Crisi sociale del 1600

SUSSULTI SOCIALI
E CRISI ECONOMICA NEL 1600

1. Qualche fiera ed un terremoto disastroso
Il 13 dicembre 1600, festa di santa Lucia, entra in Roma «con magnifica pompa» la «Confraternita di Santa Maria in Acumine» di Rimini, composta da 180 «fratelli nobili» vestiti con un lungo sacco nero e preceduti da uno stendardo costato ben duemila scudi d'oro. Tra loro c'è lo storico Cesare Clementini. Nella sua cronaca ricorda i conterranei che hanno avuto un ruolo nell'organizzazione ecclesiastica quali capitani, maestri di Camera, canonici di San Pietro, segretari secreti, inquisitori, vescovi, cardinali, nunzi. Come a dire: se Roma è «caput mundi», la nostra città vi gravitava con un ruolo privilegiato.
La «magnifica pompa» del corteo contrasta con le condizioni in cui vive Rimini. Nel 1601 il Consiglio generale discute dei danni provocati dalle eccessive spese per il lusso del vestire e per i funerali. Un'altra piaga affligge la comunità, il gran numero di cialtroni e vagabondi. Sin dalla metà del Cinquecento il vagabondaggio è un problema europeo, legato soprattutto alle carestie. C'è chi lo interpreta secondo l'antica tradizione cristiana che vede nei poveri dei fratelli da aiutare. Altri, come certi cattolici e soprattutto i protestanti, sostengono che i poveri meritano soltanto il castigo. Alla condizione di povertà dei vagabondi s'avvicina l'amministrazione pubblica di Rimini per la mancanza del denaro necessario alle spese locali ed alle imposizioni governative, come le riparazioni al porto di Civitavecchia.


2. Carestie, pesti e guerre
Le carestie sono frequenti in tutto il continente. Conseguenze disastrose hanno quelle del 1594-1597 e del 1659-1662. Da Roma nel 1558 si era scritto: «Nulla di nuovo qui, tranne il fatto che ci sono delle persone che muoiono di fame». Dopo di che si descriveva un banchetto culminato in statue fatte di zucchero. Lo stesso abbagliante contrasto tra vita comune e feste pubbliche si registra a Rimini. Nel 1627 l'arrivo del nuovo vescovo Angelo Cesi (fratello di Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603), mette in angustia gli amministratori civici «per quel male perpetuo e irrimediabile della borsa esausta» (C. Tonini). E per onorare il duca di Toscana si sborsano 1.048 scudi. In prestito se ne trovano soltanto 600. Tre anni dopo ne occorrono 3.650 per organizzare il cordone sanitario contro la peste arrivata ad Imola.
Carestie, pestilenze e guerre (lontane, ma segnalate in loco dai continui, costosi passaggi di truppe), sono i mali che affliggono pure la nostra città. Un conflitto (contro il duca di Parma) che nel 1630 svanisce a causa della peste, mette in crisi il capitano Lorenzo Tingoli. Aveva assoldato a sue spese una compagnia di corazze sperando di fare la solita fortuna d'ogni campagna militare che per gli altri seminava miseria e morte.
Scarso raccolto è segnalato nel 1606. Epidemie in bovini, pecore e porci, nel 1611. In tutta la regione è avvertibile un processo d'involuzione a partire dal 1618-19. Nel biennio 1628-29 una carestia prelude alla peste del 1630. Per un'altra «straordinaria carestia» nel 1648 (C. Tonini) il governatore di Rimini vive «in grandissime angustie», come lui stesso scriverà più tardi, «perché quel popolo nemico della nobiltà, minacciava sollevarsi». Ma per l'anno successivo (1649) monsignor Giacomo Villani ricorda una rivolta della «plebs ariminea» contro i consiglieri municipali ed i cattivi amministratori dell'Annona per l'eccessivo costo del grano di cui «tota Italia fuit in penuria». Nel 1615, come leggiamo ancora in Villani, un'altra insurrezione popolare aveva distrutto il ghetto ebraico.


3. Nuova fiera sul porto
Villani nel 1650 attribuisce ad un'eclissi di luna la rovina d'Italia prodotta dalle guerre. Nel 1618 per carestie ed epidemie egli ha dato la colpa all'apparizione di una cometa. Secondo Villani la crisi di Rimini nasceva dalla scomparsa dei cittadini migliori. Erano rimasti gli incapaci ed i meno ricchi. Di soldi in giro ce ne sono pochi. Il cardinal legato riduce le cariche (a pagamento) in Consiglio civico, i cui componenti passano da 130 a 80. Diminuisce la popolazione urbana. Dalle circa diecimila anime tra fine 1500 e 1608, si passa nel 1656 a 7.717 con più di tre anni. Sui dati precedenti manca ogni altra precisazione circa l'età. Nel 1524 le anime registrate sono 5.500, ma dai cinque anni in avanti. L'alta mortalità infantile faceva prendere queste precauzioni statistiche.
Nel 1656 la città ottiene dal legato una nuova fiera sul porto in onore di sant'Antonio da Padova dal 6 all'11 luglio inclusi. All'inizio del secolo la crisi economica aveva unificato ad ottobre in una «fiera generale» i tre appuntamenti tradizionali: la fiera delle pelli per sant'Antonio (12-20 giugno), la fiera di san Giuliano (presente dal 1351) tra 21 giugno e 22 luglio e la fiera di san Gaudenzio (nata nel 1509) ad ottobre. Era l'effetto di un declino commerciale ed economico a cui non si sapeva reagire. Già nel 1613, narra Adimari, cinquanta mercanti tra forestieri e cittadini, avevano chiesto una nuova fiera in primavera, «mossi dalla bona commodità del vivere et negotiare, et conversare et fare esito delle loro mercantie in questa città». Finalmente nel 1656 c'è questa iniziativa che si ripete nel 1659, ma è sospesa nel 1665 quando il governatore di Rimini rifiuta di prorogarla. Riprende il 22 maggio 1671 per undici giorni (cioè sino al primo giugno), con l'autorizzazione di papa Clemente X del 13 agosto 1670.


4. Ricerca della data migliore
Nel 1678 l'apertura è posticipata al 3 agosto, per sperimentare «se in questo tempo potesse prendere quell'augmento che hoggi giorno fa' conoscere l'esperienza non ritrovarsi, a causa forse di venire in tempo scarso di monete per non essere seguiti li raccolti». Non sono d'accordo i doganieri: in agosto con la franchigia per la fiera riminese, non pagherebbero dazio le barche che ritornano dalla fiera di Senigallia. Il 10 maggio 1681 la fiera sul porto è sospesa. Ogni anno era andato «diminuendo il concorso» di mercanti e compratori per cui non portava «se non incomodo» ai commercianti di Rimini (AP 871).
Nel 1691 la fiera riprende. L'anno precedente il prefetto delle «Entrate» ha scritto al Consiglio: sono andate in disuso e sono state tralasciate le due fiere tradizionali, quella d'ottobre dalla porta del borgo di san Giuliano alla Madonna del Giglio, e l'altra di maggio sul porto (AP 873). Nel giro di un secolo l'appuntamento autunnale di san Gaudenzio era passato dal borgo di porta romana a quello di san Giuliano. Il prefetto proponeva di «rimettere ò l'una ò l'altra», con un calendario adatto sia alla città sia ai mercanti forestieri.
Il 17 giugno 1690 il Consiglio civico aveva approvato (25 contro 12) di ripristinare alla fine del maggio 1691 «la fiera che si faceva nel Porto», seguendo concessioni e privilegi papali del 1670. Il segretario comunale Felice Carpentari il 18 ottobre 1690 ha suggerito un posticipo al 6 luglio, in deroga agli ordini di papa Clemente X del 1670, «parendo che in detto tempo si rendesse più facile l'introduzione, e più numeroso il concorso» dei mercanti. Ed il Consiglio ha approvato (34 contro 6).
Il 14 febbraio 1693 non è però giunta ancora l'autorizzazione allo spostamento della data quando in Consiglio si legge ed approva (32 contro 11) un nuovo memoriale del prefetto delle «Entrate» che invita ad osservare il vecchio calendario di fine maggio. Lentamente le fiere riminesi vanno di nuovo «in disuso». Soltanto nel 1726 si riapre quella sul Porto in onore di sant'Antonio (AP 626).


5. I danni del terremoto
Per tutto il XVII secolo grava su Rimini anche la minaccia dei pirati barbareschi. Nel 1673 Clemente X finanzia la costruzione di sei torri costiere d'avvistamento e difesa. Ma anche i pirati sono presto oscurati: nel 1672 la città è stata devastata dal terremoto del giovedì santo. Per molti, leggiamo in una cronaca anonima, seguì «prima la sepoltura che la morte». Il papa manda 12 mila scudi per sistemare le case dei poveri. La ricostruzione è lenta. Circa quella della chiesa della Colonnella, documenti inediti smentiscono vecchi studi . I restauri non terminano nel 1676. Anzi l'anno dopo ancora manca da Roma la licenza di riedificazione. Nel 1688 figura in piedi il cantiere al convento. Non può quindi essere del 1676 l'epigrafe (scomparsa) a ricordo della conclusione dei lavori, firmata dal secondo priore della chiesa. Anche perché un'altra epigrafe (scomparsa) datata 1686 reca la firma del primo priore Girolamo Serra. Mentre il terzo priore di un'ultima epigrafe (pure essa scomparsa) è collocato nel 1682 in successione fra il secondo ed il primo priore. Altrove si legge che un'epigrafe ben nota (citata da C. Tonini), è del 7 settembre 1698. Essa invece si riferisce al 7 settembre 1682, data dell'investitura ai Padri Riformati del Terzo Ordine. La cifra è scritta: «MDCXIIXC». Va letta «1600 più (100 meno 18)» ovvero 1682.
Nel 1676 dal vescovo il Consiglio ottiene il parere favorevole ad utilizzare nei restauri i denari dei legati per le lampade della chiesa. Ma ogni decisione spetta a Roma. Invece il vescovo contesta l'investitura ai Riformati, che trova contrari anche i Minimi i quali ricorrono alla Congregazione del Concilio. L'investitura legale del 7 settembre 1682 è preceduta da delibera del Consiglio del 16 ottobre 1680. Il 4 maggio 1682 (prima dell'investitura) il Padre provinciale di Bologna Ippolito Rosini assicura ai sei religiosi della Colonnella un sostegno economico garantito da tre conventi della sua Provincia: la Carità di Bologna, il Pradello (ossia Piratello) di Imola e di San Rocco «fuori di Cesena». Ad essi sarà associato nel 1683 quello di Santa Maria di Curola (ora Corla) a San Martino in Argine di Molinella.


6. La grande inondazione della Marecchia, 1614
In una cronaca di Anonimo datata 1728 le vicende riminesi a partire dall'anno 1601 sono narrate in una successione cronologica che passa in rassegna personaggi eminenti ed eventi clamorosi. Si comincia con il capitano Antonio Tonti «insigne ingegnere nelle guerre del Piemonte». Si prosegue con le immagini miracolose della Vergine della Polverara e del Molinazzo fuori porta di sant'Andrea. Si alternano le «discordie con i Veneziani» (1606, anno di gelo e vento), la nomina di Michel Angelo Tonti a cardinale (1608), ed il miracoloso salvataggio di un giovane che stava per annegare, davanti all'immagine della Madonna della Scala da lui impetrata. E che i borghigiani riconoscenti vollero onorare con la chiesetta terminata nel 1611.
Un'altra storia d'acqua è quella presentata del 1614, quando «fu una inondazione così grande, che unitasi la Marecchia con altri fiumi, e massime in lontano col Rubicone che apportò danno molto notabile restando le barche, cessata quella disperse per gli orti di Marina, e molte fracassate, e moltissimi marinari anegati, e molte merci perite, e la terra per tutta la campagna ove era stata l'inondazione restò per molto tempo infeconda». Due anni dopo per un fortunale (citato dal canonico Giacomo Antonio Pedroni nei suoi «Diari» gambalunghiani), affondano molte barche, «s'affogarono assai persone» e si registrano molti danni nel borgo di san Giuliano. Nel 1646, secondo l'Anonimo, è il gran caldo a provocare la morte di molti mietitori «sul campo».
Prima di elencarci l'apparizione in cielo d'una gran cometa (1618), l'arrivo del nuovo vescovo Cipriano Pavoni (abate degli Olivetani di Scolca) e l'apertura della libreria pubblica nel palazzo di Alessandro Gambalunga (1619), l'Anonimo si sofferma brevemente sulla cacciata degli Ebrei da Rimini (1615) «per le infinite indegnità che comettevano contro la nostra Santa Fede, ed imagini de' Santi, ed altre enormità le quali non è da me dirle».


7. Una nobiltà spiantata
Un altro memorabile evento è del 1629. Il canonico Giovanni Antonio Pavoni prima di ripartire alla volta di Roma fa un giro veloce a salutare i parenti. Entra in casa del nipote Alessandro «col quale passava grandissima inimicizia» per motivi di soldi. Vi trova soltanto la moglie, Diamante Diotallevi. Conclusi i convenevoli di rito, mentre s'avvia ad uscire incontra il nipote che, visto lo zio, pone mano alla spada. Lo zio gliela toglie. Il nipote sfodera una pistola con cui ferisce mortalmente il canonico. Alessandro è l'ultimo erede di casa Pavoni che s'estingue nel 1635 con la sua scomparsa.
Nel bene e nel male i protagonisti di questa cronaca sono unicamente personaggi illustri, gli esponenti della ristretta oligarchia patrizia che governa la città: «Una nobiltà provinciale, presenzialista e spiantata, preoccupata solo di salvare le apparenze e gettare fumo negli occhi. Con esiti disastrosi per le finanze pubbliche», come leggiamo sul web in una pagina non firmata, ma certamente uscita dalla penna arguta di Piero Meldini. Che facendo la storia della Biblioteca Gambalunga (p. 24) riporta l'«eloquente e malizioso» ritratto del «tronfio quanto spiantato ceto patrizio locale» (sono parole di Meldini) composto nel 1660 dal bolognese Angelo Ranuzzi , referendario apostolico e governatore di Rimini: «Vi sono molte famiglie antiche e nobili che fanno risplendere la Città, trattandosi i Gentiluomini con decoro et honorevolezza, con vestire lindamente, far vistose livree et usar nobili carrozze: nel che tale è la premura et il concetto fra di loro, che si privano talvolta de' propri stabili, né si dolgono di avere le borse essauste di denari per soddisfare a così fatte apparenze».
I dimenticati della Storia passano sullo sfondo. Sono ricordati con qualche riga quando certi eventi interessano tutta la collettività. Come per l'«inondazione così grande» che colpisce le principali attività dell'economia riminese, marineria ed agricoltura. E che affascina le fantasie degli storici ottocenteschi come Carlo Tonini. Nel narrarla egli rimanda non alla miseria che dovette seguirne per molte famiglie (se non per buona parte della città), ma ad un ricordo letterario. Scrive che a quella alluvione si potevano «ottimamente applicare i versi delle Metamorfosi di Ovidio, ne' quali è si vivamente descritto il Diluvio di Deucalione e di Pirra».


8. La lettura del passato
Il cronista Carlo Tonini che torna sul fatto due secoli dopo rispetto ai colleghi secenteschi, ci consegna un'immagine ben delineata del modo con cui a Rimini si è scavato in questo campo: con il paraocchi della buona letteratura sotto le cui ali protettrici tutto si pone, spiega ed illumina. Tonini immaginava di rivolgersi soltanto a pochi, eruditi lettori i quali come lui sapevano ovviamente tutto di Ovidio, del mito pagano del diluvio (derivato da Esiodo), come se fossero quel Giacomo Leopardi che racconta le stesse cose ad apertura programmatica delle «Operette morali» nella «Storia del genere umano», non per soddisfare curiosità dotte, ma per mettere in crisi tutto un sistema pensiero (alla fine «Giove [...] mandò in terra la Verità e rimosse tutti gli altri antichi fantasmi, ad eccezione dell'Amore: sorse così la quarta ed ultima età dell'uomo, quella della infelicità»). Ovidio aveva fatto di Deucalione il simbolo di una rinascita. Scelto da Zeus assieme alla moglie Pirra per la pietà che li caratterizzava, si salva con lei durante i nove giorni di diluvio che sommerge la Grecia quale punizione divina alla degenerazione umana.
Quando Carlo Tonini raccoglie le memorie riminesi già da tempo gira la triplice lezione «cattolica» di Alessandro Manzoni. Contro la mitologia «pagana». Sui limiti della Storia che «è costretta a indovinare. Fortuna che c'è avvezza». E sul considerare la Storia come frutto soltanto dell'azione di pochi uomini illustri. Su quest'ultimo aspetto si sofferma nell'ironica «Introduzione», dove demistifica le pretese dei vecchi libri di raccogliere le vicende umane in una solenne sfilata di personaggi egregi, quegli «Heroi» che il Gran Lombardo deride non per semplice gusto letterario, ma in virtù d'una concezione religiosa che fa degli umili i protagonisti della Storia stessa. Di contro s'eleva la vecchia, drammatica concezione del mondo illustrata da don Rodrigo: «Son come gente perduta sulla terra; non hanno neanche un padrone: gente di nessuno».
Ma la Milano di don Lisander è molto diversa da una città di periferia come Rimini dove le novità giungevano in ritardo o non giungevano affatto. Però Carlo Tonini s'era laureato in legge a Roma. Cioè aveva vissuto un'esperienza non provinciale. Il padre lo descrive tutto preso dagli interessi filologici e dalle Belle Lettere. Fu poeta in cerca di gloria con versi di «gusto oraziano e di significato cristiano» (Masetti Zannini, p. 52). Possiamo immaginare il suo scandalo quando, avendo chiesto all'alunno Giovanni Pascoli «quale fosse la sua dottrina di carattere filosofico e religioso», si sentì rispondere: «Io, signor professore, la penso come Giacomo Leopardi». Con un retroterra da letterato umanista, Carlo Tonini ben poco può interessarsi alla sorte (non alla filosofia) del «semplice pastore», alle vicende dei poveri marinai e dei contadini disgraziati. Tutti costoro quando appaiono nella sua «Storia» sono appena un breve accenno, quasi involontario nei suoi progetti narrativi. La gente vera e viva s'intravede più facilmente attraverso i documenti inediti che a migliaia sono conservati nei pubblici archivi.


9. Le carte raccontano
Torniamo ad esempio alla storia della chiesa della Colonnella che abbiamo ricordato a proposito del terremoto del 1672. Un passo indietro. La chiesa è affidata nel 1517 alla «Congregazione di S. Maria degli Angeli di Venezia» degli eremiti di san Girolamo di Fiesole, fondata nel 1360 da Carlo dei conti di Montegranelli, sacerdote e terziario francescano. Essi sono presenti in laguna dal 1412. Da noi giungono nel 1504 (durante la dominazione veneziana, 1503-1509), ottenendo il convento e la chiesa di Santa Maria degli Angeli «alla Patarina» (zona dell'anfiteatro). Al priore di tale chiesa, Salomone da Treviso, è concessa la Colonnella nel 1517. I Girolomini «fiesolani» non vanno confusi con quelli di Pisa, nati nel 1380 per volere del beato Pietro Gambacorta (1355-1435), ed attivi a Rimini nel 1494 quando comprano l'oratorio di sant'Onofrio. I «fiesolani» sono soppressi nel 1668: perché, scrive nel 1773 papa Ganganelli («Dominus ac Redemptor»), «non portavano nessun utile o vantaggio al popolo cristiano».
Nel 1669 la Colonnella è affidata ai padri Angiolo e Filippo dell'ordine dei Filippini. Nel 1671 è istituita una commissione comunale per trattare l'investitura della chiesa ad altro ordine. Nel 1676 il cardinal Gasparo Carpegna, prefetto della Curia romana, raccomanda un don Carlo Ricci. Nello stesso anno in Consiglio a Rimini sono ballottati gli Osservanti di san Bernardino e i Riformati del Terzo ordine che prevalgo con 46 voti contro 36. Nel 1678 i Riformati non hanno ancora accettato, poi il 16 ottobre 1680 avviene la loro investitura resa legale il 7 settembre 1682. Pare che tra 1676 e 1682 abbiano officiato cappellani locali.
Il 4 maggio 1682 il Padre provinciale di Bologna Ippolito Rosini assicura ai sei religiosi destinati alla Colonnella un sostegno economico che però arriverà soltanto in parte. Nel 1726 il debito sarà di 2.480 scudi sui 2.772 dovuti, pari all'89,47%. Padre Rosini è subentrato come provinciale nello stesso 1682 a Giacomo Guidotti che era stato nominato nel 1681. Guidotti, priore a Santa Maria della Carità di Bologna, il 16 ottobre 1680 era stato scelto a Roma dal Ministro generale quale responsabile della costruzione e del restauro della Colonnella. Nel 1681 Guidotti come provinciale ha nominato i titolari di San Rocco di Cesena (Placido Fantini), di Santa Maria del Popolo a Forlimpopoli (Giovanni Battista Caleffi) e di Santa Maria della Carità di Bologna dove è mandato padre Girolamo Serra, che sarà il primo priore di Rimini. Padre Guidotti diverrà successivamente ministro generale. Un volume bolognese del 1690, conservato nell'Archiginnasio, lo ricorda in tale carica quale erede di Lodovica Segni Tebaldi per beni destinati a Santa Maria della Carità.

Antonio Montanari

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