I giorni dell'ira, 3

L'agosto di passione

9. Il 12 agosto.
Riprendiamo il racconto dell'ex Capitano Reggente di San Marino Francesco Balsimelli sull'agosto 1944 che «non trascorse immune da complicazioni e da pericoli».
Il giorno 6, sulla strada tra Dogana e Serravalle erano stati rinvenuti dei manifestini «incitanti alla rivolta contro i tedeschi». Erano sparsi sulla carreggiata ed affissi alle piante. Fu un fatto, scrive Balsimelli, «che costituiva un grave rischio per l'incolumità della nostra neutrale Repubblica».
Nella notte del 10, ignoti spacciandosi per partigiani, avevano svolto azioni di estorsione a Montegiardino».
Il giorno 12, c'è l'arresto di sei sammarinesi che saranno poi liberati, per ordine delle SS, il 25 dello stesso mese. È un episodio al quale abbiamo già accennato, ma su cui occorre ritornare.
Leggiamo la testimonianza di Federico Bigi. Il sammarinese Luigi Giancecchi detto Chicone viene arrestato quel 12 agosto «da un gruppo di SS tedesche e da brigatisti neri italiani, lungo la Costa, una scorciatoia che unisce Borgo a Città, mentre stava consegnando del materiale di propaganda antitedesco ad un giovane italiano che poi risultò essere un agente provocatore e che mi risulta sia stato fucilato dopo l'arrivo degli alleati», racconta Bigi.
Dopo Giancecchi, «le SS ed i brigatisti prelevarono dalle loro abitazioni anche Ermenegildo Gasperoni, i fratelli Giuseppe ed Armando [Pier Gaetano, n.d.r.] Renzi e Nazzareno Arzilli e li portarono» al Comando della Milizia sammarinese. Bigi dimentica il sesto nome, quello di Vincenzo Pedini.
Gasperoni racconta quei momenti. Un capitano tedesco lo interroga: «Gentilmente mi chiese se ero stato nelle Brigate internazionali in Spagna... Alla mia risposta affermativa mi chiese se a San Marino vi fossero formazioni partigiane o di prigionieri alleati nascosti. Risposi negativamente, affermando che essendo la Repubblica di San Marino un Paese neutrale, non vi era motivo di avere un'organizzazione partigiana».
Non ci sono neppure partigiani italiani nascosti sul Titano, aggiunge Gasperoni: «Alla mia risposta negativa insorse un tenente dei battaglioni M, presente all'interrogatorio, gridando ferocemente che io mentivo; chiese al Capitano di consegnarmi nelle sue mani, che avrebbe trovato lui il modo di farmi parlare».
Il capitano tedesco, laureato in Legge, chiamò i Carabinieri e disse loro: «Gasperoni è vostro prigioniero, con l'esercito germanico non ha nulla a che fare».
Giuseppe Renzi: «I fascisti volevano portarci in Italia, per fucilarci. Il capo era Paolo Tacchi».
Bigi conferma: le SS volevano portare via i sei arrestati, «nel qual caso la loro sorte era facilmente prevedibile» Il capo delle brigate nere Paolo Tacchi, dice Bigi, era «molto più odioso del tedesco».
Per tutta la notte andò avanti una lunga trattativa condotta soprattutto dal Plenipotenziario Ezio Balducci: «Alle cinque del mattino, dopo estenuanti colloqui, il Comandante delle SS, nonostante che il Capo delle Brigate Nere protestasse energicamente, si convinse a non esigere la deportazione dei nostri concittadini, a condizione però che noi li avessimo trattenuti in carcere», conclude Bigi.


10. La trebbiatrice bruciata.
Era l'alba del 13 agosto 1944. La sera prima una trebbiatrice al servizio dei tedeschi, in località Fornaci Marchesini a Rimini, è data alle fiamme. È un atto di sabotaggio contro razzie, rubamenti e requisizioni dei tedeschi. I nazisti, nel corso dell'estate, sono diventati sempre più prepotenti. A tutto ciò, il Comitato di Liberazione Nazionale ha reagito con un appello del primo luglio: non trebbiate il grano, per impedire che i tedeschi se lo prendano e lo portino in Germania.
Lo stesso 13 agosto, militi repubblichini e soldati tedeschi guidati da Paolo Tacchi circondano la base partigiana di via Ducale a Rimini, da cui era partito il commando dei Gap (Gruppi di azione patriottica) che aveva incendiato la trebbiatrice, ed arrestano Mario Capelli, Luigi Nicolò ed Adelio Pagliarani.
Intanto a San Marino si forma una delegazione composta da Federico Bigi, Marino Beluzzi ed Ezio Balducci per trattare con le SS di Forlì la liberazione dei sei arrestati.
A Rimini il 14 agosto Capelli, Nicolò e Pagliarani sono sottoposti dai tedeschi a processo sommario. Il verdetto, condanna a morte.
Padre Callisto Ciavatti chiede al Comando tedesco di «commutare la pena di morte nella deportazione», e riceve «la promessa di rivedere la cosa». È lo stesso frate a raccontare questi particolari. Il suo confratello padre Amedeo carpani dichiarò: «Non ci fu niente da fare, anche perché Tacchi che comandava a Rimini, era molto deciso a giustiziarli».
Ma Tacchi voleva comandare anche a San Marino, come precisa Bigi che lo definisce (si è già visto) «molto più odioso del tedesco», ovvero il ricordato capitano germanico.
Il 16 agosto, dalla forca eretta in piazza Giulio Cesare a Rimini, pendono i corpi senza vita dei Tre Martiri.


11. Ritorsione sul Titano.
Il giorno 20, in territorio sammarinese «erano apparsi razzi segnalatori [...] senza che le pattuglie sguinzagliate in ricognizione riuscissero a scoprire traccia degli incauti» che avevano agito, scrive Balsimelli.
L'ex Reggente Balsimelli accusa apertamente Paolo Tacchi per un episodio accaduto il 25 agosto: «... forse per ritorsione [...] giungeva a San Marino Paolo Tacchi da Rimini accompagnato da alcuni ufficiali delle SS con la pretesa tante volte ventilata di procedere ad un rastrellamento degli innumerevoli giovani italiani quivi sfollati».
Il «terrore di Rimini», come la gente chiamerà Tacchi, voleva diventare pure il terrore di San Marino.
«Paolo Tacchi fu uno dei numi tutelari dei repubblichini sammarinesi», ci dichiara il prof. Cristoforo Buscarini. Il quale ci mostra una pagina di Alvaro Casali in cui si parla di tacchi come di un «criminale».
Per l'episodio del 25 agosto, a difendere Tacchi è ancora una volta il Plenipotenziario Balducci. Nel corso del primo processo al ras repubblichino, nel dopoguerra, Balducci testimoniò che il governo sammarinese era stato avvisato dal colonnello tedesco Christiani dell'intenzione che costui aveva «di effettuare un rastrellamento con 1.500 uomini sul Titano».
Balducci parla con Christiani alla presenza di Tacchi di cui aveva chiesto la collaborazione a favore di San Marino, «ricordandogli i trascorsi studenteschi nella Repubblica», Balducci in tribunale spiegò che Christiani fu così convinto «a telefonare ai suoi superiori, affinché rinunciassero al rastrellamento», e che alla fine Christiani gli comunicò: «È tutto rinviato».
San Marino era stata salvata in extremis da Tacchi, secondo Balducci. Era il 25 agosto, ed i nostri tre protagonisti si trovavano a Rimini.
Come mai, lo stesso giorno, secondo il racconto di Balsimelli, Tacchi sale sul Titano per un rastrellamento di giovani sfollati?
Ancora una volta, le dichiarazioni di Balducci si scontrano con altre ricostruzioni.
Ma Balducci, chi era? Così lo descrive lo storico Amedeo Montemaggi: «già fascista ed amico di fascisti», aveva molte conoscenze nella Repubblica di Salò. Dal 28 ottobre 1943, è Ministro Plenipotenziario della Repubblica prsso gli Stati belligeranti. Prima di quel giorno, Balducci era in esilio: nel 1934, si era messo in urto con i fratelli Manlio e Giuliano Gozi, che comandavano a San Marino in quegli anni e che «per liberarsi di lui» lo avevano accusato di complotto contro lo Stato e fatto condannare a venti anni di lavori pubblici.
Montemaggi parla di un ascendente di Balducci su Tacchi. Bigi racconta dell'odio che molti repubblichini avevano nei confronti di Balducci, considerato un traditore. Ed aggiunge: «Era di una capacità diplomatica e manovriera enorme». Tanto che quel 25 agosto riesce a risolvere con il capitano Kurt Schutze, comandante delle SS di Forlì, il caso dei sei arrestati a San Marino il 12 agosto, che così poterono ritornare liberi.
25 agosto, si è detto. Pochi giorni prima, il Commissario di Pubblica Sicurezza di Rimini ha inviato al federale di Forlì un rapporto in cui dichiara che la cattura dei tre partigiani impiccati il 16 «è stata opera personale della intelligente ricerca del Segretario Politico della città di Rimini», cioè di Paolo Tacchi, «coadiuvato da elementi della Feld-Gendarmeria tedesca».
Nella stessa notte tra 25 e 26 agosto, inizia l'attacco alla Linea Gotica.
Il 31 agosto, la «carovana» di repubblichini abbandona la nostra città. Anche Paolo Tacchi fugge da Rimini.


12. La banda Stacciarini.
Intanto,il 29 agosto, la delegazione sammarinese che aveva trattato con il capitano Schultze, invia ai Capitani Reggenti il suo rapporto, dove appare il nome di Duilio Paolini. Secondo le SS, il sarto era stato un delatore. Dopo l'orrore della sua morte violenta, ecco apparire l'infamia di una falsa accusa.
Riproduciamo alcuni passi della relazione ai Capitani Reggenti, che riferisce le opinioni di Schultze: «Il Comando SS di Forlì è informato che nella zona di Montemaggio, Montelicciano e Montegrimano e regione limitrofa si trovano nuclei di partigiani. Nella zona suaccennata scorrazza la banda composta di non meno trenta partigiani, al comando del già famoso Stacciarini».
Stacciarini era un giovane, figlio di un «gerarca fascista bastonatore», ricorda Giuseppe Maiani.
«Fanno parte della banda stessa ex ufficiali del disciolto R. Esercito italiano e fra questi sono gli ex ufficiali Pelluccio Emanuele e Bacchilega», prosegue la relazione: «Informatori al servizio del Comando di Polizia tedesco, che hanno avuto e tuttora mantengono rapporti con queste bande, assicurano che la banda Stacciarini ha avuto l'ordine dal Comando superiore dei partigiani di sconfinare nel territorio della Repubblica ed ivi rifugiarsi in caso di reazione tedesca».


13. Quale deposizione?
È a questo punto che appare nella relazione il nome di Duilio Paolini: «Da informazioni pervenute al Comando delle SS e da deposizione del sarto di Montelicciano Paolini, da un mese circa arrestato e pochi giorni fa fucilato, risulta che i Sammarinesi Gasperoni Gildo e Gianfrancesci Luigi sono in contatto con le bande che hanno stanza in prossimità dei confini della Repubblica di San Marino».
Ecco che, per «sottilissimo e invisbile filo» che talora sembra legare persone e datti tra loro tanto lontani, s'incontra il nome del povero Paolini, infangato dalle SS come un traditore dei propri compagni. Poteva fare nomi, Paolini? «Non conosceva gli arrestati», ci dice Pippo Bartoli. Allora perché le SS parlano di una «deposizione»?
In quel gioco di reciproci favori, fatti all'insegna di una disumana ferocia che caratterizza più i repubblichini degli stessi nazisti (nonostante postumi tentativi di rovesciare la verità storica), forse le SS vollero mascherare l'omicidio compiuto dalle brigate nere che e seguivano le direttive partite da Salò, come metodo di azione.
Per fortuna, non tutti i repubblichini erano «odiosi» come Tacchi o quelli che agirono tra Rimini e San Marino. «A Montegrimano, il segretario del fascio era Enzo Pozzi, figlio di un signore, che faceva il vagabondo», rievoca Pippo Bartoli. «Quando c'erano pericoli, ci avvisava. Faceva la spia per opportunismo, ma aveva l'animo buono. Era senza nessuna idea, uno di quelli che sono contro tutti. Rompeva le scatole alla gente. Arrestava i genitori di richiamati alla leva. Dopo la liberazione, Pozzi finì in un campo di concentramento, arrestato dalla Polizia alleata. Fu preso dai partigiani. L'ho salvato io, perchè non aveva fatto nulla di male».
Non ha mai voluto vendette, Bartoli. Per dare una lezione morale, dice, a quanti negli anni precedenti avevano elevato la violenza a loro credo politico.


14. Odio chiama odio.
Vendetta pura e semplice pare essere invece quella che ha colpito Paolini. Hanno voluto punirlo per le sue idee. Non fu un congiurato, non tesseva complotti. Nulla autorizza a parlare di un legame tra la sua cattura da parte dei repubblichini, e gli arresti del 12 agosto a San Marino, che furono uno dei tanti episodi della caccia agli oppositori del fascismo di Salò nella neutrale San Marino.
Non c'è nessun motivo per credere che la cattura di Paolini abbia permesso di scoprire un complotto antitedesco. Esisteva soltanto una propaganda contro il nazismo che s'intensificava in quei giorni, in cui stavano per arrivare gli Alleati.
L'avanzata degli anglo-americani cambierà il volto della storia. Prima che gli impavidi repubblichini scappino, alla fine di agosto e che il terrore delle armi disegni di croci le nostre terre, il 29 agosto, proprio tra Montelicciano (dove era stato catturato Paolini) e San marino, accade un altro tragico episodio. Odio chiamava odio.
Verso le 17, a duecento metri dal confine, è ucciso in un'imboscata un russo, ex prigioniero di guerra, aggregatosi all'esercito tedesco. Scrive Balsimelli che «in seguito a ciò, dalle truppe germaniche immediatamente giunte sul luogo, erano state incendiate per rappresaglia due case», ed arrestate le prime persone trovate nella località.
Sul numero degli arresti c'è discordanza: Balsimelli parla di otto sammarinese e due italiani, ma poi elenca nove nomi di suoi connazionali. Federico Bigi che partecipò alla trattativa per la liberazione di quelle persone, le ricorda in numero di dodici, tra cui due italiani. Uno degli arrestati, Guerrino Maiani, elenca quindici nomi in tutto.

Nota bibliografica. Sono tratte dal volume già cit. di Bruno Ghigi «La Repubblica di San Marino, Storia e Cultura, Il passaggio della guerra, 1943-1944», le testimonianze di F. Bigi (pp. 77-86), G. Gasperoni (125-138) e G. Renzi (203-205).
La testimonianza di E. Balducci è nel cit. volume di A. Montemaggi, «San Marino nella bufera», p. 50.
Per la storia dei Tre Martiri, cfr. il cit. nostro «Rimini ieri. Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, 1943-1946», al cap. 13.
L'articolo di Balsimelli è lo stesso citato nella scorsa puntata: «La fermezza dei governanti sammarinesi», «il Resto del Carlino», 18.8.1956.

[[I giorni dell’ira, 3. "il Ponte", 07.01.1990]]

Al capitolo precedente [n. 2], al capitolo iniziale [n. 1].

Giorni dell'ira. Indice
Rimini ieri. Cronache dalla città. Indice

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