforato la macchina fossero partiti dall'interno della stessa auto». Raffaellini rispose a Tacchi: «Ma che cosa dici, paolino? Come puoi pensare ad una cosa del genere?».
Tacchi subito dopo scese a Rimini, ma la sera stessa tornò a Serravalle, con il rinforzo di alcuni repubbichini. Per tutta la notte, Tacchi discusse con il Ministro Plenipotenziario di San Marino Ezio Balducci, su di una possibile rappresaglia da attuare sul luogo dell'attentato.
Balducci (era ovvio) si oppose in modo fermo, però all'alba (precisa G. B. Reffi), Tacchi egualmente «si portò via delle persone prese fra gli sfollati italiani».
Nel dopoguerra, Balducci difenderà in tribunale Tacchi dall'accusa di aver compiuto quel rastrellamento, e sosterà che il ras di Rimini se n'era andato senza aver commesso «violenza alcuna». Ma, come si è visto, la testimonianza di Reffi sostiene tutto il contrario.
Il particolare della «scenata» di Tacchi a Raffaellini, inoltre, toglie ogni valore alla ricostruzione fornita dallo stesso Tacchi al «Carlino» nel 1964: «Casualmente avevo cambiato poco prima la macchina ed i colpi furono diretti contro la mia "Topolino". Della macchina che seguiva uscimmo con le armi in pugno, ma gli attentatori ci sfuggirono».
Se le cose fossero andate così, Tacchi non avrebbe pronunciato contro Raffaellini la frase ascoltata da Reffi.
La storia dell'attentato contro il ras di Rimini perde di conseguenza ogni credibilità. Anzi, il particolare della «scenata» contro Raffaellini potrebbe far pensare che, da parte dei repubblichini, ci fosse stata una messa in scena per creare un incidente diplomatico con San Marino e giustificare un rastrellamento delle brigate nere ai danni degli italiani rifugiati in Repubblica.
Di questa messa in scena avrebbe approfittato lo stesso Tacchi non soltanto subito, quella stessa sera ai primi di luglio, dopo gli spari contro la sua "Topolino", ma anche nei giorni successivi.
Grazie a quel presunto attentato Tacchi poté accanirsi contro San Marino ed i suoi rifugiati italiani. Ogni atto di violenza commesso dai repubblichini riminesi in territorio sammarinese, poteva giustificarsi con quegli spari di Serravalle.
Le spie repubblichine sospettavano su tanti ospiti della Repubblica e su abitanti delle zone di confine. Uno degli indiziati è appunto Duilio Paolini. Lo credono un organizzatore di bande partigiane.
Siamo nella notte tra il 12 ed il 13 luglio, quando Paolini è catturato dalle brigate nere. Lo torturano e forse lo uccidono subito, poi fanno scomparire un cadavere scomodo.
Gli "amici" tedeschi delle SS hanno tutto il tempo necessario per preparare la versione ufficiale. Paolini è stato arrestato e poi fucilato da loro. Versione comunicata il 25 agosto, il giorno in cui sono liberati i sei sammarinesi arrestati dai brigatisti neri italiani e dai nazisti il 12 agosto.
Senza gli spari di Serravalle, forse Paolini non sarebbe stato eliminato.
I giorni dell'agosto 1944 sono cruciali nella lotta politica e militare della nostra zona. Accadono infatti anche altri episodi.
[Prosegue qui.]

Nota bibliografica. È tratta dal volume di Bruno Ghigi (curatore ed editore, 1980) «La guerra a Rimini e sulla Linea Gotica dal Foglia al Marecchia», la testimonianza del dott. M. Righi (p. 253). Sono contenute nel volume già cit. «La Repubblica di San Marino, Storia e Cultura, Il passaggio della guerra, 1943-1944», le testimonianze di E. Ferrari (pp. 112-116), D. Mercanti (168-170) e G. B. Reffi (194-197).
Per le notizie storiche locali, cfr. il nostro «Rimini ieri. Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, 1943-1946», ed. il Ponte, Rimini 1989.
Su E. Balducci, v. A. Montemaggi, «San Marino nella bufera», Della Balda, RSM 1984, alle pp. 24 e 50.
Su P. Tacchi, cfr. A. Montemaggi, «I rapporti fra nazisti e fascisti e i primi scontri con i partigiani», «il Resto del Carlino», 26.04. 1964.
Il volume di Arrigo Petacco è «Pavolini», Oscar Mondadori, 1988: cfr. soprattutto alle pp. 166 e 193.

Al capitolo precedente.

[[I giorni dell’ira, 2. "il Ponte", 17.12.1989]]

Antonio Montanari

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