Le "lune" dolorose di Meldini.
Nel nuovo romanzo il mistero di un viaggio in Grecia
La
terza prova di Piero Meldini ("Lune", Adelphi 1999) naviga con grande
perizia stilistica in un territorio misterioso ed enigmatico, per
dimostrare montalianamente che il calcolo dei dadi mai non torna. E’ un
racconto fatto in prima persona, nell’angoscioso momento dell’attesa di
un intervento chirurgico, con il drammatico rincorrersi di silenzi
pungolanti alla meditazione, con l’immagine soave e terribile di un
giovane morente, con le infermiere che recano tisane, prelevano sangue.
Tutto ha il colore di una paura che spinge il protagonista a spiegarsi
in un "grosso quaderno con la copertina nera e i tagli rossi che
ricorda un messale".
Sale quasi dall’inconscio l’immagine
purificatoria del messale, dove saranno però contenute anche notizie di
un carattere tutto sfrenatamente istintivo, che Meldini presenta senza
alcun compiacimento, per testimoniare che Andrea Severi, il suo
protagonista, vuole stendere un freddo (tuttavia compromettente)
verbale a futura memoria, per chiarire a se stesso la serie degli
eventi accaduti durante un viaggio in Grecia.
Il libro non si
può raccontare, non solo perché la sua conclusione va compresa soltanto
dopo averlo letto tutto e non anticipata per gusto di pura cronaca; ma
anche perché una volta giunti a quella conclusione, si deve ripassare
mentalmente tutta l’opera, cercare di coglierne la struttura ed il
valore simbolico dell’indecifrabilità del mondo in cui viviamo,
testardamente convinti di essere, tutti noi, registi astuti nell’ideare
e costruire ogni passo, ogni momento e situazione.
L’abilità
dell’autore sta nel presentarci questa storia complessa con la massima
semplicità possibile, con quella ‘leggerezza’ che può nascere soltanto
da un perfetto controllo tecnico e formale della materia. Senza di
essa, il racconto avrebbe avuto il carattere non dello straordinario,
ma dell’ovvio e del quotidiano; e non avrebbe reso il senso della
ricerca del filo per dipanare la matassa delle incongruenze, delle
contraddizioni e delle incomprensioni che ci accompagnano.
C’è
una frase in cui Meldini riassume il senso del ‘castello’ entro cui
agiscono i suoi personaggi: "Quando, nella rassicurante casualità dei
fatti, ci sembra di cogliere una traccia di maligna ostinazione,
invochiamo il destino. Qualche volta succede anche a me di pensare che
una volontà misteriosa governi gli eventi […]".
Verso la fine
del suo ‘verbale’, ad Andrea Severi sembra che le parole scritte su
quel quaderno si scompongano e ricompongano "per cancellare questa
storia". Ma la vita non si cancella. Aspetta di essere raccontata.
Sempre.
Antonio Montanari
I DUE PRECEDENTI ROMANZI DI PIERO MELDINI
L’"Avvocata
delle vertigini" del primo romanzo (1994, Adelphi) non ha mai avuto il
dono dell’essere nella carne e tra le cose del mondo, ma Meldini le
plasma attorno una biografia che ne fa un personaggio vero, non
improbabile e neppure assurdo. Anzi quasi esemplare. L’astuzia
narrativa dell’autore introduce leggende che "accennavano, concordi, ad
una giovinezza alquanto dissipata", a cui tenne dietro la conversione,
dopo un fatto straordinario che muta radicalmente la vita di questa
giovane dal nome di Isabetta. Il fatto è un tentativo di suicidio
dall’alto di un campanile: ma a salvarla intervengono
provvidenzialmente quelle vertigini di cui parla il titolo, e per le
quali diventa protettrice di quanti soffrono del male che le impedì il
salto nel vuoto.
La storia letteraria dell’"avvocata delle
vertigini", è soltanto lo spunto per proiettare il romanzo da questo
medioevo (letto e rivissuto attraverso pagine biografiche o documenti),
alla nostra realtà contemporanea che s’intravede come sfondo alle scene
che inquietano la vita di personaggi dalle esistenze sino ad allora
piatte, e turbate all’improvviso proprio dalla presenza di fantasmi di
carta che ben presto però diventano minacciosi eventi reali.
Nel
secondo romanzo L’antidoto della malinconia (1996, Adelphi, Premio
Selezione Campiello), Meldini intreccia le parti del suo racconto
(ambientato in un cupo scenario di fine Seicento), mescolandovi gli
ingredienti più vari. Un amore negato dalla famiglia a Matilde,
invaghitasi dell’"uomo sbagliato", per cui viene rinchiusa in
monastero. La disperazione di Matilde (figlioccia dello speziale
maestro Gioseffo, ed incline "ai pensieri malinconici"), finita pur
essa nel suicidio. Il violento "uomo sbagliato" che torna riverito in
società, nonostante la macchia di un delitto nato, "nelle fitte nebbie
del vino", da una contesa inizialmente intessuta "per gioco". E sullo
sfondo Rimini, contro la quale inveisce maestro Gioseffo: "Città
ingrata, più contenta delle altrui disgrazie che delle proprie fortune,
cieca ai meriti, insensibile all’ingegno. Patria disgraziata!".
Gioseffo
lavorava ad un trattato, da cui Meldini riprende il titolo per il suo
romanzo. Lo stratagemma dell’autore moderno di rifarsi all’autore
antico, di scrivere un libro su di un libro che non esiste più perché
distrutto alla fine dallo stesso Gioseffo ("…cominciò a strappare le
pagine a una a una. Il fuoco, onnivoro, le divora con noncurante
ingordigia"), permette di realizzare (ancora una volta, come
nell’Avvocata), una trama leggibile su due piani: in superficie, c’è il
racconto delle apparenze (la vita così come ci si mostra), mentre la
sottile ma intensa filigrana fa intravedere la substantia rerum, ed i
segreti individuali che si scontrano con quelle stesse apparenze.
Antonio Montanari
Fonte di questa pagina, "il Rimino" 1999.
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