Marinai: poveri, ribelli e dimenticati

Sono stati protagonisti della vita riminese tra il 1700 ed il 1800

Per quasi due secoli, tra Settecento ed Ottocento, nella vita sociale della nostra città i marinai sono protagonisti dimenticati anche se temuti. Essi giocano un ruolo molto importante, a cui però non corrispondono né una soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.

Alla Marineria fanno capo, verso la fine del XVIII secolo circa tremila persone. Il conto comprende non soltanto gli addetti ai lavori, ma anche i loro nuclei famigliari. Una prima crisi si avverte dopo l’armistizio del 23 giugno 1796, quando la Municipalità riminese riesce ad impedire «l’emigrazione di molti abitanti del Porto».


Senza commerci e senza pesce

Nel 1835 «Naviganti e Pescatori» attestano che la «numerevole marina» del nostro Porto è «forte di tremila e trecento anime tutto compreso, tanto naviganti che peschereccia». E’ un momento di grave crisi per loro. Cessato ogni commercio e resosi «scarsissimo il pesce» (come essi stessi scrivono alla Segreteria di Stato), «languiscono e moion di fame sì i Naviganti, che i Pescatori colle innocenti numerevoli loro Famiglie». Sono «gente buona sì, ma rozza, impetuosa, ed amareggiata da una miseria, che quasi la sospinge alla disperazione».

Nel 1843 la «classe infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte della Popolazione» riminese.

Nel 1856, in una lettera del Gonfaloniere di Rimini all’ingegner Maurizio Brighenti (autore di un progetto di rinnovamento del canale), si scrive che l’attività portuale è «l’unico mezzo di alimento» per «più di cinque mila persone dedite specialmente ai negozi marittimi d’ogni specie».

Nel 1861 il personale di Marina nel porto di Rimini raggiunge un totale complessivo di 1.659 addetti: 1.165 per il commercio e 494 per la pesca, per 123 navigli (46 da commercio e 77 da pesca). Nel commercio ci sono 27 capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi. Nella pesca, 90 padroni, 334 marinai, 70 mozzi.


«Terribile tumulto» per il Porto

La «classe marinara» costituisce l’anello più debole della società dell’«antico regime». Essa però è ugualmente temuta, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio 1796 (dopo l’apparire dei Francesi in Romagna), in cui la Municipalità scrive al Legato, che questa «classe marinara» è non soltanto «numerosa», ma anche «poco docile».

Tale si è già dimostrata il 26 aprile 1768, organizzando «un terribile tumulto» contro Serafino Calindri ed il suo progetto di espurgazione del canale. Calindri se ne era andato da Rimini temendo che un bandito (il «noto Brugiaferro»), fosse stato assoldato per toglierlo dalla circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento dei moli proposto dal medico Giovanni Bianchi. Sono questi gli anni in cui padre Ruggiero Boscovich definisce il porto «massima risorsa» della nostra città.

«Poco docile» la classe marinara appare anche nelle questioni che oggi chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori nei confronti dei «Padroni» delle Barche che, ad esempio, somministravano ai loro marinai cattivo vitto e «vino corrotto».


Le prime regole ‘sindacali’ del 1745

I «Padroni» non sono i proprietari, ma i «Conduttori» della barche. Ad investire nell’ambiente del porto, oltre ai commercianti, figurano pure nobili cittadini che impiegano ingenti somme.

Il «Padrone», nell’ingaggiare i marinai della sua ciurma, deve rispettare alcune regole che la Municipalità impone nel 1745 con i «Capitoli del Porto», seguendo l’«inveterato stile» comunemente osservato. E’ una specie di contratto collettivo di lavoro.

Nel periodo che va da dopo le «Feste di Natale» sino a Pasqua, il Conduttore non può licenziare gli uomini della barca «senza legittima causa da riconoscersi dal Signor Capitano» del Porto, sotto pena del pagamento dei danni da calcolarsi «secondo il guadagno della Barca». In caso di malattia, sia al «Patron conduttore» sia a qualsiasi «Uomo di Barca», è garantita «almeno per un Mese» la solita parte di guadagno.

I pescatori sono più tutelati dei lavoratori dei campi, duramente colpiti dalla carestia che si sviluppa pure a Rimini tra 1765 e 1768. Molti di loro fuggono a Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in mezzo ad un’epidemia di vaiolo.


1799, rivolta in città e caccia agli Ebrei

In questa nostra «miserabile città», scrive il cronista Ubaldo Marchi nel 1767, i marinai sono «in molto gran numero» e lavorano su 40 barche pescarecce; tremila sono invece i poveri che campano «con cercare elemosina». Alla carestia, il 22 luglio 1765 si aggiunge l’alluvione del Marecchia che porta all’«ultima rovina» il porto canale.

Nel 1799 la marineria riminese dimostra tutta la rabbia accumulata in molti decenni di sofferenze. Prima mette in fuga i soldati francesi dopo l’arrivo degli austriaci. Poi, seguìta dai «villani» dei dintorni, organizza una sommossa lunga e violenta che subentra alle devastazioni, alle prepotenze, agli abusi dei napoleonici. I ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo che trovano.

Dal 30 maggio 1799 al 13 gennaio 1800, la Municipalità riminese vive una crisi istituzionale. Gli umori popolari sono ben riassunti da un sonetto anonimo in cui Roma è definita «infame», e si inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede».

I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli Ebrei, assaltano il Palazzo Pubblico, dove rubano «tutto quello che vi era», dopo aver «rotto ogni cosa». Arrestano, incarcerano, mandano in esilio.

Entrati nella Guardia Civica, i marinai fanno da pompieri e da incendiari. Il loro comandante Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il controllo di una situazione in continuo fermento. I marinai tentano di sistemare anche Lorenzo Garampi che per salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una «sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.


Economia riminese dell’Ottocento

Per tutto il Settecento i «Poveri Pescatori» tentano di migliorare le loro condizioni. A Roma trovano più ascolto che a Rimini, dove negano la loro miseria in base a due argomenti: essi si costruiscono case, e le loro mogli vanno «come tutto dì si vedono, tanto pompose». Nel 1805, secondo un testo ufficiale, nel porto di Rimini sono attive oltre settanta barche con 780 marinai: settanta sono da pesca con 480 marinai, e trentaquattro da traffico con 300 addetti. In un anno nel nostro porto «entrano più di 400 bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e ne partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e dell’Estero». Per questa sua situazione, si sottolinea, Rimini meriterebbe di ottenere il «Porto Franco».

L’indotto è costituito da un cantiere senza loggiato, dove non è possibile lavorare nei mesi invernali; da fabbriche di cordami; e dalla manifattura della cotonina per le vele (con 300 donne impiegate annualmente). Esistono poi a Rimini buone fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli a uso di Venezia, di ombrelle di tela cerata, di cappelli fini a uso di Germania, ed «un considerevole lavoro di seta greggia». Si fanno «paste di frumento a uso di Genova» ed il «Biscotto pei Marinai».

Questo «Biscotto» è un tipo di «pane par-ticolare per gusto, e per la forma», che i marinai «trasportano in Mare», ed è diverso da quello spacciato dall’Annona che «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione».

Il 5 dicembre 1799 all’Annona era stata imposta dalla Reggenza municipale la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno», che è migliore del «Bruno», richiede una maggior cottura, ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono fare in casa» gli stessi marinai. Esso poteva essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina in Città».

Peggio se la passano gli altri cittadini. Due anni dopo, nel 1801 il medico Michele Rosa illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un’entusiastica approvazione da parte della Municipalità.

Nel 1816, racconta Carlo Tonini, avvengono tumulti cittadini contro l’aumento del prezzo del frumento, con la partecipazione «di villani e di marinai, ai quali ultimi dalla stagione burrascosa e imperversante era impedito il rimettersi in mare». I «sedizioni del porto» hanno anche un cannone levato da una loro barca, con il quale entrano in città, e che puntano da sotto la statua di Paolo V «contro la scala del palazzo consolare». Una trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano, fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca da fuoco, mentre il vescovo li benedice da palazzo Garampi.

Nel 1817, l’11 aprile, per «improvvisa, e gagliardissima burrasca», affondano quattro «baragozzi da pesca», e perdono la vita 25 «individui di mare»: ventritré famiglie restano «nella massima desolazione e miseria».



«Portolotti» in declino

Nella seconda metà del 1700 il numero delle barche pescarecce aumenta del 128 per cento. A cavallo dei due secoli c’è un calo del 15 per cento. Segue fino al 1836 una risalita del 36 per cento, a cui subentra un calo di quasi il 50 per cento sino al 1869, quando la flotta pescareccia torna con 51 barche al livello di un secolo prima (1773). Il declino continua: nel 1902 le barche sono soltanto 46. Nel giro di un secolo, dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480 marinai a 280.

A metà della crisi, nel 1864, Luigi Tonini censisce 5.284 riminesi «portolotti», cioè pescatori, naviganti, calafati, commercianti, industrianti ed i componenti i loro nuclei famigliari. Sono poco meno di un terzo della popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi), «che nel 1862 ascendeva a 16.874 anime». I pescatori risultano 419, i naviganti 458. I pescatori e le loro famiglie sono soltanto mille persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità.

I «portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei Borghi Marina e San Giuliano, ed anche in zone lontane dal mare, come ricaviamo da documenti del tempo.



Antonio Montanari

 

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