Romagnoli, buoni diavoli, don Fuschini

Siamo tutti figli di Dio, scrisse don Francesco Fuschini, e pensava al suo cane Pirro: “Perché fare tante filippiche distinguendo tra creature che parlano e quelle che abbaiano?”. Nella Romagna di un tempo, più in basso dei cani nella considerazione sociale c'erano soltanto gli oppositori politici, come gli anarchici che don Francesco amava d'un amore che diventa testimonianza commossa nelle sue pagine letterarie.
Aveva narrato di Guiaza: “Abita di faccia alla canonica, sicché io lo studio dai vetri di cucina e lui tocca ferro quando se ne accorge”. Guiaza i preti li avrebbe messi a dimora come si fa delle viti, pensava don Fuschini. Immaginando il proprio funerale, il prete-scrittore costruiva una scena non inverosimile, con quell'ultimo anarchico che andava da solo, malfermo sulle gambe, lontano dal branco dei credenti per non contaminarsi: “Per tagliare il sospetto alla radice, fuma a pipa calda e scaracchia da oriente a occidente”, recitando in dialetto le sue litanie, “prete vigliacco, prete canaglia, prete assassino”. E lo scrittore concludeva: “è tutta roba che va al prete, perché a me come uomo l'anarchico vuole un bene forte e romagnolo”.
Don Fuschini ha raccontato la vita vissuta in questa terra forte e ribelle, poco vigliacca e traditrice, pronta a far di tutto un niente ed a cavare dal niente il succo migliore della vita. Con gente che lui, il parroco, vedeva illuminata dalla luce del Vangelo, la quale usciva fuori dalla canonica e dalla porta della chiesa deserta. Andrebbero rilette certe sue pagine sull'umanità ed onestà intellettuale dei poveri mangiapreti romagnoli d'un tempo che lo avevano aiutato, lui povero figlio di un fiocino delle valli ferraresi (e di una sarta di campagna), a pagare la retta del seminario. Quei mangiapreti che onoravano i loro avversari dedicandogli persino un tipo particolare di minestra, chiamata beffardamente “strozzapreti”.
La bella biografia di don Fuschini, che uno scrittore felice e storico della Scienza, il ravennate Franco Gàbici, ha appena pubblicato presso Marsilio (“Un prete e un cane in Paradiso”), racconta questo sacerdote che ha avuto pure il dono della vocazione letteraria, senza mai montarsi la testa, anzi restando sempre fedele al principio della modestia come somma regola morale al punto di intitolare un suo volume alle “parole poverette”. Scomparve sul finire del 2006, a 92 anni, dopo il lungo silenzio della sua brillante penna, dovuto alla malattia che lo aveva colpito. Abituato a parlare scrivendo ed a scrivere parlando, ha ricevuto dalla vita lo schiaffo di questo silenzio che nel suo spirito avrà perdonato in virtù della fede, ma che da uomo schietto avrà considerato una vigliaccata a tradimento.
La sua è stata la vita semplice di un prete povero, non di un povero prete. Un uomo mite che amava tutti, soprattutto i mangiapreti di quella Romagna all'antica che oggi non c'è più. Agli anarchici d'un tempo don Francesco dedicò un delizioso, amorevole capolavoro, appunto intitolato "L'ultimo anarchico" (1980). Fu il testo del debutto che raccoglieva sparse pagine giornalistiche, e che ne fece un autore di successo suo malgrado. Quella Romagna era cara anche a Max David (1908-1980), grande penna romagnola del “Corriere della Sera”, il quale una volta raccontò la tragedia avvenuta in un cantiere, con un muratore che precipita dall'armatura e che, certo della sua fine, urla ai compagni di lavoro: “Zivil e sla banda”, civile e con la banda, ovviamente il funerale.
A questi uomini lontani dagli altari ma vicini al suo cuore, don Franzchin ha dedicato se stesso e pagine che sono da antologia della migliore letteratura del nostro Novecento, per quello stile originale, fatto di purezza nelle parole che rispecchiava quella della vita quotidiana. Era nato nel 1914 a San Biagio di Argenta, era stato parroco di Porto Fuori a Ravenna dal 1945 al 1982. Nel suo cuore c'era l'umanità, non c'erano distinzioni teologiche o politiche. Guardava tutti e tutto con l'occhio umile e maestoso del Vangelo che lui visse ed applicò con la serenità di chi possiede il dono di rendere facile il difficile, e di considerare la vita comune la più bella e solida enciclica che si possa scrivere sulla terra pensando al Cielo.
In "Vita da cani e da preti", libro uscito quando aveva appena compiuto 81 anni, la sua penna zampilla con la grazia di una fontanina di paese. La foto della copertina svela il segreto del titolo e del volume, una recita a due voci, il prete e il suo cane Pirro, immortalato grazie a lui, come testimonia il titolo del libro fresco di Gàbici e la sua bella foto di copertina (ormai un classico del genere biografico).
Una pagina ricordava l'udienza in Vaticano con papa Wojtila che gli dice: "Figliolo, ho letto il tuo libro e ho speso molto tempo perché certe parole non le ho trovate nel dizionario". Padre Rotondi spiega: "Per forza, Santità, il prete scrive in dialetto romagnolo". E don Francesco aggiunge: "Sento il vescovo sulla mia mancina che parla al segretario: 'Guarda quel prete lì. Guardalo bene. Con quella faccia da balordo, ha scritto pagine che tengono il chiodo'".
La lingua di don Francesco è quella del Cristianesimo tradotto nel romagnolo più schietto. Fuschini entra in trattoria, gli sparano mitragliate fatte di: canaglia, ingarbuglione, ciabatta smessa, "e avanti con furore e fantasia". Pure lui non si trattiene: "Che il boccone vi strangoli, bardasse", mentre "tra le tavolate, prorompe la furia affettuosa per l'accapparamento del prete" che dice: "Credo in Dio e credo nell'uomo". Infatti aggiunge: "Rivedo la finestrina del campanile dove gli anarchici poggiavano il dono clandestino del vino nuovo. 'Bevessi veleno, pritazz', ma il cuore va per i suoi sentieri e non lo ferma nessuno".
Poi ci sono le pagine dove trovi anche le creature più piccole dell'universo, tra quei silenzi da meriggiare montaliano, che don Francesco interpreta alla luce della Bibbia che cita di tanto in tanto senza spocchia, ma con la consueta semplicità, per dirti: guarda che sta già tutto scritto, e spiegato. Infatti, niente di nuovo è sotto il sole. In altri libri, don Fuschini racconta delle formiche che incontrava camminando, e scansava per rispettare ogni forma vivente della natura. Scusate un ricordo personale: una volta stavo leggendo antichi studi biologici, quando sulla scrivania mi ha visitato un ragnetto da mezzo millimetro che mi ha fatto pensare alle formiche di don Francesco, e ho detto, al ragno: vai più in là, che giro pagina, e per te è come una bufera. L'ho aiutato a mettersi in salvo. Sovente mi sento come quel ragno. Leggo don Francesco: "Mali e malanni ci piovono addosso senza cercarli [...] e gente sfegatata chiama in servizio la guerra". Sàlom.
Gàbici ha ricostruito con intelligente passione tutte le tappe di una vita che, sostenuta dallo spirito della Fede, ha avuto momenti duri da superare. Come quando fa la staffetta partigiana correndo alla volta di Faenza dove nella chiesa dei Cappuccini lo attende, inginocchiato all'altar maggiore, Benigno Zaccagnini, “raggiunto dopo un momento da don Francesco che fra una giaculatoria e l'altra si mise ad armeggiare con le scarpe”. Dove aveva nascosto il messaggio cifrato dei Gap. O come quando, da “conservatore tenace”, scrive quello che Gàbici chiama “uno straordinario corsivo che riassume tutta la sua teologia”: “Non può entrare la paura del rinnovamento conciliare, giacché la novità cammina sempre con la vita quand'è nello Spirito Santo e non nel volubile tumulto della moda”. E la letteratura del prete di San Biagio resta aldilà di ogni moda.
Antonio Montanari

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