1. INTRODUZIONE.
TRE FAMIGLIE DI ESULI FIORENTINI
Alla storia di Rimini sono strettamente legate le vicende di tre famiglie di esuli fiorentini, Adimari, Agli, Agolanti.
Gli Adimari sono presenti a Rimini dal XIV al XVI secolo. Cesare Clementini [1] li indica fra i nobili portati in salvo alla fine di settembre del 1300 [2] dal cardinal Matteo Bentivegna d'Acquasparta (1240-1302), legato papale per la Toscana, la Romagna ed altre parti d'Italia [3], quando se ne va da Firenze dopo il fallimento della sua missione voluta da papa Bonifacio VIII il 23 maggio dello stesso anno.
Clementini anticipa la venuta del legato a Rimini dalla fine di settembre al «principio d'agosto» del 1300, cioè durante il priorato di Dante (15 giugno-15 agosto). Il poeta non aveva molta simpatia per Matteo d'Acquasparta: lo considerava uno degli interpreti scorretti ed infedeli della «regola» francescana. Se il salvataggio degli Adimari fosse avvenuto proprio mentre era priore, Dante avrebbe avuto un motivo in più per avversare il cardinale.
Clementini elenca sette famiglie nobili fiorentine «della fattione bianca» condotte dal legato a Rimini (Agolanti, Benci, Arnolfi, Adimari, Miniati, Sacchi e Caposacchi), precisando che ai suoi tempi (egli vive dal 1561 al 1624) soltanto le prime tre (Agolanti, Benci, Arnolfi) non si erano estinte [4].
La notizia non è esatta. Contemporaneo di Clementini è un altro storico di Rimini, proprio un Adimari, Raffaele. Nel suo Sito riminese (prima storia cittadina, apparsa Brescia nel 1616, cioè un anno prima del Raccolto istorico di Clementini), egli racconta di discendere dalla famiglia fiorentina «della quale hanno fatta piena, et onoratissima mentione molti degni scrittori» [5].
Un appartenente alla famiglia dell'arcivescovo di Pisa Alammano Adimari, il 20 gennaio 1498 guida a Rimini la sommossa nobiliare contro Pandolfo IV Malatesti (Pandolfaccio, figlio di Roberto) nella chiesa di Sant'Agostino, al vespro: è Adimario Adimari, giustiziato il successivo 13 febbraio. Nella sedizione è affiancato dal figlio Nicola (+1526). La crisi degli Adimari a Rimini comincia dopo questi eventi, anche se ottengono giustizia contro le confische dei loro beni.
La madre di Nicola è Elisabetta degli Atti, figlia di Antonio fratello di Isotta, la moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesti. Elisabetta degli Atti ha sposato Adimario in seconde nozze.
Suo primo marito è stato Nicola Agolanti, morto in circostante misteriose il 9 novembre 1468. Quella mattina Nicola va in cerca della moglie per le strade della città, ed incontratala la saluta commosso con un enigmatico addio. La mattina dopo Elisabetta trova Nicola impiccato nella cappellina domestica dove è solita recarsi a pregare [6]. Questa, la sua versione dei fatti. Elisabetta vuole allontanare da Roberto Malatesti, che era il proprio amante, ogni sospetto sulla responsabilità nella morte del marito, e smentire così la tesi di un omicidio passionale.
La famiglia degli Agolanti è attestata nel 1256 a Saludecio con un «Johannes Agolante». Il loro arrivo si collocherebbe quindi tra quello degli Agli (1246) e quello degli Adimari (1260 o settembre 1300, secondo le diverse fonti). Questo «Johannes Agolante» si trova a Saludecio, in luogo cioè vicinissimo al castello di Meleto di cui leggeremo nella storia degli Agli. Gli Agolanti, fra gli esuli fiorentini in Romagna, sono gli unici conosciuti a fondo grazie agli studi loro dedicati lungo un ampio arco di tempo. Gli Agolanti, «legati ai Malatesti, si inseriscono nel tessuto urbano, sottentrando nelle zone d'influenza della vecchia nobiltà; ne acquistano case e possessi, si espandono largamente in tutto il territorio circostante: la disponibilità di denaro, che investono come banchieri e uomini d'affari, e il loro prestigio, soprattutto di militari e di giureconsulti, li colloca rapidamente in primo piano» [7].
2. GLI AGLI IN ARMI CON I MALATESTI
Alle vicende malatestiane è legata anche la sorte degli Agli [8] o Lagli. Come si legge in una lapide del 1620 [9], essi giungono a Rimini nel 1246 durante la lotta dell'impero con Federico II per il dominio sull'Italia e contro il papato [10]. Quando a Firenze imperversa la caccia ai guelfi di cui parla Machiavelli nelle Istorie fiorentine [11]. Proprio in questo anno papa Innocenzo IV esorta gli abitanti della città a stare in pace, dando ad essa l'epiteto di «Flos Italiae famosa» [12].
Ben presto gli Agli si trasferiscono nel castello di Meleto di Saludecio [13]. Qui tornano più tardi, dopo essere stati come uomini d'arme al servizio di Pandolfo III a Brescia, quando la sua signoria termina il 24 febbraio 1421.
Nel settembre 1443 il castello di Meleto è assaltato. Gli Agli sono sconfitti dalle truppe pontificie che compiono devastazioni, saccheggi ed uccisioni nei possedimenti malatestiani. A Monteluro di Tavullia l'8 novembre 1443 Francesco Sforza e Sigismondo Pandolfo Malatesti con le truppe di veneziani, fiorentini e milanesi battono rovinosamente Nicolò Piccinino, Federico di Montefeltro, Malatesta Novello e le milizie pontificie. Francesco Sforza non riesce invece a sconfiggere gli Agli a Castel San Pietro di San Severino Marche [14], con un assedio iniziato il 24 dicembre dello stesso 1443 e durato ventiquattro giorni.
Meleto è ripresa dai Malatesti nel 1469 con Roberto (figlio di Sigismondo Pandolfo e padre di Pandolfaccio), mentre una serie di azioni militari coinvolge pure Rimini [15]cancellando letteralmente il Borgo Nuovo di San Giuliano [16]. Le truppe pontificie appostate lungo il Marecchia [17] prima bombardano Rimini con 1.122 colpi [18], poi appiccano il fuoco al Borgo Nuovo. Il quale sorgeva dalla cinta malatestiana dietro la chiesa omonima lungo un chilometro e mezzo sino alle Celle, «ove le strade per Bologna e per Ravenna fanno trivio» [19].
Attestato dal 1248, il Borgo Nuovo era sede della fiera che prendeva nome dal luogo. Ne derivò un irrimediabile sconvolgimento sotto il profilo urbanistico e per lo sviluppo economico della città. Per favorire il quale il 3 novembre 1468 (dopo la scomparsa di Sigismondo avvenuta il 9 ottobre), il governo di Isotta, Roberto e Sallustio Malatesti pubblica un editto sul libero commercio. Che ricalca l'analogo provvedimento di Sigismondo stesso del 1437, e che (come scrive Augusto Vasina) è frutto di uno stato di necessità, quale «inevitabile contropartita dell'appoggio militare assicurato ai Malatesti» da Firenze e Venezia [20].
Anche alla corte di Pandolfaccio gli Agli sono presenti, in contrapposizione ai congiurati di Adimaro Adimari. Sia gli Agli sia gli Adimari furono di parte guelfa, come ricorda Nicolò Machiavelli nelle Istorie fiorentine[21].
Le prime notizie raccolte in sede locale [22] sono relative ad un Giannone (d'inizio 1400) il cui figlio Giovanni, di professione condottiero, si stabilisce a Meleto ante 1493. Un figlio di Giovanni, che rinnova il nome del nonno Giannone, è ucciso nel 1559 proprio a Meleto dal genero Lorenzo Peli, marito di Lucrezia.
Da questo secondo Giannone si dipartono due rami. Il primo con Gianandrea (morto ad 82 anni nel 1604), continua sino al secolo scorso a Rimini. Il secondo ramo parte da Cesare e si estingue nella seconda metà del 1700 con il canonico Paolo e con Anna, figli di Flaminio.
Il nonno di Flaminio, Girolamo, fu inquisito a Roma per omicidio, ebbe i beni confiscati, poi recuperati dal fratello Cesare capitano d'armati, e generò da Maddalena Moretti due figli: Diotallevo e Paolo Ottavio (padre dello stesso Flaminio).
Girolamo ebbe «non lievi differenze» con il figlio Diotallevo, «sopite» tramite il «memorabile» vescovo Angelo Cesi [23] nel 1638. La moglie di Diotallevo fu Cassandra del nobile Gentile Melzi, «dottor Fisico».
Ritorniamo al Gianandrea defunto nel 1604. Da Maddalena Corradini figlia del notaio Cristofaro (attivo fra 1510 e 1548), ha cinque figli, due maschi e tre femmine. Tra loro citiamo soltanto Alessandro [24] che sposa Elisabetta Ippoliti; e Giulia e Cassandra che vanno in moglie rispettivamente ai fratelli Francesco e Giovanni Vanzi [25] (dottore in Medicina), figli di Lodovico (+1584) fratello del celebre mons. Sebastiano [26].
Francesco Vanzi è padre di due maschi (Lodovico ed Ottaviano) e di Maria Giulia, futura monaca (1615). Giovanni da Cassandra Agli ha Vanzio (fattosi monaco nel 1609 nella potente congregazione dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga di Venezia, presso la loro abbazia riminese di San Giuliano [27] nell'omonimo Borgo Vecchio) e Giulia, suora nel 1612.
Da Alessandro Agli ed Elisabetta Ippoliti discende il ramo più longevo. Suo figlio Carlo Amato [28] sposa Francesca di Alessandro Diotallevi che genera un Gianandrea (+1731) il quale dapprima (1676) vuole vestire l'abito dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga (come Vanzio Vanzi, cugino di suo padre), ma poi sposa nel 1714 [29] Domenica di Francesco Garampi, l'architetto che progetta la seconda edificazione del palazzo pubblico di Rimini, tuttora chiamato con il suo nome e sede della Municipalità [30].
Il loro figlio Arrigone sposa Maria Barbara di Battista Pignatta nobile di Ravenna che gli dà tre figli. La prosecuzione della famiglia è garantita da Gianandrea [31] (nato nel 1737) che ha due mogli: Anna Catterina di Ubaldo Antonio Marchi notaio, ed Adelaide Almieri di Rimini (figlia del fu patrizio Francesco).
A Meleto, post 1774, sono registrate nel Catasto Calindri[32] le numerose proprietà di Gianandrea, tra cui le più consistenti risultano al centro del paese. Da Adelaide nascono tre eredi: Anna, Arrigone (che nel 1833 sposa Anna di Gaetano Vanzi [33] la quale gli dà Adelaide, Barbara, Michele ed Alessandro [34]), e Carlo che sposa Amalia di Carlo Sotta [35] da cui nasce un altro Gianandrea (o Giovanni Andrea) il quale sposa Edvige Perazzini (+1860). Costei gli genera Amalia Agli (1851-1933) che nel 1871 va in sposa ad un medico chirurgo originario di Savignano ed attivo a Rimini, Luigi Lazzari (1835-1921) del fu Arcangelo e di Geltrude Faccini.
Amalia è l'ultima discendente dal ramo originario degli Agli, il cui cognome è poi associato a quello dei Lazzari nel figlio Arcangelo (detto Angelo) Lazzari Agli (1872-1947), pure egli medico [36], che sposa Iole Masi [37] (1876-1960): il loro erede Sergio Falco Lazzari Agli (1913-2007) continua nella tradizione della professione medica [38] come due suoi figli, Antonella [38a] e Luigi che la esercitano presentemente.
Il momento di maggior prestigio sociale per gli Agli dei secoli passati, è quando s'imparentano con la famiglia Garampi. Il suocero di Gianadrea Agli, marito di Domenica Garampi, l'architetto Francesco nel 1712 è annoverato fra i nobili [39]. Un altro figlio di Francesco è Lorenzo che nel 1708 sposa Diamante Belmonti.
Da loro nascono Francesco (1715-1797) ed il futuro cardinale Giuseppe (1725-1792), destinato ad una brillante carriera non soltanto come ecclesiastico ma pure da studioso. Questo Francesco dalla prima moglie Maria Angela Valentini dalla Penna (sposata nel 1741), ha Diamante, protagonista di un femminismo ante litteram con la sua ribellione al matrimonio combinato dalla famiglia [40]. Nel 1764 Diamante a 19 anni sposa un raffinato intellettuale, Nicola Martinelli, che avrà un ruolo importante nelle inquiete vicende della fine del suo secolo [41]. Nel 1769 Francesco Garampi prende in moglie Geltrude Martinelli, legata da parentela con Nicola: il nonno di Nicola (Giulio) era un fratello del nonno di Geltrude (Ignazio) divenuta matrigna di Diamante.
L'importanza del legame fra Agli e Garampi è confermata da un inedito «attestato» municipale [42] del 23 novembre 1750, in cui si sottolinea come la nobiltà dei Garampi fosse «palese» per i legami con altre ragguardevoli «nobili Famiglie», e per le cariche ricoperte. Da ricordare infine che nel 1797, nei turbolenti giorni successivi all'arrivo delle truppe napoleoniche e dopo la fuga del governatore di Rimini Luigi Brosi e del vescovo Vincenzo Ferretti, il ricordato «gentiluomo Gian Andrea» Agli (nato nel 1737) è nominato giudice provvisorio in materia civile [43]. Nel 1798 gli è poi affidato l'incarico di agente dipartimentale dei beni nazionali [44].
Fra i personaggi del ramo fiorentino va menzionato Antonio degli Agli (1400 c.-1477), umanista, buon letterato [45] e poeta in volgare come si legge nel Mazzuchelli [46] (il quale ricalca il giudizio di Vespasiano da Bisticci [47] che lo faceva «dottissimo in greco e in latino»), maestro di papa Paolo II, vescovo di Fiesole e di Volterra, autore di quattro opere conservate nella Biblioteca vaticana, fra cui il De immortalitate animae ed il De vitis sanctorum in dieci libri [48] scritti per ordine di papa Nicolò V. Il suo ricordo è stato tramandato anche da Marsilio Ficino, nel Commentarium in Convivium Platonis de Amore[49] (1484), come uno dei nove partecipanti al convito dei parentali di Platone del 7 novembre 1474, voluto da Lorenzo de' Medici [50].
3. MELETO, LA VOCE DI UNA LAPIDE
La lapide del 1620 racconta non soltanto la storia di una famiglia. Gli Agli giungono a Meleto nel 1246, all'epoca di un «Malaspina amministratore preposto alla prospera fabbrica tessile del luogo» [51]. La curtis di San Pietro in Meleto era allora gestita dal monastero riminese di San Giuliano. Il possesso della curtis «cum Ecclesia et olivetis atque vineis, et cum omnibus rebus et pertinentiis suis» era stato confermato nel 1059 al monastero [52] che allora era detto «Beatorum Apostolorum Petri et Pauli juxte pontem marmoreum Ariminensis Civitatis siti», ed era tenuto dai monaci benedettini [53]. Soltanto «verso il 1164» [54] il monastero è intitolato a San Giuliano.
Nel corso del XIV sec. la «metà del monte di Castel di Meleto» figura concessa da parte della stessa abbazia di San Giuliano ad uomini di Meleto [55], mentre l'altra metà spetta al monastero di San Gregorio in Conca di Morciano [56], anch'esso retto dai benedettini. Nel 1371 a «Castrum Melleti» il censimento del cardinal Angelico registra 24 focolari [57].
L'accenno della lapide al «Malaspina amministratore» della fabbrica tessile di Meleto, rimanda ad un atto rogato in Piacenza nel 1251, e riguardante l'investitura «Conradi Malaspina Marchionis pro Gerardo et Bonifacio, Rainaldo et Gerardo de Meleto» [58].
La lapide e l'atto notarile, pur sovrapponendosi grazie al cognome Malaspina, non permettono di addivenire a certezze anagrafiche, ma suggeriscono itinerari sinora inesplorati e soprattutto da collegare alla strada percorsa dallo stesso Dante, ospite dei Malaspina durante l'esilio (Pg. 8, 118-139). Lungo questi itinerari esistono i punti fermi delle realtà commerciali e politico-religiose del tempo, che potrebbero avere un caposaldo significativo nella curtis di Meleto gestita dai benedettini. Di cui è ben nota l'organizzazione, con gli influssi socio-economici da essa derivanti nei territori interessati dalle loro attività.
Il monastero riminese di San Giuliano per concessione papale controllava tutto l'omonimo Borgo Vecchio e quello Nuovo già ricordato (sino alle «Celle dei Crociferi»), zona con traffici e commerci che sorgeva «a poca distanza» dal nuovo porto realizzato nell'XI secolo [59]. Ed i suoi monaci [60], risultano sia piuttosto indipendenti rispetto al potere vescovile [61], sia utilizzati in sede civile dalla burocrazia pontificia [62].
A partire dal 1351 nel Borgo Vecchio di San Giuliano si tiene la fiera [63] intitolata al protettore del luogo e della chiesa affidata ai benedettini. Dal 1500 si aggiunge la fiera delle pelli (12-20 giugno), estesa dal ponte di Tiberio o della Marecchia (dove erano allestite botteghe di legno) a tutto il Borgo Nuovo sino al torrione del monastero del Monte della Croce alle Celle, posto lungo la strada per Cesena (lato a monte) poco dopo il bivio con la via per Ravenna.
Il caso di Meleto richiama quanto Augusto Vasina [64] ha scritto a proposito dei «produttori-mercanti tessili» toscani che si radicano nei centri romagnoli, e dell'«elemento borghese toscano» infiltratosi nelle strutture statali dello Stato papale delle nostre terre, dopo che era stato raggiunto l'accordo tra papa Nicolò III e l'imperatore Rodolfo d'Asburgo [65] il 4 maggio 1278.
Infine, va ricordato che nelle nostre zone al tempo della venuta degli Agli, la manifattura tessile produceva in prevalenza un umile panno usato dai contadini e detto «romagnolo», come tramandano Boccaccio (Decameron, VI, 5; X, 10) e Sacchetti (Centonovelle, L). Con il tempo a Prato si chiameranno «romagnoli» altri tipi di «pannicelli colorati di varii colori» che non erano né romagnoli d'origine né lavorati alla romagnola [66].
Antonio Montanari
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